Ombre di un Dio Sospeso


 Pubblico qui una delle mie opere letterarie, che si intitola: Ombre di un Dio Sospeso, e la scrissi all'età di venticinque anni.
 Si tratta di un'opera letteraria di natura sperimentale assai variegata formalmente e certamente non replicabile. Già sono presenti e consolidati certi registri di uso comune laddove vi è, invece, un frammischiarsi di soluzioni tecniche inedite, di primo acchito poco evidenti.
In quanto alla struttura dell'opera, vi è da notare la difformità tra le varie parti che la compongono; tuttavia, nel complesso, l'insieme delle parti conducono ad un'unità ben precisa.
Talune formule della posa in essere provengono dal romanzo di impostazione ottocentesca, pur se vi è un raffronto vivo nel corso dell'opera che si frappone, e si fa via via viva, alla più asciutta forma novecentesca - dove per asciutta si intende il congegno strutturale, in termini concettuali, dell'opera. Al dipanarsi della lettura si scoprono gli elementi che reggono l'impianto narrativo e si può notare la coesistenza, sul piano letterario, di quel che risulta essere un esemplare compendio di differenti formule narrative, di uso maggiore, adoperate sino ad oggi, fatte salve le soluzioni di cui si è detto e che risultano oggettivamente senza storia. Ossia inedite.

 Come indicato nella pagina delle avvertenze legali, la presente opera risulta soggetta alle norme che regolano il diritto di autore. Il sottoscritto, che è l'autore dell'opera, augura una buona lettura.

Davinco De Mare 




 OMBRE DI UN DIO SOSPESO



 


34. «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono affatto venuto a portare la pace, ma la guerra.

35. Son venuto, infatti, a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera,

36. tanto che i nemici dell’uomo saranno i suoi stessi familiari.

37. Chi ama, infatti, il padre o la madre più di me, di me non è degno; chi ama il figlio o la figlia più di me, di me non è degno.»



Matteo, cap. X.







15 agosto
 Cara, carissima Sofia!
Scesi stamane per scoprire se qualcosa scelse la mia buca delle lettere, ma voltandomi per rientrare in casa alla delusione si sostituì la meraviglia di vedere, proprio lì sul primo gradino, tre margheritine! Le ho apprezzate al pari d’un tramonto e, col fiato sospeso, non so per quanto io stesso mi son fatto contemplare dalle persone che la via calpestavano; non immagino cos’avranno pensato di “quello lì con l’aria così svanita”; non so neppure se, proprio come un tramonto, quei tre fiorellini si sarebbero lentamente, senza che io potessi nulla fare, spostati lontano da me…: invece lì son rimasti e dal mio svago è sbocciato un carezzevole pensiero!; d’improvviso il mio fiato sospeso è divenuto un sospiro estasiato: siete voi, voi m’avete posato un tramonto sul gradino nel mattino! Lo so, non ditemelo! Non so quando siete venuta, quando vi siete posata: non voglio saperlo. È già tanto – ancor più che tanto! – avervi ricevuta così, più di mille e una volta in casa mia!, più delle mille e una che non siete venuta, più d’una vostra promessa: il mazzolino siete voi: delicata e sorprendente; momentanea, fragile e rincuorante! Siete voi, voi siete di più: siete racchiusa in quelle parole più lievi e dolci del pelo d’un petalo, della pelle d’un’albicocca: siete parole impronunciabili ed io son muto, muto son rimasto davanti alla mia porta: muto, senza lettere, eppure con un romanzo sul mattino!

Umilissimo Vostro, Doriano S


17 agosto
 Oh diletta Sofia!
E chi allora mi donò quei fiori? Nessun’altra che voi conosco e non per caso lì si son posati! E se per sorpresa così fosse, un “per caso” trova comunque il suo senso!; e che senso m’avete provocato confessandovi straniera alla mia conclusione, al mio desiderio! Che sia burla il vostro diniego? Benedetto il vostro cuore se così fosse!; benedetto per avermi intrufolato nel suo luogo dei giochi! Ma che non si turbi se, per pochissimo, i miei sogni altrove han dedicato i loro intrecci, se per un soffio hanno smesso di tesservi splendente e regina come siete – se non più ancora – e di scovar, si sono occupati, chi vorrebbe depredarmi e cambiarmi quelle trame che a voi sola appartengono! Non si turbi il vostro cuore se talvolta paio intento più a pescar quel giusto verbo che pitti e segni quanto l’amo, che a prestargli il mio orecchio per i suoi toccanti colpi, prego non risenta di tal mancanza e che, anzi, scovi il gesto per pormi innanzi una parete da misurare dove, in cima, siano arroccati altri verbi da offrirgli e dove lassù, tutt’intorno, sian volanti i suoi pulsi gai, azzurri, chiari e liberi dei tormenti che nelle valli trovan nido! Sappia ancora che i suoi colpi, le sue voglie ed ogni vostro fresco riso qui accolgo e conservo, pronto a rendervi quest’immenso casomai – non sia mai! – dovesse il tempo attorno a voi farsi parco e ombroso di quella vita che sa di stella e che vi spetta! Dalla cima, ahimè però, curvo capo e speranze confessandovi, indulgente Sofia, che giusto oggi, appena prima del mezzodì, vi ho colta di nascosto. Non le turbe ammettete sul vostro viso, ve ne prego!, siate fiera d’esser onda luminosa, tanto pura da intimidire i miei occhi! A granelli vi ho colta per paura che la spiaggia che voi siete avrebbe potuto accecarmi, e per timore di rovinare sì bella immagine di voi che, come quella poesia: toi qui te promenas tout les matins avec ton chien, avec ton pain…, col vostro pane andavate per una via ancor più folta di rue de Buci eppure, pur se rasa la rue fosse stata, di bellezza l’avreste cucita con la vostra passeggiata! E l’ho sì limpida visione di quei passanti attenti ed ebbri del profumo vostro intrecciato al pane caldo! Ah quale profumo per un uomo sarà mai più lieto! Posso sperare? Posso levare questo capo, questi occhi vili e timidi e confidare che vi torni, con l’ammissione, un po’ del molto che vi ho sottratto? Dico molto?: è di più e non so se l’infinito si assommi all’infinito: proprio a voi che potreste render eterno ogni tempo con l’accenno d’un solo cenno!

Vostro servo, Doriano S

P.S. Chi mai era quel giovanotto al vostro fianco? Non il pane vi ha portato, non le buste vi ha raccolto!


20 agosto
[Gentilissima Sofia,
qual giornata, che disastro! Che impudenza certi giovani! Impudenza, sfacciataggine, impertinenza e altro ancora! Forse tutto! So d’arrischiare oscenità, d’apparir assai malfermo col lamento che sgattaiola dal mio cuore (offeso e sgonfio) e si versa su tal carta, da cui spero possa estinto il mio tormento. Pazientate, non scansate cortesia se un attimo vi spiego quale dì ha sorpreso, con lo sghembo di un danno, il sereno a cui tendo. Ve ne prego, distillate comprensione: voi potete, voi che siete correzione delle luci non più calde, dei profili storti e stanchi; vi domando: dedicatemi un istante e rimettete in giusta via quel che pare ingrigito dal racconto che vi pongo.
Convocato in mattinata, l’editore mi chiamò per trattar del mio lavoro. Sembra proprio sia deciso: la rubrica, mia mansione, sarà posta là sul fondo per dar posto a fosche nuove, nere cronache – figuriamoci! –. Dicon tanto, spesso troppo su quei fatti cupi e tristi, cos’avranno ancor da dire, e da tesser e ricamare sulla nuova che sgomenta chi la nuova se la vive e riempie tasche a questi altri che tesson tesson quasi fosse loro compito trovar moventi, attaccar, far le scarpe all’ingiustizia e riordinar la storia tutta! E, come sia, faccian pure nonostante sia spostato, relegato là nel fondo e sminuito d’onorario! Ad ogni modo vi racconto. Da pochissimo in ufficio presso quello ch’è ‘l mio capo, senza un busso né permesso, educazione e criterio entra un giovane alle spalle! E non fiata, nulla dice! Dietro me si posiziona e comincia a ballare: su e là, di qua e giù! Vuol fastidio: il mio fastidio! E l’editore?, lui che fa?: niente più del niente!; pare pure per di più voler sbrigarmi quasi fossi un inetto mentre l’altro, alle spalle, sposta oggetti e tossisce e pesta piedi e strofina… una tortura! Un macello! Non lo guardo ma si sente, si fa sentire! E finito che ha con me, se trattatomi come marmotta, a quel giovane l’editore punt’attenzione, gli rivolge un sorriso, un inchino quasi fosse un Tolstoj! E mi levo, lascio il posto, riverisco con ossequi e tanti crismi d’ogni augurio sull’avvenire, poi lo vedo il giovinastro, il talento delle lettere: spilungone, rivestito largo sotto stretto sopra, luccicante: trenta buchi sulle orecchie, naso, bocca! Un viso stretto, anellini, catenelle, due pelucchi sotto il mento… insomma endemico!, da spavento! Mi guarda, no!: mi fissa come fossi il primo vecchio, ambasciatore del fallimento! Poi si siede al mio posto con un gesto da “finalmente”!, e dir seduto non è niente: si stravacca bellamente esclamando all’editore, ancor prima che fossi uscito, “è proprio strano quel vecchietto”! Ma si può? E se fosse solo questo non lo sfogo io m’appresto: c’è dell’altro, Sofia cara, molto altro! Per sbollire tale stizza esco fuori, ma non prima d’aver sorriso lietamente alle ragazze che lavorano alle bozze (almeno loro, voi sapete, sempre bene m’hanno accolto e lavorato) e scelgo il bar lì davanti, proprio in fronte al portone. Lì mi siedo, mi riassetto e mi portano un Lambrusco. Bevo calmo, ormai placato quando vedo balzar fuori dal portone indovinate? lo spilungone!, che parte ritto per chissà dove! Impettito, sì deciso, li travolge quei bimbetti allegretti sotto al portico, poco in là dal suo balzo. Uno cade, non è niente, ma paio il solo a scoprire tutto il dramma! Lascio il posto per dar mano al piccino… si adopra un bimbetto a gnaular se adocchia chi accorre per volerlo aiutar. Fermo in terra guarda me, che ormai lì son giunto, e singulta, lacrimette e singhiozzi. Quasi lo rimetto ritto che una mano me lo afferra: è la madre e mi guarda con disdegno! Una smorfia mi rivolge, tale aria da sfidante manco fossi un delinquente! Oh la donna come incolpa se ‘l suo occhio è sagrinato! Quasi fossi chissà che porta il bimbo via con sé: nello spaccio dal cui ingresso non l’ho scorta sbucar fuori. Intanto il giovane spilungone camminando lui si volta (accostare o fermarsi non ci pensa, non ci prova!) e mi guarda poi si rivolta con il capo che mosso e scosso fa: “no no no, ecco il fesso!”! Che indecenza, qual contrario si sopporta! E al bar son tornato con la stizza riavuta dalla tomba che tracciò la mia calma svigorita troppo presto. Torno al posto, forse lì si riavrà quella calma che porrà tutta la stizza nell’aldilà, ma che trovo? Il Lambrusco, a metà, se n’è ito!, dove? chissà! Cerco, zitto muovo gli occhi, scruto dentro nel locale e dappresso al bancone trovo là il cameriere: egli osserva mentre parla al padrone che si serra un po’ gli occhi, che mi sbircia mentre manda il garzone; questi approda un po’ incerto con un fare dubitante, sì comprendo il qui pro quo ma non dico, non reclamo il Lambrusco sparecchiato e lo pago con la mancia. Lui non fiata, non un grazie, un crepa o nulla, solo irride come a dire “Bene bene, che volete? Ora andate!” e intasca ritornando al bancone, col padrone sempre attento all’evento, con due occhi serratissimi pronti al “non si sa mai”! Cose assurde, dell’altro mondo! Pure il caldo sembra andar… Sento freddo, tremo tutto… e pensare che l’agosto d’altri brividi è garante; non la pioggia, non il vento che le braccia fa intrecciar, solo il sole in ‘sto mese si dovrebbe rintracciar! Che sventure Sofia dolce, che disastri! Darei fondo, v’assicuro, all’invenzioni del mio ingegno pur di scioglier, ve lo giuro, tale assurda realtà e poterla poi spiegar, ma sapete, cara mia, il buon Gaber lui cantò: “è più avanti la realtà” e di ragione ne trovò: son d’accordo oggi stesso dopo ore senza nesso!]*


20 agosto (sera)
*Pazientissima Sofia,
tal giornata fiata lezzo di sventura – avrete inteso! –, ma sapendovi sensibile, ed essendo io incapace a porre in fermo uno sfogo, tra parentesi ho inserito quel ch’è successo, raccontandovelo al modo del teatro. Spero ridiate del mio dì, davvero conto sul vostro riso (od un sorriso solamente) purché voi non abbiate a preoccuparvi per me; lo so bene il vostro cuore quanto a volte stia in pena per appena un nonnulla!: non pare questo il caso (anche se il caso, a dire il vero, escogitò arditamente dei tranelli per donarmi la mane dannata!)… Se penso che anche voi siete giovane, forse più del cafone spilungone, mi vien da apprezzarvi ancor più di quanto già v’apprezzavo prima! Guardo lui, guardo voi e mi si offre di scoprire (come fosse la prima volta – ma d’ennesima si tratta) l’aurea perla ch’è il vostro spirito! Come alla barca il faro è gemma, così voi siete stella che indicate a quale approdo devo sbarcar perché il tempo sia compagno, aiuto e mano per svelare il vostro cuore eterno e istante, danzatore tra gli specchi gatteggianti della vita! Del paragone, voi sapete, non si può mai fare a meno, e non l’amore molto fonda su chi è più e chi è meno? Se alla festa Romeo non fosse andato credete forse che la sua Rosalina avrebbe lasciato? Sarebbe stato redento Benvolio dalla colpa di un consiglio? Non saprei cara amica, non saprei… So però del vostro invito!, e non attendevo altro! Confidiamo in questo tempo così bislacco in agosto, ho saputo da oneste fonti che la rappresentazione sarà all’aperto. Già i ricordi di quando gustai la commedia (vent’anni fa ormai) s’avviano per prendersi cura del mio umore, che si divide tra nostalgia per l’età bella e le amicizie purtroppo sciolte. Ma qualcosa c’è ancora, se ben ricordo v’era un verso… sì: “cammina, dorme, mangia e beve come chiunque altro, ma questo non gl’impedisce d’essere molto malato.”! Ne son certo: tali battute avran diverso sapore dal mio tempo, forse forse insaporite ancor più dalla vostra compagnia! A domani!

Affezionatissimo Vostro, Doriano S


22 agosto
Che delizia Sofia, deliziosa Sofia!
Quale serata! Che rappresentazione!... e che Moliere! Uomini come lui, Shakespeare e altri non smetteranno di nascere, ve l’assicuro, ci credo e ringrazio il ventre che li partorisce! Siamo qui da neanche ottomila anni, in miliardi abbiamo camminato, ci siamo arrabbiati, innamorati, dolce Sofia, ma quegli Uomini sono meno di un milione eppure pare abbiano mani diverse dalle nostre! Per sempre dureranno le loro opere e non hanno inventato nulla: hanno semplicemente afferrato ciò che sta nell’aria e nel cielo, che sta ovunque e, per questo, quando ci mostrano quel che tengono in mano noi capiamo, diciamo: “è così!”! non si può dar torto a quel che respiriamo ma che non riusciamo a dire! Loro ci spiegano l’aria e si può star tranquilli che cielo ed aere non scadranno prima di noi!, ma mi domando quanto ci sia ancora da afferrare e se riconosceremo gli uomini con mani diverse dalle nostre… E da quale ventre è stato partorito il ventre che accomuna tutti questi uomini come fratelli? Chi sarà l’unica, squisita nonna degli Shakespeare? Dei Moliere?... Troppi pensieri Sofia, troppi! E sto divenendo ridondante… vi scriverò più tardi, perdonatemi.

O che ghiribizzo, Sofia, di lasciarvi uno scritticino, piccino piccino, tanto per spiegarvi quando mi vedete un poco giù! Per voi l’ho scritto, a freddo e con tanti, tantissimi aggettivi. Oh sì, lo troverete forzato, anche contorto, ma pazientate un pochino e leggete, ve ne prego, che forse un poco mi capirete.
Vi sono momenti, a volte, in cui i pensieri non è che scompaiano, ma paiono scompigliati tra loro;… senza rincorrersi restano lì, in una certa vaghezza e, quasi per dispetto, sembra non vogliano farsi tramutare in parola. In quei (questi) momenti avverto una sorda inutilità d’essere, un vacuo principio di caduta del senso d’ogni che e non intendo bene perché io scriva; non intendo neppure come riesca a disertare tale ambiente grasso d’apatia. Credo, a volte, d’essere malato, penso che sia il solo prescelto dal morbo, che solo sulla mia persona versi il suo veleno e che, perciò, non esista antidoto poi, inaspettatamente, mi pongo di fronte ad un foglio e scrivo: tutto riesce naturale tanto che non m’è concesso lo stupore per quell’ogni pensiero istantaneamente legato ad un altro, poi ad un altro ancora e via sugli “ancora un altro” per ore!: un flusso che procede su una imbattibile linea d’armonia!, e quando par terminare avverto un tal fremito, una tal contentezza e una tal levatura impadronirsi del mio animo che, guardando l’ogni che, che compone e correda il mondo, sento che potrei carpirne il meglio, che potrei compier qualsiasi gesto! di tutto del mondo potrei risolvere, e con uno charme inumano, addirittura divino! Non saprei in quale altra maniera spiegarvi, davvero non saprei: vi vorrei quando capita, ma non capiterebbe se voi mi foste accanto!, e non per causa vostra, non perché voi siete Sofia non si mostrerebbe, sembra, piuttosto, chiami la solitudine per emergere. Ma quando quell’estasi si sfianca nuovamente, a suon di ciclo, torno nello stato da me tanto odiato, e se, per caso, incontrassi qualcuno in quel momento, subirei il timore di non poter dire nulla di giusto o di simile al vero, avrei il timore d’apparire una maschera e lo noterei in quelli che incontro, che immediatamente si allontanano pur restando lì, si arginano; e, notando io stesso gli argini, altri timori senza voce e sordi e asfissianti si creano dal mio malato vizio, e mi scelgono. Forse sono fantasie anzi, certamente lo sono e certamente hanno l’inventiva di costringermi all’angoscia: sì, proprio angoscia!, ma cacciarli non posso! Intanto continuano a modificarmi, persino la voce mi lascia e si fa ribelle, mi riescono intonazioni acute, anche stridule oppure il fiato mi viene a mancare e ciò che in quel momento potrei dire risulterebbe forzato, così, chi mi è accanto, mi vede in maschera. Per svagare la tensione dei miei timori, che si sistema nel mio petto, provo di tutto, ma poco afferro di ciò in cui mi adopero. Prendo un libro ma le parole s’inseguono senza senso, egualmente succede con la musica. Una passeggiata mi farebbe bene, penso, eppure mi manca quella spinta per uscire di casa così apro un altro libro, altre frasi insensate e non ne esco. Sono gli stimoli che si sgonfiano e, girando in casa, provando di tutto, non si riabilitano, ma quando tornano da me, quando ne percepisco gli slanci vuoi perché ho casualmente immaginato un felice domani e vuoi perché, di conseguenza, i libri che apro riprendono il loro tono (come la mia voce) ritrovo il luogo della contentezza che mi fa sentire più che principale: libero di quella tediante vaghezza. In quel luogo rinato ogni poco che so e che ho imparato trova il suo posto, il suo preciso quartiere; ogni pensiero ritorna chiaro e, quasi quasi, fisico: pensieri e sapienza tornano ad essere una città dove posso aggirarmi tranquillo e sicuro d’aver residenza da un tempo ancor prima della mia nascita! So esattamente chi abita, com’è di carattere e chi conosce l’inquilino della casa che, magari, sosto ad ammirare; e della casa conosco androni, stanze e serrature, persino le cantine non mi sono ignote. Ma quando il luogo torna ad essere un paese mai visitato, le case si disgregano senza che io le veda venir giù; al mio sapere ed ai miei pensieri non è permesso neppure d’essere macerie, che, se lo fossero, potrei arrangiarmi a ricostruire pian pianino ogni abitazione della mia città, ma anche se mi fossero concesse quelle macerie sarebbe inutile siccome della città non conosco più la topografia, quasi le vie s’allargassero a tal punto che, ovunque mi mettessi, distinguerei, al massimo, un solo stabile, ed uno stabile solamente non basta per fare un quartiere, figuriamoci una città intera! Ho comunque riflettuto che, forse, quando non mi sono neppure permessi i resti della mia residenza, sia una necessaria ed involontaria incubazione del mio animo per far sì che una parte di me (e a me medesimo sconosciuta) recuperi i mattoni e ricostruisca la città; una parte alla quale, durante i lavori, non posso accedere: un infausto divieto! Ma quando il cantiere sloggia mi coglie la visione di un felice domani e, finalmente, riprendo il mio luogo! E gli stimoli, nuovamente nell’aria, si riprendono me; e così, allo stesso modo, casa mia, i miei libri, le spinte per le passeggiate s’invigoriscono di fisicità. Sofia cara, capisco che il mio racconto potrebbe impressionarvi, perciò preoccuparvi, soprattutto alcuni tratti oscuri e, forse, un pizzico perversi, ma, se può esser mozione per la vostra tranquillità, vi rivelo che d’ogni spina e d’ogni fragranza descritta nel mio racconto ho bisogno perché possa perdermi nel giardino che tanto, tantissimo da me si lascia amare! Siate certa di ciò e non discriminate tali malattie (se di malattie si tratta) ché, da queste, giardini si possono dischiudere e possono essere visitati e cantati da chi sano è e non può crearne! Sì, forse sono dei mali, il mio male. Il mio male… ricordo d’averne sopportato le visite già sin dall’adolescenza. Da più di trent’anni anni lotto muto con me stesso, proprio contro quell’altro me stesso che mi fa visita e che ormai si ferma per almeno sette mesi l’anno nel mio animo; del resto, dei mesi non conosco la lunghezza se non quella del calendario, al quale non presto attenzione dacché nei giorni di ventiquattro ore non trovo il mio tempo… evidentemente la mia psiche (la mia anima) si dilegua dagli imbrogli delle caselle, ma ancor più si dilegua quando il male piomba arcigno, eppur soffice di sorde spine, su me. Quanto sono sfiancanti, annichilenti e penose le condizioni di un male che – prima mentivo – non cade da chissà dove, ma si fuoriesce dal dentro di un’anima per divulgarsi nella stessa anima! Ogni quando il male viene a visitarmi, tutto mi svuoto, tutto perdo. Rimane una voglia di piangere, ma non piango, e non provo emozioni seppur tento di provarne. E più provo più la sensazione asfissiante nel petto si fa importante: le emozioni diventano piccole isole, ognuna per conto suo e tutte distanti da te, che stai su un non si sa che. Impotente nell’anima le noti, ma i dettagli, persino i contorni ti sono negati: la tua emotività è un alone, e tenti o di ricordare o di immaginare cosa potevi provare per cosa o per chi; ricerchi la consistenza delle tue isole, delle quali conoscevi ogni granello, esattamente come i palazzi di poco fa, e da una delle quali avresti potuto trasferirti all’altra, certo di riconoscerla e di poterci stare. Ma ora, più tenti e più ti sforzi, più una sola frase amplifica la sua ridondante ripetizione nella tua mente. E sarebbe, forse, sensata se tu non fossi un alone d’uomo, ma ora è solamente una nenia a cui cerchi il capo, da cui vorresti staccarti, ma non puoi. Più invochi un’altra frase meno quella che hai in testa si affievolisce, come se questa detenesse il monopolio della tua mente, ed il suo potere è di svuotarti di senso le parole. Quelle stesse parole che, quando funzioni, evocano così molteplici sensi e moltissimi stimoli, ora sono parole e basta! Provi magari a fare qualcosa per uscirne, con uno sforzo immenso. Magari provi a scrivere per ricreare quel che pare svanito, in questo modo provi a convincerti di riuscire a beffare il tuo male, ma è lui che ti gioca concedendoti la sola lucidità per farti capire che quel che hai scritto non ha senso, è scritto male o è scritto come quella nenia ripetitiva. Il male non ti concede neppure di somigliare alle frasi con le quali hai sprecato dei fogli: insensate, ma peggio. Ti gioca stabilendoti lì lì dal riprendere la condizione che ti ha tolto, quella condizione che quando decide di togliertela è una grave sorpresa, dove non ti è neppure permesso di stupirti; si stupiscono malamente gli amici con i quali ti eri proposto di trascorrere la serata. Si stupiscono a tal punto da evitare di rivolgere parola a te, che improvvisamente ti sei fatto alieno, a te che decidi d’andare a casa stanco per il tempo perso da loro. Arrivato a casa, appena la porta si chiude, o vai a dormire o ti aggiri senza sapere come reagire al fardello che ora ti pesa sul petto. Il fardello invisibile ed opprimente si allunga finanche alla mia voce, me la cambia tanto da non lasciarmi cantare. E mi sudano le mani, il tempo del mio piede non si accorda con la chitarra di corde improvvisamente sconosciute alle mie dita. Sento fissata cupa e irremovibile una tristezza angosciante nell’animo, e non c’è motivo alcuno: la mia vita è grandiosa, dell’esistenza mi ebbro e non uno spavento s’è mai accomodato tra la mia quiete! In quelle ore manca la forza per essere davvero angosciati e davvero tristi, e non si è, infatti, tristi sino in fondo, questa tristezza riesce a prevaricare ogni meccanismo interiore, come se avesse bucato il fondo del mio animo e gli si fosse nascosta dietro, e da quel dietro riuscisse a togliermi il fiato e la coscienza di me in me e di me nel mondo. E sono solo, vivo solo da sempre, da sempre convivo con il mio male. Se ci fosse qualcuno accanto a me non potrebbe fare nulla e, che si sappia, Cristo non ha mai guarito da questa infermità, che dicono essere del nostro tempo. Desidererei un Cristo odierno per comprendere se la sua parola può sollevarmi. Ma lo vorrei quando sono granello delle truci ore, ne studierei il volto per afferrare se gli evangelisti hanno taciuto i suoi insuccessi.
In quei momenti ho un governatore infimo e impassibile, che ti toglie tutto, lasciandoti solo una intima, profondissima incertezza d’esistere. Non conosco altra malattia capace di procurar ciò, non lo so proprio, e non avanzate la cortesia d’un consiglio inutile quanto indicarmi d’abbandonare la vita mia quasi emarginata per approfittare del mondo, per mischiarmi ad esso; e credetemi quando sono io ad avanzare un po’ di sincerità nel dirvi che anche quando le sue visitine si sfocano riesce, comunque, a farsi sentire latente. Magari sono troppo impegnato a combattere contro me stesso per mischiarmi col mondo, forse non c’è salvezza… Gli amici Dostoevskij, Gide, loro mi aiutano, ed il loro aiuto si condensa tutto nello spiegarmi cos’ho. Sanno così bene fornire al male un corpo letterario. Un tempo pensavo che con un corpo davanti avrei saputo dove dover colpire per fiaccarlo casomai fosse tornato da me. E torna ogni volta… ma quel corpo tanto chiaro prima, si sfuma man mano che incede in me. E riempirsi di libri, usarli come muro, circondarsene, pensare che “forse, quando torna, non mi troverà nascosto in questa trincea e sceglierà qualcun altro” non serve: egli scavalca e ti trova sempre, ingannandoti comunque col suo sortilegio: “io non sono una malattia, è una tua fissazione”, questo l’inganno più atroce per il tuo essere. Lui ti arreda l’animo con tante piccole convinzioni da esposizione, tanto esposte che non ti riconosci più se non le hai intorno. La più pregiata delle convinzioni è forse il raggiro ingegnato per consumarti senza che tu possa esclamare “sono malato!”; no, tu ti credi sano invece, credi davvero che il tuo sentirti, le tue ore da sdraiato senza poter far nulla, le ore seduto dinnanzi al tavolo senza voler nulla spostare siano la condizione comune degli esseri umani; credi che il tuo malamente sano riguardi tutti, che questa sia una legge di compensazione per giustificare la favolosità della vita… quando c’è. Il male forse scavalcherebbe persino meglio se voi doveste sparire dalla mia esistenza, ma le sere come ieri tengon dentro una bellezza assai più resistente d’una trincea di carta.

Scritto maluccio, lo capisco, e non chiedetemi nulla più, un piccolo capriccio quello di lasciarvelo! Sapeste che emozione ieri a teatro m’avete provocato! La manina, il monile! Che ricordi! Già dieci anni fa tendeste un regaluccio per me, ma allora avevate appena sei anni, e forse allora non mancai così d’improvviso come ieri sera, quasi scoppiavo per l’emozione! che se non mi fossi seduto con la scusa dell’età mi sarei trovato lungo disteso lì, sulle scalinate, tra la gente che, a parte la commedia, avrebbe avuto altro da favellare qua e là a parenti, amici o chissà chi altri! Oh che gesto! Un sassolino, un monile! Ma che letizia!, e che lezione di memoria! Allora mi accompagnai con voi e i vostri genitori – che Dio li abbia in gloria – su per la basilica della Madonna di San Luca. Quasi al termine del lungo colonnato voi raccoglieste un sassolino colorato, un pezzettino di vetro levigato, e me lo portaste. “Prendete Doriano! Dai!” tutta impettita, da signorina navigata! Vidi la grande anima di vostra madre, sempre qualche passo dietro voi, mostrarsi sorridente chinando un poco la testa, con occhi tanto grandi e pieni d’una memorabile luce tra la sofferenza e la gioia, e ricolmi d’un intenerito sorriso. Vi lasciò tutto il dì a scorrazzare su e giù, non una volta vi disse no, e sapeste quanto il suo cuore mi fu chiaro quel giorno! Lo sentii desiderare di prendervi e baciarvi tutta a voi che eravate contenuta in un vestitino celeste sempre sporco senza volerlo! E come era facile farvi abbandonare quell’atteggiamento da signorina e rivedervi bambina quando, di proposito, sbagliavo il vostro nome e voi “Sofia!”, “ma sì, ho capito – dicevo – Mattia!”, “no no no!!” vi arrabbiavate, tutta rossa cercando di farmi dire, finalmente “Ah, Sofia!”. Così, in chissà quale modo, tornavate felicissima a sporcare un altro po’ il vestituccio, che proprio non ce la faceva più dei vostri ruzzolare di qua, girotondare di là! Però tornavate sempre e sempre vi indispettivo, e più vi tormentavo più voi tornavate, e più mi affezionavo a voi, alla vostra famiglia. E ieri sera come avete smosso quelle rimembranze! Ma, a differenza di quel tempo, non so per quale motivo vi siete come cambiata d’umore quando è arrivato il vostro amico. Se mi aveste detto che avevate invitata un’altra persona certo sarei stato più pronto e meno sorpreso, ma non questo mi ha angustiato sul momento. Solo non ho compreso come mai il vostro sguardo sia mutato così repentino, quasi sembravate stranita, fuori luogo all’avvento del vostro amico, quasi foste a disagio. Un attimo solamente poi i vostri occhi han ripreso vita e la serata è ben proseguita, tra applausi e battute. Persino il povero attore sul palco che, per un istante, s’è come smarrito scordandosi la parte, non ha sciupato nulla anzi, una sfumatura in più sembra aver donato all’intero spettacolo! Al termine di tutto, però, è tornato il vostro sguardo. Quando abbiamo salutato il vostro amico – parsomi stranamente interdetto per qualcosa – un certo non so che è caduto su voi e, accompagnandovi sino a casa di vostra zia, non una risata, un risolino v’è sfuggito. Che vi ha sorpresa? Parlatemi ogni volta che i vostri pensieri si fanno nebbiosi, tenetemi le mani come ieri sera avete fatto, sino a quando non è giunto il vostro amico, ve ne prego! Senza le vostre parole e, soprattutto, senza le vostre mani le mie non saprebbero quali meraviglie vi sono nel mondo e temo che, se non sanno, cercherebbero di cascare. Ma una cadrebbe e l’altra soffrirebbe ancor più volendo cadere e non avendo mano che l’aiuti a farlo; una perirebbe senza cogliere e l’altra sarebbe condannata ad invocare aiuto; una smetterebbe d’esistere, l’altra esisterebbe solo nel suo dolore. Che siano benedette le vostre mani ché porgono alle mie la forma, il calore e la sostanza della bellezza! Mia lodatissima Sofia, parlatemi sempre!, anche quando sembra che vi saluti, come ora, parlatemi ancora, ancora stringetemi in quest’ora che l’idea d’un racconto è venuta a me e, quando su carta sarà impressa, a voi verrà concessa, sicuro che nella vostra lettura nulla verrà scontato e null’altro che intelligenza s’approssimerà all’idea ormai vostra!

Servo umilissimo, Doriano S


23 agosto
Ciao Sofia, questa cosa dello scriverti non so come prenderla… però ci provo. Non so come ti sia venuto in mente chiedermi ‘sta fatica, lo sai che leggo poco e scrivo ancor meno anzi, leggo solo quello che scrivo, e pure male. Ma tant’è…
Di teatro non me ne intendo mica tanto però lo spettacolo mi è piaciuto anche se alcune cose non le ho capite. Il signore che mi hai presentato mi è stato simpatico da subito, anche se è un po’ strano e prolisso, per quel poco che ci siamo parlati. Da come già altre volte mi hai detto lui era molto amico dei tuoi genitori e ho capito che ora ti aiuta economicamente, ho anche capito che fa lo scrittore, ma non mi è chiaro perché durante lo spettacolo guardava il palco poi si guardava le scarpe, palco e scarpe. Io continuavo a vedere, con la coda dell’occhio, la sua testa che si alzava e si abbassava… ma si guardava le scarpe o cosa? È l’età? Non mi sembra così vecchio, forse li porta male ma sarà sulla cinquantina al massimo e l’impressione che mi ha dato è quella di uno che non tira fuori il discorso dell’età per avere ragione su quelli più giovani. Quelli lì proprio non mi vanno giù! A sentirli sembra che l’età loro sia qualcosa che si sono costruiti con le proprie mani e te la schiaffano sui tuoi miseri vent’anni “ragazzo che non sei altro”! Si scordano sempre che non l’han mica chiesto loro quando nascere, è una cosa che gli è capitata e invecchiare non è la conseguenza del loro ingegno. Non penso che ci debba essere vanto in qualcosa che è venuto a sé. Se proprio uno vuole vantarsi o farsi grosso di fronte a qualcuno, che almeno adoperi i frutti del suo ingegno! Sarà che forse mancano ingegno e capacità in chi usa il pretesto dell’età per azzittirti! Sarà così, sarà!
Cosa dirti? Ho incontrato Marco stamattina. Aveva la guancia tumefatta! Già avevo sentito del suo incidente, ma non credevo fosse così grave, dovresti vederlo! Mi ha spiegato per filo e per segno cosa gli è successo, e senza arrossire, senza vergogna. Lui è fatto così: sa raccontarti ogni sua vicenda, soprattutto le più ridicole, come fosse qualcosa di cui andarne fieri; e quando te le racconta ti fa sganasciare, non si può dire che non sappia raccontare. Allora… un paio di settimane fa ha conosciuto una, che non ho capito chi sia, ma non importa. Ecco, ha conosciuto questa qui e si sa: lui è strano, in questo periodo va spesso al lago, di notte: prende la sua bella barchetta e va. Pensando di stupire la ragazza ha pensato bene di portarla con sé, e questo una settimana soltanto dopo che si erano conosciuti, dove non si sa. Sono lì sul lago, sotto le stelle, tutto va bene poi PAM! un sasso gli arriva dritto sulla guancia! Lui perde l’equilibrio (dice che era in piedi a declamare una poesia) e cade in acqua facendo rivoltare perfino la barca con la ragazza sopra! Tutti a mollo, ma non è finita! Nell’agitazione di risalire sulla barca fa un occhio nero alla ragazza e in più, credendo che tutta la vicenda sia colpa di questa qui, si mette ad imprecare contro di lei, le tira dei gran insulti mentre stanno ancora lì a mollo! Assurdo! Lui, sai, è impulsivo: fa del gran baccano, urla e si sbraccia poi si calma e chiede pure scusa, così si è calmato quando ha capito che si erano avvicinati troppo alla riva dove c’erano dei ragazzini che giocavano a far rimbalzare i sassi sull’acqua. Già è strano che vadano di notte a far quei giochi lì, ma mi sembra ancora più assurdo che lui non li abbia sentiti! Che non li abbia visti ci può anche stare: era buio. Secondo me hanno giocato al tiro al bersaglio, magari lo sentivano poetare e così, seguendo la voce, hanno iniziato a tirare sassi sino a quando non l’hanno centrato! Comunque la ragazza non si è fatta più sentire e lui è rimasto con quel bozzo simile a quello che aveva quando mia cugina Anastasia me lo presentò, però quella volta era sull’altro lato e non perse due denti come stavolta! Voglio proprio vederlo quando gli sarà passato il gonfiore e riprenderà di nuovo a ridere, ci sarà da scompisciarsi! Già che ha una faccia strana, appuntita sul mento e sugli zigomi, magrissimo e gli occhi azzurrissimi, senza scordarci della testa stempiata con i capelli fini, radi e folti solo nei punti dove sono meno biondi. Chissà cosa si inventerà per farci ridere! Adesso quei due denti che mancano non si fanno vedere, ma quando saranno lì a portata dei nostri occhi…!! Non so che altro dirti, quello che so è quel che sai, quindi si sa abbastanza per tutti e due; sono arrivato al fondo e morta lì, queste le novità. Ti saluto!
Francesco D


25 agosto
Oh Sofia, madonnina!
Si trovan giorni in cui si spera di raccontare o, almeno, di trovare poche e sparse parole per tentare di sboccare quella densa, tetra nebulosa che si agita e brancica dentro al cuore, ma nulla viene. In questi striscianti giorni, in questo indesiderato momento una stanca e innominata pulsione frena e affatica quel punto di vista che è mio a tratti, a tratti per caso e a tratti per… cosa non so. Ma è mia la zona di quel punto dove starci fa somigliare ogni movimento del presente alla misericordia, alla lentezza sollevante della pazienza, alla liberatoria carezza di una scelta diversa che si sa che c’è e che si può cogliere appena si vuole, anche per frullo; ma per quanto possa dichiararla mia, per quanti tipi di grida e proteste possa inventare e indirizzare per tenerla qui da me, a qualcosa vicino al niente servirebbe e se ne andrebbe così di sguiscio. E la rabbia è mossa proprio da quel qualcosa tra te e il niente, quel qualcosa che non è mai abbastanza piccolo o corto per poter esultare con un “finalmente abbiamo un niente!”. No, è proprio quel niente che non si raggiunge, che non si cristallizza pienamente, che fa arrabbiare!, che alla rabbia sostituisce, nell’animo, un molle squarcio col fondo più molle del dolore più sordo e soffocante. In questi momenti non c’è niente da fare: la zona, il tuo punto di vista svanisce e devi sorbirti i mastodontici movimenti del presente e non si sa se la scomparsa del punto di vista sia frutto d’una esperienza appena vissuta. Non si sa affatto! Forse sì, forse è stata la visita di Armando a spostarmi la zona da sotto la tranquillità.
Costui, voi sapete, è un amico di data antica. Ogni tanto vi ho accennato di come noi, da ragazzi, discutevamo i libri che ci capitavano tra le mani, e non si comprendeva mai appieno come riuscissimo a trovarli, ancor meno si capiva il senso del nostro discutere che giocava all’equilibrista tra una frase, che nel cuore nostro s’era accampata, ed un’occasione per poterla dire. Rammenterete anche con che impulso vi raccontai di quando tentammo Praga, di quali battute riempimmo il museo delle torture o di come lui, se non fosse stato bloccato, si sarebbe arrampicato su per il campanile vicino a piazza Stanislao, esattamente quel campanile dove per cucù son posti dei particolari pupattoli. Certo era ebbro, non ricordo chi di noi due si fosse concesso di più alle bottiglie, ma rammento la calma con cui mi consigliò di distrarre la polizia che poteva esserci lì intorno, ed io suggerii che avrei potuto ballare come un giullare davanti ad una gioielleria, e così feci, attirando su di me proprio gli sguardi d’un paio di poliziotti che, poco distanti, controllavano la piazza. Questi chiamarono altri colleghi e, sgomitando tra l’incuriosito gruppetto di turisti che, intanto, come una corona attorno al mio brillo ballo, s’era messo a battere le mani. Quasi mi presero, ma riuscii ad infilarmi tra loro e, zigzagando, provai a distrarli pensando di far trovare il tempo ad Armando che, da un quarto d’ora ormai, stava incespicando sui suoi primi cinquanta centimetri di parete. Un poliziotto per pochissimo non riuscì ad acchiapparmi e lo stesso, non so se subito dopo avermi lisciato, adocchiò la grande figura impacciata del mio amico che stava ancora annaspando ai piedi del campanile. Tutti capirono tutto e mi lasciarono perdere preferendo Armando a me! Cercai di correre verso di lui ma arrivò prima il poliziotto che si era accorto di tutto. Lo prese per la collottola appena un attimo prima che arrivassi io fuori controllo, appena un istante prima che arrivassero gli altri poliziotti. Sbattei contro la schiena del poliziotto, perse l’equilibrio senza mollare i novanta chili di Armando, che lo schiacciò e, nella foga di rialzarsi, Armando perse da sé nuovamente l’equilibrio cozzando contro gli altri uomini in divisa che non riuscirono a scansarsi; uno solo di loro restò in piedi, ma non per abilità, bensì dovette ringraziare i suoi chili che l’avevano fatto attardare rispetto agli altri, ed ora cercava un po’ di rialzarli e un po’ di piegarsi sulle ginocchia per riprendere fiato. I turisti che avevano seguito tutto applaudirono in preda ad una spettacolare esaltazione e noi fummo portati in questura. Data l’età nostra ci raccomandarono appena una lavata di capo che, al momento, ci parve tale che ci convincemmo d’aver sovvertito, con la nostra incoscienza, ogni regola e legge del mondo e che mai più sarebbe esistito quel che sino ad allora conoscevamo ed indicavamo come bello ed eterno. Uscendo a capo chino e col cuore ancor più chino, ci parve che il mondo intero, assieme a tutte le persone, avesse preso un aspetto grigio e sgonfio e che per noi non ci sarebbe più stato spazio, non c’erano più turisti ad applaudire; nel grigiume, pensavamo, non sarebbe esistita grinza che avrebbe voluto accoglierci e che solo ci sarebbero state concesse delle bolle deformi gonfie di nebbia e tormenti. Eravamo giovani, giovanissimi e, per quanto anche la più avvilente delle emozioni potesse avere la potenza della nostra gioventù, tanta da atterrirci nel più profondo e facilitata dall’assenza di quella scorza che si fa nel cuore man mano che si diviene grandi, cambierei gli ultimi vent’anni della mia vita per venti giorni in balia di quelle emozioni che, un attimo dopo averci “uccisi”, potevano librarci come fossimo anime elette e padroni e fratelli d’ogni essenza delle cose. Proprio quell’età state vivendo voi, Sofia, e non immagino che possiate intendermi; oppure, Dio sa come, potreste capirmi ancor meglio di quanto io ricordi quelle emozioni desiderando, magari e persino, barattarle con le mie di ora… non saprei. So decisamente bene di come tutto ciò sia trascorso e di come, da poco più di vent’anni, Armando mi fa visita quella volta all’anno, quasi questo tacito appuntamento avesse preso il profilo dell’abitudine e, questione più fine, sembra che l’intervallo tra un incontro e l’altro sia calcolato, non si sa da chi, a puntino perché ognuno di noi possa rilevare sul viso dell’altro la prognosi fisica del tempo. Così ieri sera i nostri visi si sono affacciati sui nostri giudizi e sapeste come cade il mio respiro nel rievocare l’incontro, la cena! L’agio dell’inizio, perfino una punta di euforia per l’aver compiuto un passo in più tra la tela leggera e vincolante della più che ventennale amicizia, rendeva raggiante di significato ogni sua parola ed ogni mia veniva naturale, senza sforzo. Lo stare in piedi, prima sull’uscio poi nel mio cucinino, manteneva solide le parole che, tra l’apparecchiare tavola, tra il passarsi le posate e sistemarle dividendosi quel lavoro, si facevano via via più fluide e ricolme di allegria, poi ci sedemmo e l’intero appartamento con tutti i suoi oggetti mutò in cella per entrambi. La cena, il cibo divenne un sottinteso pretesto per non parlare, dedicandosi solo, con l’attenzione più sottile e caparbia, a farci assorbire dalle forchettate che, pesanti e controllate, nel piatto infilavano un boccone, lo sollevavano e lo portavano alla bocca. Un “mah…”, “sì, è così…”, “certo…”, una risata macchinale frenata dal bicchiere sollevato, spostato, riempito ancora un po’ “Vuoi?”, “Grazie.”, si sostituirono alla mia euforia. Ogni tanto, per sbaglio, un incrocio di sguardi subito abbassati, un incontro degli occhi che chiama, con tutta la pienezza del silenzio, libertà da quella lontananza che non si ha neppure voglia di ridurre; eppure quel bosco di foglie tenute su da migliaia di spaghi non lo si sarebbe abbandonato: evitarlo, dopo tutti questi anni, sarebbe come rinunciare di far parte di qualcosa che, anche se ha un nome che non si può dire, fa comunque sentire che siamo vivi.
La cena è poi terminata, nuovamente ci si è alzati, ma le parole son rimaste là, sotto le sedie. Ancora ci siamo trattenuti per una mezz’ora poi l’ho accompagnato alla porta, una pacca sfinita, saluti come macigni, il tempo che si dilata come l’elastico di una fionda che, appena chiusa la porta, scatta con sollievo. Un ultimo saluto che è uno sguardo in basso, più giù dei piedi, forse per riprendersi e risollevarsi per meravigliarsi del mondo nuovo quando lo si vede dopo che si sono sentiti i passi dell’amico scendere le scale, allontanarsi con la porta alle spalle. Il mondo nuovo mostra, però, la sua deviazione e ti fa credere che quell’amico si sia come fissato su un punto della strada che si percorreva in due, dove solo noi siamo avanzati mentre lui, laggiù, non può più capire quel che noi abbiamo qui davanti e noi, del suo davanti, possiamo capire tutto siccome già l’abbiamo superato. Come si può, cara Sofia, concepire l’esistenza come una strada dove gli uomini camminano, alcuni accelerano, altri corrono ed altri ancora sostano? Forse sarebbe saggio sognare più vie, e se l’amico sta laggiù è perché ha scelto un’altra strada… ma com’è impossibile pensarla così quando l’amico ti è davanti! Lui, si crede, non pesterà mai una strada più dotata di emozioni, sorprese e dolori della nostra, e non meno segnata di sacrifici, silenzi e amori smarriti, incapaci e letali; cosa ne sa l’amico di quel che si prova al di qua della porta quando gliela si chiude dietro? Forse sforzarsi di tracciare per astratto un’esistenza come un vastissimo districo di vie, ma mai abbastanza vasto da non essere racchiuso in una anello dal diametro smisurato, potrebbe scardinare le porte del nostro sapere e fiondarci in un centro perfetto. E l’anello potrebbe non essere un limite, ma una fede… che la morte sia tonda come una vera? Sofia, mia pupilla, della via da me battuta so ben poco e so ancor meno se si biforcherà ancora o se, invece, è prossima la parete interna di quel temuto e tanto cantato anello forgiato di scuro e di viola, di meno ne so della dedica che incontrerò, dell’incisione che mi sarà assegnata… forse avrà i caratteri della colpa che provavo quando Armando era qui. Una colpa per una, chissà, distrazione nella nostra amicizia o per una costante indecisione nello scegliere quale delitto ho ascoltato per seccare i tempi d’oro e spensierati. Ma, magari, sarebbe ancor più delittuoso costringersi a praticare la via di una persona, che crediamo stia laggiù, per ottenere redenzione; talmente delittuoso che il diametro della propria, smisurata fede potrebbe diminuire a tal punto da non lasciare neanche più la parvenza di aver camminato per un poco sulla propria via, e la contrazione dell’anello sarebbe tanto infermabile e asfissiante da far finanche soffrire chi la nostra via avrebbe voluto scegliere.
Per questo mi manca il cuore di poeta. Non ho cuore capace di sorprendere e sintetizzare l’ambiguità dell’esistenza! Che Dio ce ne mandi! E che noi, privi di cuore, possiamo non scordare quanto siano rari quelli puri e non grandi, come insegnava la tormentata Alissa francese; che possiamo, noi senza cuore, ricordare a quali occhi l’infinito ha ammiccato e in monumento innalzarli sperando, poi, che lor pupille sprizzin ancora i bottini d’una caccia lunga tutto un tempo e che sa di verità! Ma il nostro Signore par parco di loro, tanto da discenderne due, forse tre ogni secolo e, chissà se per un poeta vivere sia tanto necessario quanto noi intendiamo la sua vita…
Modestissimo Vostro, Doriano S

P. S. Non badate troppo alle mie speculazioni, piuttosto ho saputo della vostra amica Anna! Testimoniatele i miei più preziosi e vivi auguri ed avvisatela che presto, molto presto, le farò visita, ma non ditele che ho comprato un piccolo cadeau per la piccina Benedetta! Si tratta d’una sciocchezzuola, un giocattolino tutto colorato! Mi domando se i colori serviranno per meravigliarla, mi sembra d’aver letto che i neonati non li distinguono da subito. Da subito il mondo appare loro in bianco e nero poi, man mano che crescono e la loro vista si sviluppa, arrivano a distinguerne i colori. Forse erro, ma se così dovesse essere penso ai Vangeli ed all’amato Gide che notò come, nei quattro rapporti sacri, non si facesse riferimento ai colori! Che agli evangelisti, in affinità con i neonati, il mondo apparisse in grigio?


28 agosto
Incantevole Sofia!
Che splendido dì! Stamane ricevo un messaggio: il mio editore mi vuole, “questioni importanti” dice. Subito il mio cuore s’è stretto tutto, subito il fiato m’è mancato! Da prima di subito ho creduto che mi convocasse per spostare ancora più in là mia rubrica, laggiù dove stanno gli annunci matrimoniali, dove la straziante disperazione delle persone sole chiude un giornale che comincia con disastrose cronache, magari con un nefasto delitto passionale; ho addirittura creduto che la mia rubrica, l’amatissimo mio impiego potesse essere…, che io potessi essere… non riesco a confessarvi un’ipotesi così disgraziata! Con tutto me stesso e con tutta la mia immaginazione non sarei mai riuscito a inventare quel ch’è accaduto oggi alle tre, quando, finalmente, ho incontrato l’editore e, con tremore nell’anima, gli ho stretto la mano. Un’altra chiamata! Come l’altra volta! Che inquietudine! L’ho seguito sino all’ufficio, ho cercato la poltrona, lui ha chiuso la porta, è andato al suo posto dietro la scrivania e, nel mentre che si sedeva, mi ha mostrato un sorriso tirato, poi ha preso una cartellina, ha tirato fuori due fogli e se li è messi davanti, si è chinato un po’ per aprire un cassetto, ha rovistato un attimo ed è uscito con una scatoletta di graffette, ne ha tirata fuori una, l’ha puntata ai due fogli che ha rimesso nella cartellina risistemandola dove stava, ha chiuso la scatoletta, si è chinato di nuovo, ha chiuso il cassetto, si è levato, mi ha sorriso nuovamente e mi ha parlato: “la rubrica resta dov’è sempre stata.”! Tutto com’era prima Sofia! Sapeste che sollievo! Nessuna riduzione di stipendio, nessun accomodamento di fortuna! Mi ha persino spiegato dell’incidente dell’altro giorno, di quando suo figlio Mattia è entrato in ufficio. Mi ha raccontato di come qualche mese fa ci fu un litigio in discoteca, della spinta che il povero figliolo ricevette, della mala caduta, del colpo alla testa contro un gradino, di tutta l’angoscia e la stanchezza sopportata in quei trenta e passa giorni all’ospedale, della speranza che si risvegliasse, di come il figliolo non si sia ripreso del tutto, scusandosi ancora per l’altro giorno quando si è presentato così, dovendo per forza ascoltarlo e soddisfarlo accondiscendendo alle sue improvvisate, di come se avesse ancora una moglie o una famiglia potrebbe riuscire a vivere con più calma, di quanto sia stato arduo far ricordare a quel benedetto figliolo che sua madre non c’era più da quattro anni ormai, di convincerlo all’inizio che lui era suo padre che sennò il giovane non ci credeva, non si fidava, non lo riconosceva e gridava il nome della madre, ma la madre non arrivava ed allora allontanava tutti, e qualcuno, come i suoi amici, si è allontanato per davvero trovandosi ora, poverino, con il solo padre esasperato per le visite improvvise, che se non fuggisse ogni volta dall’istituto non ci sarebbero problemi, e anche là gli assistenti fanno quello che possono, per carità, fanno anche troppo visto quanto poco sono pagati e quanto poco importi ai medici, che certamente ricevono più di loro perché loro, i medici, hanno studiato, ma non devono cambiare, pulire, imboccare o fare il bagno il bagno i malati, è già tanto se provano a curarli, ma non sono lì quando i familiari vengono e, magari, la loro povera creatura ne ha combinata qualcuna senza che nessuno potesse farci niente, va’ a spiegare ai poveri genitori e parenti cos’è successo senza che poi, finito l’orario di visita, si allontanino con la preoccupazione e la rabbia nel cuore per quell’istituto pieno di inservienti disattenti e incapaci…! Sofia dolce, tutto questo mi ha raccontato l’editore, e come, con quale sorta di abitudine me l’ha confessato. Chissà quante volte avrà dovuto mandare via di fretta qualcuno per ascoltare suo figlio, per forse rassicurarlo, promettergli che avrebbe certamente comprato quella cosa lì, quella che ora non gli viene il nome e che, dopo un po’, si capisce che era un bicchiere colorato visto su un giornale su all’istituto, e che gliel’avrebbe regalato tra una settimana, quando sarebbe, cioè, stato il suo diciassettesimo compleanno (anche se l’ultimo l’hanno celebrato appena due settimane fa); chissà di quanti frammenti o persino vite intere si compone l’esistenza di una persona, e chissà di come quella persona debba continuamente, e con immensa costrizione per la sua anima, impegnarsi ad aggiustare, ordinare, sistemare, riprendere, scovare frammenti della propria vita mentre si concede a noi cortese, sempre disponibile e generosa, mai maleducata persuadendoci paradossalmente che per lei non esistano magagne, che la sua vita sia tutta d’un pezzo e che mai e poi mai saprebbe che significa piegarsi ad inseguire i frammenti della propria esistenza che non vogliono proprio comporsi così come noi vogliamo! E, invece, un frammento alla volta l’esistenza se ne va. Per battersela sceglie quelle vie che stanno all’ombra dei nostri continui tentativi di composizione, più si tenta e più l’ombra dilaga attorno a noi!, più le vie si fanno numerose e meno notiamo le spalle di quell’esistenza, che se almeno le notassimo sapremmo dove inseguirla, magari scopriremmo persino come acchiapparla e trascinarla fin dentro il disegno che da una vita perseguiamo! Ma io ho voi Sofia benedetta! Cosa m’importa dell’esistenza con voi accanto! Con voi l’oscurità s’attenua, si rischiara, brilla sulle vie e non lascia scampo all’esistenza che si concentra nel vostro essere al mondo! Se solo il mio editore avesse una Voi che l’ascolti, che gli sorrida col vostro sorriso speciale e nuovo ogni volta che me lo decidete!, se solo non l’avessi frainteso, se solo le brutte notizie non c’incastrassero a tal punto nelle nostre gabbie da farci soffrire tanto che ci si appanna la vista ed il cuore con le lacrime che, in quel momento, sgorgano da ovunque tranne che dai nostri occhi, scrupolosi all’assurdo per trovare un motivo alle sbarre! Se solo tutto questo, l’altro giorno non avrei neppure sentito freddo! Per di più non ci si accorge quasi mai di quanto un’anima di fronte a noi sia martoriata, quanto sia anche stremata, si preferiscono quasi l’invida e l’odio alla comprensione, sembrano, questi, sentieri più semplici e spontanei; la comprensione per il martirio altrui chiama un che di innaturale, di faticoso, chiama un lavoro che non si vuole, ma che se si sostenesse forse si smetterebbe di pensare al proprio dolore come il solo principe degno dei nostri affanni e della nostra attenzione; forse da principe il nostro dolore diverrebbe secondario e non gli baderemmo più tanto, tanto che inizierebbe a risolversi da solo, a svanire da sé!; forse, però, le anime libere, quelle che non vogliono principali per chissà quale paura, non sono molte, forse il regno di quel principe non smetterà mai il suo territorio e chi vi vive continuerà a fraintendere il lampone con la mora, chiamando rosso quel ch’è nero, chiamando amore quel ch’è dolore.

Fedelissimo Vostro, Doriano S



30 agosto
Sofia gentilissima!
Mi spiace all’infinito per ieri! Chissà che avrete pensato, come mi avrete inteso, ma proprio non potevo fermarmi! I negozi già stavano chiudendo, anche la farmacia, e la signora Berenge aveva bisogno delle sue medicine, ultimamente ha preso a tossire più del solito ed il figlio è dovuto partire per un corso, non so bene di cosa si tratti, ma starà lontano per un mesetto e sua madre non ha nessuno, così mi occupo io di procurarle la spesa, le medicine e tutto il resto. Non solo io, ma quasi tutti i condomini che sanno di lei se ne prendono cura, a turno le facciamo le commissioni e quando rincasiamo gliele lasciamo davanti alla porta, non esce mai quando il figlio non è con lei, però la sento, di sopra, che tossisce, che sposta qualche sedia, che mette in ordine. Capita, invece, che quando il figliolo è a casa la incontri lungo l’androne e mi fermi a far due chiacchiere e ad aiutarla se tiene qualcosa in mano. Brava signora, sempre allegra, mai una volta che l’abbia sentita lamentarsi di qualcosa; la sua voce un po’ rauca, un po’ di raucedine, è inconfondibile come è inconfondibile quel suo parlare un po’ di italiano e un po’ di dialetto, cortesissima e piena di memoria: non è mai capitato che si scordasse un evento, che non sapesse quando è stata l’ultima nevicata o l’ultima calura di quel tipo che in quel periodo sta facendo disperare tutti! Col tempo l’ho imparata ed ora, persino dal mio appartamento, riesco a riconoscerla dal ciabattare in cantina poi, quando ha fatto, risale, magari tiene una borsa con delle cipolle o qualche altra verdura, che dondola e sfrega contro le pareti delle scale che vanno di sotto, arrivata in cima tossisce un paio di volte (inconfondibile!), richiude la porta che scatta tanto forte che risuona sino all’ultimo piano, e riprende a salire sino al terzo. La vedo così magra con le borse attaccate alle braccia, i capelli mai fuori posto, la collanina con l’acqua marina che spunta dal piccolo collo; la vedo così da quando abito qui, da più di dieci anni ormai, da quando suo figlio aveva, se non mi confondo, quindici o sedici anni e già allora si prendeva cura di sua madre, bravo ragazzo, ha preso tutto da lei, non c’è traccia di spregiudicatezza in lui, nemmeno mi ricordo se da ragazzino ne ha combinata qualcuna, non mi sembra. Ma non vorrei annoiarvi con le mie questioni anzi, ne approfitto giusto giusto per invitarvi stasera a cena in un grazioso localuccio che ho scoperto da pochissimo!, e non preoccupatevi: il mio posto ce l’ho nuovamente ed è per ciò che vi invito: dobbiamo festeggiare e… sì, devo assolutamente farmi perdonare per ieri, per la fretta e tutto il resto! E già che vi invito approfitto ancora per farvi a conoscenza di un’ideina direi splendida e incantevole come voi, è tutto il giorno che mi svolazza per la testa! Mi sta in mente da appena sveglio, proprio come certe mattine quando scendo allegro con una canzoncina già sulla bocca! Ohi ohi, però ora non ho tempo per spiegarvela, sono già le cinque! Che disgraziato che sono! Stasera vi dirò tutto! Tutto quanto! Ve lo prometto! Venite, ve ne prego, e mettetevi quel nastrino rosso che tanto esalta il vostro viso, ve ne prego! A stasera!

Umilissimo, Doriano S


2 settembre
Ciao Sofia, non sono di buon buzzo, mi vien di fare le bizze per quello che è successo oggi. Veramente delle cose da pazzi, un pomeriggio bruttissimo.
Mi pare che tu conosca Simo e Fede, i due con i quali ogni tanto mi trovo a bere qualcosa, e sai anche che hanno qualche anno più di me, Simo mi sembra cinque e Fede tre o quattro, non ricordo, comunque proprio Fede ogni tanto filosofeggia anche se fa l’artigiano ed ha una vita comune. Parla tanto, ma secondo me i veri filosofi sono quelli che possono parlare solo se hanno scelto una vita diversa, solo se loro sono davvero diversi a rischio di essere scomodi; perché oggi chi è diverso viene allontanato, non lo si capisce e lo si caccia o lo si dileggia, cercando così di farlo apparire più simile alle altre persone, ma del resto non lo so, queste cose non mi interessano poi tanto. Mi spiace molto di più quando questi due amici usano il pretesto della loro età per mettermi in difficoltà e non farmi parlare. Voglio dire che quando magari si sta parlando di qualcosa e io dico la mia, che è diversa dalla loro, per escludermi, per farmi sentire uno giovane che ha ancora dei grilli per la testa, ogni volta con una frase diversa ma con lo stesso senso arrivano a dire: “eh, stiamo proprio diventando vecchi”, riferendosi solo a loro due, come se io ne avessi ancora di strada da fare! Sono stizzito al massimo! Devo sopportarli così, anche se loro, con tutta la “vecchiaia” che hanno nelle ossa non si sono mai mossi da qui, ed abitano ancora con i genitori, che certamente gli lasceranno la casa, perché i loro genitori hanno una proprietà tutta loro. E il lavoro che fanno non è uno dei tanti che hanno fatto sino ad oggi, è forse il secondo o il terzo e non hanno nessuna voglia di cambiare, mentre io ho sempre voluto cambiare ogni volta che il lavoro l’avevo imparato e che, quindi, mi era venuto a noia, ma non è questo che mi ha fatto montare la mosca al naso: mi ha sconvolto sentirmi dire da Fede, il “filosofo”, che il mio non è un bel vivere e che non so cosa voglio! Lui me lo dice! Lui che sta sempre lì, che non si è mai mosso e che quando glielo ricordo mi risponde: “non c’entra il luogo, l’importante è saper vivere!”, sottintendendo che:
uno: io sono troppo giovane per aver vissuto qualcosa;
due: che lui ha vissuto sino ad oggi una vita fenomenale o giù per di lì!
Sono saltato su. L’ho guardato negli occhi e gli ho risposto: “ma che ne sai del saper vivere se non provi qualcosa di diverso? Tu sei sempre stato qui, hai sempre gli stessi amici, fai i tuoi discorsi, parli anche di coscienza poi caschi con me che vivo da solo da undici anni! E qui ci sto da due, ma prima ho convissuto per tre anni con una ragazza in un’altra regione e prima ancora ho diviso una casa con sei persone, in un’altra regione ancora, e ancora prima sono stato tre anni in collegio, con tutta la disciplina che si può trovare a questo mondo e in compagnia di duecento altri ragazzi! Ho venticinque anni, ma di lavori ne ho fatti molti più di te, sarò al quindicesimo e tutti diversi l’uno dall’altro, e da nessuno mi hanno mai licenziato! E poi ci sono gli sport, le gare, i viaggi per lo più da solo, solo in treno avrò fatto più di quattrocentomila chilometri sino ad oggi! Cosa ne sai di quello che si vede, di quello che si impara a spostarsi così? A conoscere così tante persone come ne ho conosciute io? A differenza vostra che vi raccontate delle esperienze o delle vostre azioni ridendone e discutendovele come fossero memorabili, come se voi foste chissà che ad averle compiute o vissute, sulle mie taccio, su quello che i miei occhi hanno visto e su come mi sono intrapreso taccio sempre e vi ascolto, partecipando con un sorriso! Non sto nemmeno a pensarci a quello che ho combinato o a quello che ho assistito, me ne dimentico persino! E pensare che se ve ne fosse capitata una sola del mio mucchio stareste a ricordarla per decenni! Questo è quello che chiami saper vivere? Ma finiscila! Stai qui, nemmeno trent’anni, e già non fai, ma ricordi quel poco e normale che ti è successo! Se davvero ti fossero accadute le cose più pazzesche smetteresti di raccontarle, tanto che passeresti come me che do l’impressione di non aver vissuto nulla, ma se mi guardi bene vedi come scelgo, che non m’impappino: sarà forse il frutto delle mie esperienze? Tu che dici? Eh? Io dico proprio di sì e non sai neppure quanto mi abbia in antipatia a parlare così di me, ma non ce l’ho più fatta, non vi ho più sopportati voi che parlate di coscienza e non capite che ci potrebbero essere persone che hanno vissuto più di voi! Proprio quelle persone che vi accennano qualcosina del loro passato più pieno del vostro, ma lo fanno con un modo come quando si parla d’una consuetudine, d’un qualcosa di normale e così a voi vi entra da una parte e vi esce dall’altra, facendomi capire quanta contraddizione ci sia nei vostri discorsi, che pare abbiate una profondità esagerata mentre siete poco attenti e non avete coscienza, badando solo al modo in cui vi dico qualcosa anziché a quello che vi sto dicendo!...” e ho continuato così per un altro minuto poi ho smesso e si è parlato d’altro, facendo un altro giro di birre, ma avrei voluto dire ancora che magari chi sta sempre a ricordare quello che ha fatto è perché ha poco da dire e perché pensa ancor meno, e non si accorge che continuando a parlare toglie tempo a quel che di nuovo potrebbe fare! È un po’ come dire che chi continua a voltarsi indietro rischia che le novità lo prendano alle spalle. Avrei voluto dire dell’altro però non mi è venuto niente più che questo e, per giunta, alla fine mi sentivo imbarazzato per l’imbarazzo sceso sul tavolino. Tutto qua, non c’è altro. Bisogna vedersi in questi giorni, con la lettera mi sono scaricato ma con te presente mi scaricherei ancor meglio, ciao.

Francesco D


10 settembre
Beh? Sofia? Allora? Cos’è successo? Non mi chiami, non passi da me, non ti trovo, né a casa né al bar del Mercatello. Le scuole sono riaperte ieri, mi sono preso due ore di permesso e sono venuto all’uscita ma non c’eri. Dove sei finita? Cosa ti è successo? Già che l’altro ieri eri strana ed io ero stanco, potevi parlare tu invece sei stata zitta tutto il tempo, ferma e zitta, ma zitta in un brutto modo, non mi guardavi nemmeno, sembrava che la gamba del tavolino o le persone al bancone fossero diventate d’improvviso interesse per te, tutto ti attirava tranne me. Cos’è? Non ti vado più? Per cosa? Per l’altro ieri? Ma sono momenti, niente altro che momenti, passano! Se stai zitta così io non so cosa dire, e se mi guardi con quegli occhi io sto fermo più di te, o mi muovo male. Non so cosa dire.
 
Francesco D


11 settembre
Ma cosa devo dirti? Sei andata via con tua zia? Non mi va più di scriverti, non sono mica uno scrittore come quel tuo amico! E poi mi sento ridicolo, e fatico anche a sentirti come prima! Devo proprio partire così? E di quello che abbiamo detto che se ne fa? Niente? Ho incontrato Davide, gli ho chiesto se ti ha vista, se sa qualcosa ma niente, ha petulato come al solito con la sua nuova anarchia, il suo mondo nuovo. Sta sulle nuvole, fa tutto facile. Mette gli accenti qua e là, afferma che bisognerebbe togliere tutto questo asfalto, ristrutturare tutto quanto, tornare ai cavalli e lasciare gli aerei, le navi, i treni e i mezzi commerciali, fare per questi delle infrastrutture apposite ed esclusive, riorganizzare le città, lasciare le vie sterrate per i cavalli, usare le carrozze, togliere le macchine ai privati, dice che l’animo della società guadagnerebbe in salute, sparirebbe l’ansia siccome i tempi cambierebbero, sarebbe un giusto rallentamento del mondo senza venir meno ai vantaggi delle scienze, che avrebbero i loro centri, le loro ricerche. Dice che bisognerebbe eliminare gli Stati, che già lo si affermava nell’ottocento ma che nessuno l’ha fatto, organizzarsi dal basso verso l’alto, dalle periferie al centro e non come ora che da Roma muovono tutto, che dall’alto decidono per il basso, per le province, e che a decidere per queste province sono persone di cui non si sa nulla, sono dei ladri che vivono sulle spalle dei lavoratori scialacquando ed approfittando delle loro imposte. Dice che solo dal basso all’alto il potere sarebbe del popolo e si potrebbe sperare in un’Internazionale (e che sarà questa cosa qui?), in un mondo veramente unito, in un villaggio globale. Dice che ci vorrebbe una rivoluzione ma che purtroppo si vive in un tempo pieno d’una numerosissima razza d’ignavi… che cosa ne so io di cosa siano questi ignavi! Tira fuori queste parole che non si capisce un tubo. Ne dice tante, dice che tra un po’ saranno pochi quelli che sanno ancora cosa sono gli avannotti, le primule, come si coltiva una terra o come si spacca la legna! Ma per favore! Poteva solo dirmi che non sapeva dov’eri e basta, senza tutta questa tiritera. Dove sei? Sono venuto di nuovo davanti alla tua scuola, ho preso altre due ore di permesso ma ancora non c’eri, ho chiesto a delle tue compagne ma non hanno saputo rispondermi, mi han detto che forse vieni la prossima settimana, ma un’altra mi ha accennato che ti sei trasferita a Trieste. A Trieste? E cosa ci sarà mai là? Là non hai nessuno. O è tua zia che ha deciso così? A casa tua nessuno dice nulla, dicono che dovresti esserci, ma quando suono non viene nessuno ad aprirmi, è tutto spento. Ma ti sei trasferita per davvero?

Francesco D


12 settembre
Cosa pretendevi con queste lettere? Che tutto d’un botto mi mettessi a far poesia come il tuo amico letterato? Credi che non mi sia accorto di come diventi quando te lo cito? Di cosa hai paura? Per venire davanti alla tua scuola stanno già iniziando a guardarmi male in fabbrica: sto prendendo troppi permessi, questo è il terzo in tre giorni e non ci sei ancora! So che non ti sei trasferita e che ricevi le mie lettere, perché non rispondi? Comunque una poesia l’ho scritta anch’io se ti può interessare.

Il tuo silenzio è una tela
nella cornice del mio cuore
che ondeggia e oscilla
nel metro dubbio di un dolore
nato quando vai
e confidato per errore
(o con follia)
a sé stessi.
Non ci sei.
E batte,
batte la cornice.
Nell’assenza che mi poni
stringe e versa muti monti e vaghi volti
su di essa designati,
ma,
se torni,
ferma ferma se ne sta
quasi fosse in galleria
eppur non entro
non ammiro
per timore di tornare
e trovarti ancor via
Ma tu vai
e lei riprende:
ondeggia, oscilla
rischia, tenta, scola e versa
quel silenzio di cui è,
me lo sparge nelle vene,
e mi cambia
e io tremo
e forse un giorno svanirò
come un silenzio
che cammina.



15 settembre
Niente, io non ti ho detto niente, lascia tutto lì, getta via le cose che mi hai chiesto di scrivere, getta via la mia poesia, getta via tutto! Tanto non importa, a cosa serve? Sembri matta.


15 settembre
No, conserva tutto, che tutto ti rimanga in mente, che tutto sia lì a portata del rammarico che proverai. Troverai solo dolore nel pensare che mi hai perduto in questo modo assurdo, neanche una parolina, niente, troverai tanto dolore ma non più me, sarò io ad essermene andato quando capirai tutto, e chiamarmi o pentirti non ti basterà, io sarò andato.

Francesco D


19 settembre
Sofia, possibile che ti abbia detto qualcosa di sbagliato? Cosa ho fatto? Ho bisogno di te e tu chissà dove sei o se sei con qualcuno. Non puoi pretendere che io sia sempre al cento per cento, a volte sono assente, a volte mi sembra di stufarti e quand’è così non so cosa dirti, vorrei sparire però non essere scordato o non essere ricordato come quando sono assente, come quando le parole sono ingiuste e non si attaccano alle tue, che mi sembrano gettate lì senza suono, come i movimenti della città che fingo di vedere fuori della finestra quando ho la mente da un’altra parte. Oppure come quando all’inizio non riuscivo a toccarti mentre guardavamo un film… no, allora era diverso e la mente lavorava, pensavo solo: “ora la stringo , ora le passo una mano tra i capelli” senza riuscire a realizzare quel coraggio che invece mi veniva quando non c’eri, tutte quelle fantasie che ero sicuro avrei finalmente realizzato la prossima volta che avremmo guardato un film insieme, invece non ci riuscivo mai perdendomi sia il film che te! E se mi chiedevi una battuta che non avevi sentito bene, io te la ripetevo, però con una voce distante, non mia e che spezzava ancora di più il mio coraggio, spostandomi ancora un po’ da te, ch’ero sicuro avessi inteso la mia voce come un “non mi interessa di te”. Ma quelli erano altri tempi poi sono passati, e allora che gusto vederti spiluccare qualcosa dal mio piatto! Che gusto guardare i film abbracciati! È questo quel che mi vuoi lasciare? Mi manca tutto, tutto il mondo mi manca se non ci sei. Perché non parli?
 
Francesco D


25 settembre
Sofia Sofia, piccantuccia Sofia!
Che gioia!, che deliziose ore! Che occhi, che visi e che espressioni m’avete donato! Quando, rientrando nel mio appartamento, lo scatto della serratura dietro me ha gridato, nulla dell’incanto di questi ultimi quindici giorni s’è sciupato! L’incanto che avete seminato nel mio animo è germogliato così vigoroso da non permettere all’infausto grido di scalfire le immagini di voi, del lago e dell’aria di settembre intrecciate agli inseguiti desideri del mio cuore! E quali altre immagini ancora mi sorprendono e quante altre affioreranno! Come quei fusti del bosco sul lago, non abbastanza arditi da gettarsi nell’acqua. Timidi e ritti fusti sulle coste, a vegliare, forse pazienti forse paurosi, le foglie più coraggiose di loro già involate dai rami per spargersi un po’ tra le radici un po’ sul pelo dell’acqua. Foglie cadute eppure non ancora arrossite per il tradimento verso chi ha saputo tenerle così in alto, tra il vento, per un paio di stagioni; sfacciate verso chi le ha volute lassù sapendo che la terra sa essere spietata; sbarazzine verso chi teme il pelo dell’acqua, il pelo invisibile che sfiora l’aria, steso sui mari, fiumi e laghi, un pelo che resta quando l’aria muta in brezza; che si frantuma in milioni di briciole bianche se la brezza si fa forte vento; che nello spaventoso e magico delirio d’un tifone s’innalzerebbe al cielo con lo sconvolgente urlo d’un turbinoso litigio. Quello stesso pelo che mai, però, scoprirebbe all’aria quel che contiene pur se d’un capello di goccia si trattasse, che mai tradirebbe e mai abbandonerebbe ciò che cela i fondali più remoti e segreti del Mondo… Quel pelo è velo e donna, ed in Voi ve n’è la virtù più alta ed impressionante, distesa a proteggere le più vaste e silenziose densità degli abissi umani! Quale sale e miele m’avvolgono gli occhi nel richiamare l’ultima serata, giusto ieri sera appena! La scoperta inattesa, non cercata, quel barlume di fugace imbarazzo quando, forse per l’ebbrezza di essere soli su una riva mai stanca di ricevere i colpetti del lago, vi siete liberata delle vesti e, nello specchio d’acqua, vi siete immersa, chiamandomi, stimolandomi a seguirvi completamente libero come voi, così come ho fatto! Se si può dichiarar vero che sarebbe mancata solo la Luna, altrettanto vero si può dire che, dalla vostra pelle, raggi non meno fatati e fragili si sono espansi sull’intorno, dando agli alberi, all’erba ed alla riva quel ritmo fiabesco che si versa quando la piena Luna regna sul bosco, sicura della sua ingannevole e indicibile luce! Svestito, quasi la mia ombra non rispettava più questo mio corpo solo ed in là nell’età. Dinnanzi al chiarore della vostra fresca pelle la mia ombra sembrava ringiovanire e farsi ribelle, per combaciare in tutto alla vostra, per dar vigore a quel molto po’ di più di un’ombra nell’altra. In quegli attimi il mio falso profilo, servo della luce, si è come scatenato nel profondo rapimento di una infiammata intuizione ed i tocchi che, da un sorriso ad un quasi riso, da uno sguardo ad un quasi dire sfuggivano da voi, nuda e rivolta a me, spostavano e marcavano il mio profilo nel sogno di un’idea, così la vostra prima carezza ha compiuto il mio sublime sogno, estasiandomi tra la rete di un’irresistibile, vaga e non ben comprensibile gaiezza combinata alla vertiginosa scoperta dello scoprivi matura, dello scoprivi Donna! La scoperta e l’incredibile gaiezza mista ad una felicitante curiosità mi hanno elevato quasi ad un soffio dal raggiungere l’orientale settimo cielo! Nel divino m’avete elevato! E, quindici giorni or sono, due giorni soli dopo il settimo dì di settembre, quando ci siamo levati per issarci lassù tra i picchi, il lago e la solitudine che si lascerà rimembrare assai più di quella grama solitudine presente qui in città, non avrei sperato tanto!, non avrei immaginato questo tutto che voi avete sbrigliato e che tenterò di conservare per poi evocarlo quando, in questo stesso appartamento, ogni muro tornerà ad essere una valle gonfia di spunti soffocanti, quando ogni voce, risata o tosse di vicino filtrata dalle valli qui attorno tornerà ad essere pedina d’un gioco a cui debbo partecipare perché possa ancora, in altri giorni, in attesissimi domani, farmi accogliere come ora cioè senza che il grido metallico alle spalle sia il martello del giudice, sia la mia condanna alla noia senza centro. Sofia! Basta la sapienza che portate nel nome per ammantare un’esistenza di preziosità sovrane e necessarie!, ma ancor più preziose sono state, in questi giorni ancora da pittare, le vostre giovani labbra mosse in tanti sorrisi, ognuno carico d’una sua propria semplicità ed ognuno col nome del velo posto sull’immensità! Spero ancora e già in altri domani! e spero che mi consideriate sempre vostro e mi dedichiate altre semplicità da svelare!
Umile Vostro, Doriano S


26 settembre
Quindi ci sei.
Perché non mi hai voluto dir nulla? Cosa ci sarebbe stato di male se m’avessi detto che saresti andata al lago di S. con le tue amiche? Niente. Avrei anche preso delle ferie e sarei venuto a trovarti. Ora ho da fare, mi faccio sentire io.

Francesco D


27 settembre
Perché dovrei avercela con te? Non mi hai mica fatto niente è solo che sono impegnato in questi giorni, tra qualche settimana qui avrò finito e mi chiedono gli straordinari. Nicola ha bisogno di persone per spostare le macchine dal magazzino, smontarle e imballarle, il tutto dopo l’inventario, così ha chiesto a me e ad altri se potevamo venire. Ho accettato. Non ti preoccupare, non ce l’ho con te, ciao.

Francesco D



29 settembre
Ma no, non è niente! Sono stato un po’ giù ed un po’ me la sono presa, ma poi mi è passata. È la stanchezza, te l’ho detto, e anche questa settimana mi tocca di fare il mattino siccome sostituisco Ornella che aveva bisogno a causa di suo padre che è all’ospedale, così mi devo svegliare alle quattro per essere in fabbrica alle cinque, non farmi dire quello che sai già. Ora sono le sei e fra tre ore andrò a dormire per essere sveglio domattina un paio di ore prima dell’alba, si entra col buio e quasi si esce col buio, che vita. Come se non bastasse stamattina, quando sono arrivato, ho visto che quelli che hanno fatto la notte hanno lasciato dei lotti indietro così sono andati avanti solamente dei parziali, che confusione! Ma questo non è un problema grosso, il problema vero è che quelli dell’altro turno mettono le mani sulle macchine senza sapere quel che fanno! E gira una vite qui, e fai un cambio lì, la macchina s’inceppa in continuazione! E a me tocca di rimetterla a posto finendo col partire solo verso le otto, cioè quando arriva Nicola! Ma sarei partito anche prima stamattina se il caro, così premuroso e altruista Rondi si fosse fatto gli affari suoi, ma lui no! Se vede che sto risistemando la macchina, nella sua testolina penserà che ne sto combinando qualcuna così corre come un condor, mi volteggia intorno sino a quando non riesce ad avere una chiave da dieci posata davanti e una brugola da sei in mano, le usa ed il guaietto che c’era prima diventa un disastro completo! Non posso che scansarmi, non ho alternative a meno che qualcuno non lo chiami e non lo mandi via. Lui è più vecchio di me e cosa potrei dirgli? Vattene sulla tua macchina? Che cosa stai combinando? No, non potrei, se la prenderebbe a male. Gli mancano due anni alla pensione e già ci andrà scontento. A lui il quinto livello non l’hanno voluto dare, dice che l’hanno gabbato, che c’è chi il quinto livello ce l’ha da una vita e che sa fare meno di lui, a sentirlo in giro non c’è nessuno che sappia fare più di lui! Si lamenta di qui e di là ripetendo ogni volta che lui è stato anche di là in magazzino, e anche al collaudo: è stato ovunque, ed ora gli fanno chiudere solo le scatole, dice. Così stamattina, quando sono arrivate le otto e quando ha visto Nicola che entrava in ufficio, ha piantato lì il pasticcio buttando lì “adesso vedi un po’ con Nicola. Gli spieghi che quelli di ieri hanno fatto guai, che così e cosà…” ambiridin ambiridan è sparito lesto verso la sua postazione, girando occhiate su occhiate verso la porta dell’ufficio! Nicola è poi venuto da me e ha capito tutto siccome ha visto Rondi svicolare per di laggiù, m’ha detto d’accordo, fa’ pure, ed in mezz’oretta ho rimesso tutto a posto. Che sarei anche partito alle sei anziché alle otto, ma cosa vuoi farci? Rondi è uno di quelli un po’ così, smonta e non sa più rimontare o rimonta sbagliato. E se fa ripartire la macchina (montata male) gli vedi negli occhi la gloria, e riprende a lamentarsi del suo quarto livello, dei ragazzi che non sanno lavorare… intanto la macchina dietro di lui lavora male e sai, mentre ti parla, che tra un po’ quel pezzo, quella molla, quel rullo che ha “sistemato a dovere” sarà da sostituire. Finalmente alla fine se ne va, forse perché ha visto qualcuno passare e gli è venuta voglia di fare due ciance, e tu fermi la macchina, rismonti tutto e rimonti come andava fatto; tutto con l’ansia che il condor possa tornare! Sapessi quante volte mi capita questo! Questa settimana è così quindi non farci caso se sono stanco o se scrivo male.

Francesco D


4 ottobre
Un’altra giornata di passione!
Sofia, se va avanti così non arrivo intero alla fine di novembre! Tanto per cominciare sono arrivato tardi al lavoro: un incidente, e che incidente! Proprio oggi che ho dovuto dare un passaggio a Davide. A parte quando si impunta con le sue proteste, per il resto è simpaticissimo e non dice mai no, nemmeno una volta, e sa un mucchio di cose, ma con lui bisogna stare attenti che dispensa generosità da tutti i pori senza che uno se ne accorga, ed a volte questo gli fa un po’ male, ma di lui parlo dopo che ce n’è eccome da raccontare.
Parto da casa alle dieci e mezza e vado da lui, che si fa trovare già pronto di tutto punto con in mano, pensa te, dei cioccolatini per ringraziarmi e due film di cui si è privato, esattamente quelli che una volta, due anni fa, dissi che mi sarebbe piaciuto rivedere ma che non c’è mai stato tempo: si ricorda di tutto, pure di cos’altro gli dissi quel giorno, e non che fossero accadute cose dell’altro mondo perché la giornata fosse memorabile, macché: una giornata normalissima, eppure si è ricordato di quel che gli avevo raccontato su una mia nonna, anche di com’era vestita (e che questo non ricordo io stesso d’averglielo detto, ma mi fido, forse l’ho accennato) e si è ricordato anche di che musica c’era nel bar mentre glielo stavo raccontando… ma non è normale dirai, no no: con lui è normalissimo tutto questo. Comunque stavo raccontando dell’incidente… Si stava viaggiando in macchina, sarebbe mancato un quarto d’ora per arrivare in fabbrica quando troviamo lì, sulla statale, il patatrac. C’è la coda ma neanche tanta però si sta fermi, là si vede qualcosa che sembra un camion, una betoniera, ma non c’è altro. Ci avviciniamo ancora un po’ e finalmente si vede tutto: il camion ha preso un carro funebre, e il carro era in processione. La botta sembra dura, sull’asfalto c’è la cassa del morto mezza scoperchiata, spunta un braccio, “nessuno s’è fatto niente, ma per il morto non c’è stato niente da fare!” dice Davide con faccia mezza seriosa; io, invece, sono preoccupato, già lo scorso mese ho preso diversi permessi e non voglio ritardare, non posso neppure voltarmi e ci si mettono pure quelli della processione, due file sul ciglio della strada, altri sparsi nel mezzo, c’è un’ambulanza aperta coi lampeggianti accesi, qualcuno è sul lettino, seduto, è una donna in nero, le parlano, lei si agita, indica la bara. Gli infermieri fanno segno e qualcuno e diversa gente va in mezzo alla strada per spostare la bara, ma quando sono lì lì per tirarla via spunta uno che corre verso di loro, che si sbraccia, urla, salta, ma loro rimangono lì mezzo chinati, pronti a sollevare la cassa quando dal camion slava fuori il cemento! Sulla bara! E questi che volevano spostarla la mollano per lo spavento, così la cassa picchia in terra ed il morto viene fuori, ma solo a metà, l’altra resta nella cassa, tutta coperta da una montagna grigia. Davide esclama, stavolta con una faccia più sinistra che seriosa, “lasciate che i morti seppelliscano i loro morti!”, che non ho capito cosa volesse dire comunque avresti dovuto vedere che sfacelo. A quel punto quelli che erano sul ciglio sono corsi tutti per tirare via il morto e, per sfilarlo velocemente, l’hanno sbracato. Senza pantaloni né mutande! Alla scena tremenda la signora che si agitava dall’ambulanza non ha resistito, è balzata dal lettino, è corsa sin dal suo povero caro e lì è svenuta, mentre le altre macchine dietro me sopraggiunte, non sapendo nulla di niente, strombazzavano a più non posso. Un delirio! Sentivo solo: “tiralo via! Tiralo via!” e dei gran beep-beep, coi fiiii-fiiii della vigilessa che cercava di placare gli automobilisti! Alla fine abbiamo preso mezz’ora di ritardo e non so nemmeno come avranno accomodato il morto. Ma ora senti, scusa se tronco così ma si è fatto troppo tardi e stasera dovrei andare con Davide su per un posto che mi ha detto, in stazione o da quelle parti, non so bene. Già oggi in mensa ne ha combinata una che non ti dico… per fortuna mi tocca il pomeriggio questa settimana, così riesco a tirare un po’ il fiato. Però domani, se ne avrò voglia, continuerò la lettera per spiegarti cosa, invece, il fiato me lo fa perdere, ciao.


(5 ottobre, mattino)
Ecco! Con ieri notte s’è chiuso il cerchio della passione!
Cosa è capitato Sofia! Sapessi! E adesso Davide come farà? Ne va del suo lavoro, non ha nessuno, come farà? Aveva voglia ieri in mensa a infuriare, come farà? Troverà qualcuno? Oh scusa, forse non capisci, sono ancora troppo sconvolto, ho dormito due ore e sono già le dieci, a mezzogiorno comincia il mio turno, ora ti spiego. Il posto in cui dovevamo andare ieri sera era proprio la stazione, quella dei treni, lì Davide doveva farmi incontrare una persona, la descriveva come straordinaria, un pozzo di scienza e di idee e questa qui avrebbe portato la figlia, che Davide conosce bene a quanto pare: era lei che mi voleva presentare, quella di cui già altre volte mi ha parlato e che sembra essere la sua compagna, ma è una cosa un po’ fosca che non ho mai capito bene. Solo che è successo un imprevisto. Siamo arrivati in stazione alle undici e mezza, il treno sarebbe giunto da Versailles intorno alla mezzanotte. Davide era molto eccitato, mi stava spiegando che già da tre settimane non la vedeva e che per lui, grazie a questa ragazza qui, ci sarebbero state delle rivoluzioni importanti, ma non mi ha detto altro comunque era oltremodo eccitato quando, sulla nostra banchina, non proprio vicino ma neanche lontanissimi, due poliziotti, ognuno su uno di quei moderni monocicli elettrici col lungo manubrio, avanzavano nella nostra direzione tranquillissimi. Davide li ha visti per primo, io li avevo alle spalle e, ancora mentre mi stava spiegando, ha iniziato a ridacchiare, un po’ mi spiegava e un po’ ridacchiava, ma sempre meno mi spiegava e sempre più ridacchiava scuotendo la testa, battendo le mani, agitandosi tutto ripetendo solo: “assurdo! assurdo!” e poi: “ridicoli! Ridicoli! Ritti stambecchi col didietro in fuori!” Alla fine ha iniziato a ridere per davvero, io ero inebetito e lui rideva sempre di più. Quando i poliziotti ci hanno sorpassati lui è scoppiato, quasi si sdraiava a terra per quanto rideva, era tutto rosso, batteva le mani ancora più forte, si sganasciava, si scompisciava! I poliziotti si sono insospettiti ed hanno girato i loro mezzi e lentamente, ritti proprio come Davide me li aveva descritti poco prima, quando era ancora capace di parlare, si sono diretti verso di noi arrivandoci proprio ad un palmo con quei loro manubri lunghi lunghi e le ruote grosse grosse ai lati. Sono scesi e lì è successo il finimondo! Ci hanno chiesto i documenti, ma Davide non glieli ha voluti dare iniziando ad interrogarli, per giunta, su quei mezzi, se non si sentivano ridicoli a pattugliare in quel modo arrivando, alla fine, persino ad arrabbiarsi perché “chi era l’imbecille che aveva speso i soldi suoi, i soldi che lui aveva in meno nella busta paga per comprar loro quei trabiccoli?”. Esplose del tutto arrabbiato, infuriato addirittura, a me sembrava matto, poco prima rideva ed adesso era rosso d’ira, con la bile che non gli stava più dentro, serrava i pugni e gridava contro di loro, li interrogava urlando sempre più, chiedeva come mai non me li fate provare?, sono soldi miei! Come mai le zone militari sono proibite ai civili? Non vengono forse presi i soldi ai civili per quelle infrastrutture? Lo Stato non dovrebbe permettere tali affronti! Il popolo è il padrone di quei mattoni, è ognuno di noi che li ha pagati e lo Stato non ci permette di entrare nelle nostre proprietà! Nostre! Nostre! Vietato l’accesso un corno! Chiedetelo ad ognuno di noi se vuole versare i propri soldi per voialtri! Chiedetecelo! Lasciateci liberi di usarli come meglio crediamo! Dateci la casella sì o no! ‘lei vuole contribuire col due per cento della sua busta paga a questo: sì o no?’ Così dovreste fare! Chiedetelo al popolo e fate i vostri comodi solo con i soldi di quelli che acconsentono a darli! Ladri! Ladri!... così ci hanno portati via. Siamo andati nell’ufficio della Polfer lì in stazione, lui non si è calmato anzi, là dentro ha tirato su un bordello, ma le mani le ha tenute giù: era solo intelletto, nient’altro che intelletto furibondo. A me, che ero calmo e parecchio confuso, mi hanno tenuto in una stanza all’ingresso, a lui l’hanno portato in un’altra stanza, hanno chiuso la porta e non l’ho più sentito per un bel pezzo, più di un’ora poi è uscito, sempre infuriato, non aveva niente ma mi ha detto di andarcene da quel covo di esseri senza coscienza, da quei complici della consorteria (che cosa sarà questa cosa qui non me lo chiedere). Ah, uscendo mi ha anche dato un foglietto, ma di questo ne saprai più tardi. A quel punto l’appuntamento era sfumato così l’ho riportato a casa. Lungo il tragitto è tornato a parlarmi di quella ragazza, di come la sua vita sarebbe cambiata di lì a poco, ma è stato sempre vago e non ho capito tanto, però una cosa l’ho capita: oggi non dovrò passare a prenderlo, così mi ha detto, del perché non so nulla, ma secondo me è per il guaio che ha combinato ieri, ci si è proprio cacciato, e per che cosa? Per niente! Ma perché ha fatto così? Poteva starsene tranquillo ed ora, ci puoi giurare, avrà certamente dei problemi al lavoro, lui che ha sempre lavorato bene! è un po’ matto, spesso fa ridere però impara tutto quel che c’è da imparare: in fretta e bene, l’ho capito quando era venuto a lavorare nel mio reparto per un paio di mesi: dopo un mese non dovevo più stargli dietro, sapeva fare cambi, dove trovare gli attrezzi, i pezzi di ricambio, tutto insomma. Poi è tornato nell’altro reparto dove sta ora. Durante il turno della notte capita che faccia un po’ il burlone, ogni tanto viene da noi con il carrello, gli si mette sopra e lo manovra lungo tutto il corridoio spingendolo, ogni tanto, con un piede e questo non fa arrabbiare nessuno anzi, chi lavora lì da molto tempo e che sa come lui lavora si sente anche sollevato nel vederlo che si diverte e che fa divertire, ci si arrabbierebbe anzi se non si staccasse mai dalle macchine, questo sì intimerebbe gli altri a crederlo uno stupido. Però non a tutti è permesso fare il burlone di notte, lui e pochi altri possono siccome è un po’ come se se lo fossero guadagnati sul campo; solo che ultimamente lui si sta impuntando sempre più in quelle manifestazioni che ti ho detto. Non so cos’ha visto, forse ha letto qualche libro di troppo. Anche sul lavoro, seppur continui a lavorare bene, si sfoga in quel senso, si arrabbia talvolta, proprio come ieri in mensa quando, seduto al tavolo davanti al mio, ha sentito un po’ più d’un paio di colleghi del suo tavolo che stavano discutendo un programma televisivo, s’erano pure accalorati, quasi bisticciavano su chi avesse ragione sul tal dei tali, o su una notizia, non so più bene e lui, Davide, s’è infuriato più di loro, nella sala è sceso il silenzio, nessuno s’è fatto avanti per interromperlo ed anche i nuovi, vedendo i vecchi operai che non reagivano, non hanno avuto moti di reazione nel sentirsi dire: “possibile che siate così tutti intorpiditi? Che parliate tutti di quello che dettano i vostri programmi e le vostre notizie? Non capite che così arriverete ad odiare chi non discute quelle notizie e quei programmi? Lo considererete astruso, uno che non c’entra con la realtà perché la vostra realtà la considererete migliore, e lo caccerete con l’indifferenza o con un ‘ma di che parli?’! Così facendo arriverete nemmeno ad aver paura delle cose nuove. Non sarete dei neofobici, ma le odierete per davvero, le caccerete via, caccerete via quel che non c’entra con le vostre notizie e sarete violenti verso chi di altro vorrà parlare, chi ad altro vorrà impiegare il suo cervello. Questo è il nuovo fascismo! Possibile che non capiate? Possibile che non vi vediate quanto vi fate brutti imitando quei tagli di capelli, quei pantaloni pessimi per signorine e quelle giacchette orrende per maschietti? È mai possibile che vi stimiate belli così come vi conciate? Vedete il bello solo in ciò che riconoscete, e voi riconoscete solo ciò che vi dettano, ciò che quei programmi e quelle notizie scelgono per voi! E sempre voi, o altri, forse i vostri stessi figli, promuoveranno quei programmi e quelle notizie convinti di far la cosa giusta, di intrattenere e di informare perché ‘è questa la via, perché è così che si fa’, senza aver l’inventiva per concepire un intrattenimento diverso davvero, che davvero parli di bellezza e di grazia, e queste stanno in ciò che è da conoscere. Io non lo chiamo uomo quell’essere composto e sordo ad un’alternativa, ch’è sì deciso ad una vita stanca già di esistenza: la stessa che dilaga e sottrae il sapore di una novità, l’esistenza sparsa negli spettatori – in voi – che attendono e idolatrano l’artista da copertina, colui che canta quel che già sanno e toglie il gusto del vivere, quello lì che del bello non ha grazia né fascino, né diritto né intreccio! È il comune uomo, il milite ignoto, leggero e facile colui che trova sempre più facilmente i propri simili: sempre più numerosi e smontati, straziati e cattivi, beceri tra loro, brutti nel vestire, ma è moda allora via donne con calzoni truci, maschi imbellettati, famiglie orride con il senso della corrente ch’ha sciupato l’infinito, dando già per scontati l’unico e l’eterno, prendendo la porta larga che massacra l’era, l’uomo e la donna, sempre più gretti e volgari ad ogni passo compiuto in avanti, incapaci di solitudine, incanto, eleganza, delicatezza e ricerca in questo tempo perverso con i suoi nuovi feudi e l’orrenda, individuale fissazione di farcela… a far che non lo capisco! Voi state divenendo così! Non lo capite? Vi siete canonizzati su modelli che non vi appartengono, e così canonizzati non votate chi fa il bene per voi, ma chi più somiglia a quei modelli che avete imparato a dottrina dai media, e chi votate non è altro che la classe dirigenziale! Gli operai che votano i dirigenti! È pa-ra-dos-sa-le! Non sanno nulla quelli là di cosa vogliano dire otto ore in fabbrica, dieci e passa nei cantieri, più di dieci per i campi! Loro non lo sanno! Loro sono esperti di marketing, di astrusità ignobili e di onerosi vizi! e non ci vogliono dei geni per sistemare tutto, per smetterla con le aberrazioni come lo Stato, i concetti di famiglia sì e no, Dio di qua o di là! L’uomo ha risorse immense, ma deve davvero toccare il peggio perché queste si mostrino? E se il peggio fosse l’eliminazione di questa parola? Se fosse questo nuovo fascismo? Tutti in un fascio con manifesti e proclami pieni di punti esclamativi, tutto il popolo confuso e assorbito dall’assenza d’un’alternativa, che non riesce nemmeno più ad intuirla! Questo sarà il popolo nuovo, il popolo che non insorge. Lo volete davvero così? Vi volete in questo modo? Un popolo che crede che lo Stato sia la migliore forma di comunità? No, lo Stato è la migliore prospettiva per i dirigenti, per chi si bisticcia il potere politico e economico, per le banche che tengono i soldi di quei dirigenti così impegnati nei loro litigi e per le spaventose e immense aziende che massacrano gli uomini e che hanno bisogno delle banche per esistere! Per il popolo non c’è niente, solo sfruttamento. Dovete lasciare ora il torpore, dobbiamo insorgere tutti insieme e senza violenza fisica, solo con una spietata violenza economica e politica. Dobbiamo abbandonare i nostri posti di lavoro, lasciare tutto quanto. Tutto il popolo insieme e non reagire a quell’altro popolo dei manganelli, sfruttato e senza coscienza: si stancheranno anche loro, anche loro saranno colti dal pensiero del ‘che serve andare contro chi non reagisce?’ Non dovete dirvi: ‘ma io ho famiglia… ma chi me lo paga l’affitto?’, se insorgeremo tutti insieme si creerà uno spontaneo moto di collettivismo tra noi tutti, tra noi tutti ci daremo un tetto e del cibo, e non bestemmiate affermando che i padroni del potere faranno prosciugare i fiumi, vieteranno al chicco di germogliare: quelli sono furfanti ed ai furfanti la terra non dà frutti. La terra paga chi ci suda sopra altrimenti crescono solo erbacce! Solo così facendo potremo davvero aspirare alla vita, solo con una radicale rivoluzione riesco a vedere un mondo globalizzato, senza Stati ma ogni zona di questo mondo con le sue tradizioni culturali, ogni individuo con il suo credo e l’assenza di individui che credono in Dio o in qualche appannante religione a causa del loro deviante narcisismo e della scarsa volontà su loro stessi! C’è uno sconfinato popolo, in questo mio mondo, con la coscienza di quel che c’è intorno, un popolo che vede il resto del mondo finalmente depurato da quelle notizie di cui oggi è sommerso e avvelenato, che comprende che l’importante davvero è l’emozione di ciò che si vive in modo diretto e che tutto il resto sono deviazioni che lo fanno ammalare, che incidono sulla sfera dei sentimenti. C’è un popolo che può finalmente amare senza quel costante alone di incertezza nel rapporto, che invece sembra essere oggi l’unica certezza! Ogni individuo potrà spostarsi libero, cambiare vita senza essere indicato da alcuno come traditore o stupido e senza quei velenosi concetti come le radici, la patria, la famiglia, il divino, concetti che puntano a creare ambizioni malate, movimenti di potere! C’è in questo mondo un uomo che saprà stare con tutti! Un uomo capace di scegliere a seconda di quello che ha dentro e che è davvero suo e originale, un uomo che non teme la solitudine in quanto è la forza della sua libertà d’essere; un uomo che non disprezza l’egoismo, che sa che l’egoismo è indispensabile per la sua sopravvivenza, ma che ricusa l’individualismo, che non sa cosa sia l’altruismo, ma che pratica, in modo naturale, il collettivismo! Un uomo che degli altri non è succube, non ne imita le gesta, ma che con gli altri si muove e si sente vivo; un uomo che sa di essere infinito e inconoscibile a se stesso e che sa lo stesso degli altri uomini che incontra; un uomo che non saprebbe mai e poi mai rispondere alla domanda ‘tu come sei fatto’; un uomo che non ha verità, ma che ogni giorno ne scopre una nuova scoprendosi un po’ di più a se stesso. La verità è sconosciuta a chiunque in quanto nessuno sa e può dirla per tutti essendo la soglia delle proprie sensazioni, ma questo non significa che non esistano principi di comunanza e che, soprattutto, non esista la sincerità: c’è un uomo sincero in se stesso, che combina l’ascolto di sé, tramite la solitudine, all’esperienza sortita da quel che lo circonda: questo uomo mai si potrà precludere la bellezza del mondo! C’è in questo mio mondo del non potere un uomo che mai e poi mai chiamerebbe eroi quegli uomini caduti in guerra, mai e poi mai sarebbero per lui eroi degli individui che battono l’angoscia d’una vita civile nel riparo militare. Voi chiamate eroi quei militari che muoiono in guerra, li applaudite, li commemorate… ma ditemi dove sta l’eroismo in queste persone! Non c’è eroismo in chi sceglie la via di una organizzazione che costa, a quella stessa gente civile che poi li commemora, fatica nel vivere giornaliero! Non c’è eroismo in chi sceglie senza coscienza bensì per il solo vantaggio individuale; sicché è sempre vantaggio individuale la scelta di quel ragazzo che si arruola per aiutare la famiglia o perché non trova lavoro: non c’è coscienza in quel ragazzo: non capisce che costa ai civili, non capisce che, grazie al suo arruolamento, al suo essere uno in più, chiama soldi che vengono sottratti a quel che si potrebbe migliorare a casa propria: là dove sta la sua famiglia, là dove ci sarebbe anche stato lavoro se avesse scelto diversamente e se tanti altri avessero fatto lo stesso! Invece rimpinguano il contingente con la loro incoscienza, con la loro scelta di comodo perché di questo si tratta: di comodo dacché è assai più arduo scegliere la via senza riparo, la via che ti permette d’essere unico anziché far la parte che già altri avevano previsto prima di te e per te perché potesse perdurare il loro impero del potere dal quale tu trarrai solo l’inganno d’aver scelto per tuo conto, col tuo pensiero…” ed è andato avanti così fino a quando mancavano cinque minuti al suono della campanella. Sino a quel momento nessuno ha più parlato, solo la sua voce si sentiva e il trafficare delle cuoche di là, in cucina, ma niente altro. Si è interrotto, ma so esattamente cosa avrebbe detto ancora e come avrebbe concluso infatti questo discorso era stampato fitto fitto nel fogliettino che mi ha passato ieri sera. L’ho aperto solo stamattina e l’ho qui ricopiato, una parte solamente, altrimenti non sarei mai riuscito a ricordarmi così di preciso quel che ha detto. In realtà sono due foglietti assieme, piegati in quattro; ho anche notato che ad un angolo era stata fatta un’orecchietta. Per aprirli ho dovuto sollevarla e sotto c’era una scritta a matita per me, delle indicazioni quasi incomprensibili, tutte sfocate e sbavate, sembra che abbia usato una punta morbidissima, una B2 o qualcosa del genere. C’è scritto che giovedì prossimo devo andare, con i due fogliettini, al bar del Mercatello alle 14.00, mi devo sedere allo sgabello con la fodera strappata e aspettare che due persone, di cui una è una ragazza giovane (credo che siano quelle che abbiamo mancato ieri sera) e di non preoccuparmi di niente: mi riconosceranno loro e a loro consegnerò i foglietti. Tutto qui. Nei foglietti c’erano anche delle piccole appendici, come delle voci di un programma, ma non ci ho capito nulla. E c’erano anche dei corti appunti ai margini, si ripeteva operai, operai, operai e sfruttamento, ma quel che mi ha più agitato è che erano così realistici, così pratici! Parlavano di stipendi, di quanto siano miseri mille euro al mese e di quanto siano ingiusti. Citava delle persone che non conosco, forse degli storici, non lo so, ma, sottolineato più volte, ho trovato scritto che un operaio dovrebbe guadagnare in relazione a quello che guadagna la sua azienda, e se si tratta di multinazionale allora un operaio dovrebbe guadagnare, come minimo, più di settemila euro al mese e che questa cifra sarebbe ancora lontana dall’ottenere giustizia. C’erano anche altre frasi, alcune erano anche, oltre che sottolineate, perfino cerchiate! Soprattutto quelle con la parola azione e quelle con la parola cambiamento! Che cosa starà architettando? Giovedì farò come mi chiede e non so perché non possa farlo lui, forse ha previsto che non ci sarà. Ho paura che possa capitargli qualcosa, credo che si stia inguaiando, forse si sta invischiando con della gente un po’ così… Versailles! Ma ti rendi conto? Se gli capita qualcosa come farà senza lavorare? Non è che gli ha dato di volta il cervello? Non ha nessuno, ha bisogno di lavorare! Se molla tutto finisce in strada! Voglio proprio vedere, ed è un peccato dato che è uno dei pochi che sa lavorare, qui dentro. Non lo so proprio per niente come se la caverà! La rivoluzione vuole fare! Sofia, la rivoluzione! È matto! Come farà? Porca miseria, non si capisce più niente! D’accordo che potrà avere ragione, ma che vuole farci? Dovrebbe essere realista! Vedere che tanto le cose non si possono cambiare, si deve andare a lavorare e basta. Lavorare, e non chissà che altro! Sono preoccupato, Sofia, sono davvero preoccupato. Se perde questo lavoro dove andrà? Dove, mi chiedo. E a proposito di lavoro, quando è poi suonata la campanella e sono tornato in reparto, ho trovato Rondi sulle mie macchine. Lui era andato in pausa mensa prima di me. Mi sono avvicinato già mezzo annichilito per quello che avrei trovato. Quando sono arrivato sin lì da lui non ho chiesto nulla, non ne ho avuto bisogno: con le chiavi in mano e la macchina smontata Rondi mi spiega che, quando è tornato dalla mensa, ha voluto accenderla per farmi dei pezzi, per mandare avanti la produzione (“poi li segni a nome tuo”, mi dice, come se mi stesse facendo un favore), solo che ha visto che una macchina girava male così ora eccolo qua, senza che io potessi dirgli nulla, potendo solo lanciare delle occhiate di rassegnazione agli altri colleghi che, passando di lì per tornare alle loro postazioni, vedendo il Rondi con la testa dentro le paratie, mi lanciavano le stesse occhiate per darmi un po’ di conforto a distanza, facendomi capire che comprendevano la mia parte. Quando ha tirato via la testa da lì, Rondi deve aver visto Nicola da qualche parte e, come l’altra volta, d’altronde come sempre, ha posato le chiavi e m’ha consigliato di spiegare al capo cosa c’è che non va, poi se n’è filato via lasciandomi come un ebete a risistemare tutto. Guarda Sofia, non vedo l’ora di andarmene, forse allo stabilimento lassù in Polonia non ci saranno più tutti questi problemi e, anzi, lassù vedrò di trovarmi un altro lavoro, qui in Italia, te l’ho detto, non voglio più starci. Con tutte le fabbriche che ho girato qui, le persone sembrano essere sempre le stesse, ci sono sempre dei Rondi e anche dei magna magna. Sarà anche vero che ci sono dei Davide che mi tengono compagnia, ma non basta. Quando andrò lassù vedremo, per un annetto ancora starò in fabbrica e nel mentre mi guarderò in giro per un locale, di soldi ne ho risparmiati un po’ e là non dovrebbe costarmi tanto aprirne uno… Ma ora sarà meglio non dilungarmi troppo, a parte che sai gia tutto! Beh, vado altrimenti tardo anche quest’oggi, ciao!

Francesco D


15 ottobre
Ma Sofietta caruccia!
Voi vi risentite? Siete scioccata? Non vi capacitate di come io sia stato colto da un’agitata indignazione quando siete sbottata “ma Doriano! Non avete proprio niente da fare voi che chiacchierare di queste sciocchezze?”? Si è rovesciato il mondo se voi, appuntita Sofiuccia, mi criticate così! Il risentimento spetterebbe a me, ed anche una briciola di sgomento mi spetterebbe! Sofia!, ma quand’è che i miei interessi hanno cominciato ad infastidirvi, ma quand’è, soprattutto, che nei miei studi avete iniziato a identificare una perdita del mio tempo? Quale tipo di incoscienza vi ha ammaestrata per farvi pensare in tal maniera? Che tipo di botta avete preso? Sono sgomento, Sofia, e fuori di me! La vostra spiccata bellezza è divenuta un che di normale per me, ora vi vedo come siete e gli inganni che spargete, ma ancor di più noto la vostra perdizione ed il vostro inserimento nella corrente! Sofiettina cara, si è ormai inseriti quando la curiosità scema in un capriccio, poi in un ricordo che ci fa sorridere per la nostra ingenuità! Lì si è inseriti, lì si è persone con pareri triti e ritriti, lì si critica chi è ancora curioso, chi studia e cerca come me, nonostante la mia età. Da quel punto si deridono gli interessi di chi si immerge, senza onorario alcuno, in studi considerati superflui, privi di valenza pratica! Da lì voi mi criticate!; anche se state attenta a non farlo vedere, mentre snobbate le mie ricerche alzate il ditino bacchettandomi con la vostra saggezza da corrente, imputandomi uno spreco del mio tempo: quanto dolore mi provocate vi è ignoto!, ancor meno conoscete il peso della delusione che mi casca addosso! Vi basite se mi scaldo con la paleontologia, se ne discuto per ore e ore sollevato davvero, quasi giulivo, che la rivoluzionaria cladistica abbia finalmente spezzato le teorie sull’evoluzione sequenziale di Romer e Simpson e che ora sia assurta a seria disciplina; vi sconcertate se mi estasio nel raccontarvi le fusioni nucleari che intervengono in un certo tipo di stella quando questa sta per mutare in astro occluso, e vi stancate se proseguo in congetture, talvolta bislacche, sui movimenti cosmologici e sull’autorità che possono avere nei confronti della vita umana; non ci credete se il mio essere, in ogni sua particella, viene assorbito nell’entusiasmo più brillante quando teorizza un connubio tra l’autorità del cosmo e le Sacre Scritture, quasi provando di valutarle in modo inverso ad un’anagogia, giungendo a digredire sulla grande città d’oro di Giovanni e sulla sua luce perpetua, riconducendo questa luminosità all’evenienza d’un universo più denso d’astri in conseguenza alla congiunzione di altri universi con il nostro o alla contrazione del solo nostro cosmo; persino ammutolite, forse annoiata, se notate quanto, a volte, sia assorto nel cercare di comprendere come sia possibile che un trattato riporti il ritrovamento del vangelo di Tommaso in quel di Qumrân, datando il rilevamento al 1947, mentre so che in quel sito avvenne sì una notevole scoperta archeologica che portò alla luce dei manuali e dei commenti biblici, ma nessun vangelo pervenne dalla scoperta, piuttosto le apologie di Tommaso vennero ritrovate in quel di Khenoboskion nel 1945!; vi deprimete persino nello scorgermi scandalizzato se per caso trovo scritto che la brachicefalia, la statura media ed il color bruno dei gruppi etnici alpini sia la conseguenza di varie infiltrazioni esterne quando, invece, è dovuto ai condizionamenti ambientali permanenti. Voi partecipate ai miei interessi con i soli atteggiamenti del basirvi, stancarvi, ammutolirvi e annoiarvi, ma vi riaccendete se tratto dei sentimenti miei! Quale perdizione vi è in voi! Come potete crederli indipendenti dal resto del mondo, dell’universo e della Storia? Possibile che non capiate le parole “perché mi chiedi dove stiamo andando se non sai da dove veniamo?”, parole di un rivoluzionario purtroppo inascoltato e, come può capitare ai rivoluzionari, frainteso. Parole di un rivoluzionario puro, compartecipe delle discipline a sfavore della famiglia; chiaro nei suoi motti e nel rarissimo percorso di smuovere l’Uomo dalla dottrina della famiglia, dottrina bisognosa e basilare a chi nell’Uomo chiama lo stallo per poi approfittarne. Come potrete, benedetta Sofia, comprendere i vostri sentimenti se non sapete da dove giungono? Credete che appartengano a voi sola e che il resto dell’intorno nulla c’entri con voi, con quello che sentite e con quello che riuscite a fare? Voi che indicate i miei interessi come una vanificazione del mio ingegno e del mio tempo, e mi consigliate di impiegarmi in quel che dispone questo tempo storico per trarre sicuro vantaggio (tradotto: impiegarmi negli interessi della maggioranza), non afferrate che se si studia il circostante e se si cerca di carpirne il passato e la storia, sarà più semplice prevederne il prossimo movimento, e prevedere significa organizzarsi al meglio per meglio sopportare i venturi cambiamenti e guadagnarci in benessere? Quanta inversione vi sia nelle maggioranze lo ignorate! Quasi le maggioranze ricusino la scienza, un po’ come cantava quel genovese: “ma la scienza non la puoi regalare alla gente”, delineando come la gente preferisca pagare un medico per conoscere il proprio stato di salute anziché cercare il male da sé! Prevedere e prevenire i movimenti del mondo è il vantaggio supremo che una società può trarre dalla ricerca e dallo studio del funzionamento d’ogni cosa, ciò si traduce in una società organizzata per il bene dei suoi cittadini e sono i cittadini che fanno una società; se già tra essi esiste una maggioranza la società è fallita. E se la maggioranza dei cittadini non si cura della ricerca e dello studio in senso individuale, perseguendo le proprie curiosità, spurie di condizionamenti, allora verranno addomesticati da chi trae giovamento da tale disinteresse, e questi “chi” e questi qualcuno son coloro che scelgono cosa deve essere insegnato nelle scuole, perciò invieranno una circolare all’inizio dell’anno scolastico con elencato il programma didattico da seguire, il programma creato appositamente per formare persone che contribuiscano alla causa d’un sistema sociale quale, magari, può essere quello odierno, improntato su degli Stati in corsa economica contro altri Stati, e per mantenersi al passo si chiamano partecipanti idonei e preparati, e se ne chiamano sempre più preparati nel modo che si decide migliore per non rimanere indietro, e più se ne hanno più saranno le probabilità di superare gli altri Stati. Per averne di più si idolatra la famiglia, la si coccola, la si protegge, la si incentiva di modo che da questa escano altri partecipanti e si perpetui la causa della corsa economica. Se il cittadino è convinto che le aule scolastiche siano il luogo della cultura, e s’impegna a seguire ed eseguire quel che gli viene insegnato, sarà un corridore in più per una causa che poi si riflette persino nel suo amare perché, Sofia carissima, noi siamo ogni riflesso del mondo. Ogni luce, ogni suono, ogni forma che assorbiamo giungono sin dentro noi e ci modificano, per minuscola che possa essere la forma, la luce o il suono. Così modificati noi sentiremo del mondo, noi ameremo in quel senso perciò alcuni miei personaggi trattano l’argomento, questo argomento! Perciò un mio personaggio esclama che “allora un genio è colui che ha ascoltato di meno!”, anche se la dicitura corretta dovrebbe essere: “un genio è colui che ha ascoltato di meno ed ha studiato di più.”. Ma se il mondo è così, come oggidì, allora persino l’amare sarà inquinato e, quel che più sgomenta, è che si è sinceri nell’amare in questo senso! Chi del mondo d’oggi vuol avere una parte sarà contaminato del mondo, in ogni sua manifestazione, sia verso altri che verso sé stesso. E pur sempre si rimane contaminati, non lo nego: la solitudine assoluta non può umanamente esistere, neppure essere concepita da noi uomini in quanto dovremmo privarci dei sensi e del pensiero per raggiungere tale stato, dovremmo quindi abbandonare ogni fisicità e, il pensiero, è già fisicità: nel mondo umano non esiste astrazione, così non è astratta una parola dacché la parola scatena processi fisici dentro di noi, e così non sono astratti i sogni dacché sono conseguenza di altri processi fisici (produzioni elettrochimiche del cervello), e così non sono astratti gli spiriti sinché interagiscono con un umano siccome già pronunciando spiriti li elaboriamo in conseguenza della nostra fisicità, come le parole ed i sogni. Nulla esiste che non ci contamini, solo ciò che non si sa può evitare di modificarci, ma ognuno di noi vive in quel che sa, e tramite quel che sa ognuno sente. E nel sentire interviene anche ciò che si sa e che non si riesce a ricordare, quel che assorbiamo e che si installa in noi come parte di un tutto, ed è il tutto che poi ci fa relazionare, che poi ci fa scegliere. Ma noi questo tutto lo possiamo modificare! Come gli sciamani riescono a rallentare i battiti cardiaci così ognuno di noi, avendo lo stesso cervello degli sciamani, che sono pur sempre uomini, potrebbe accedere alle parti primitive di sé, quelle che regolano i nostri processi autonomici e quelle stesse che riconoscono quando qualcosa è bene per la propria salute. Per tale caratteristica esistono rappresentazioni (parole, immagini, suoni) trasversali, che vengono considerate, all’unanimità, belle, senza distinzione di ideologia o classe sociale!, e questa peculiarità comprova che l’Uomo ha ancora in sé il buono, il necessario ed il giusto per sé. Raggiungere la parte dello sciamano è possibilissimo, Sofiucciolina!, ma richiede lo spoglio da sé stessi di tutto ciò che sembra logico, richiede lo smascheramento d’ogni sensazione, persino se la sensazione ci sembra sublime! L’assunzione all’essere uomini giusti chiama il dubbio su ogni sfaccettatura del proprio essere, e salire a tal grado spaventa chi dall’uomo contaminato ha vantaggi, che sono vantaggi non di bellezza, ma che riguardano comunque la parte contaminata di sé e non quella primitiva, che non vuole corse, non cerca sistemi sociali, non pretende né speranza né sogni, né marchingegna truffe, ma che persegue il bello sin tanto che non è soffocata dalle pareti delle dottrine. Un uomo che diventa sciamano, che si spoglia di tutto non rinunziando all’intelligenza saprebbe organizzarsi davvero nel vivere con altri uomini, saprebbe prevenire i movimenti del luogo in cui vive e riuscirebbe, finalmente, a non aggirarsi più tra amori contaminati, riconoscendo chi può apportargli felicità senza, però, esserne succube o essere succube d’altre contaminazioni quali gelosia, invidia… Ma questo è un uomo evoluto fisicamente, l’uomo che verrà poi dopo di noi (e non credo subito dopo), che magari non si curerà neppure di scavare per rintracciare resti d’altre civiltà, come ad esempio la nostra che pare convinta che tutto quel che ha fatto rimarrà per sempre, senza comprendere che saremo interrati quanto i fossili, perché è questo ciò che diverremo: fossili. E, per quanto io lo possa gridare, la società – quindi le persone – avrà la cecità d’essere la più perfetta, la più alta, anche nelle manifestazioni della sua umiltà, come me ora che, a fondo, questo credo che annuncio non lo comprendo e non lo condivido nell’essenza altrimenti non vi scriverei, Sofia, non vi scriverei nulla e morirei siccome sono solo un che di inutile, come ogni uomo d’oggi, ancora retrogrado con la superbia della sua umiltà d’ammettere che è inutile: il sigillo della sua falsità. E, per tanto che sono inutile, forse ora capirete quanto è necessario interessarsi di ciò che la corrente svia imputando come astruso rispetto alle decisioni pratiche. Possibile che non comprendiate quanto ogni tic esistente possa incidere su un altro e un altro ancora sino a giungere a voi che, se risponderete con un tec, avrete sfalsato il meccanismo? E che se così risponderete poco vi sarà importato del meccanismo e molto dei tec della corrente ignara…
(Ci si curi di conoscere la scienza del creato, ma si vada coi piedi di piombo sulla storia scritta dagli uomini ché, ancora, una società senza maggioranze in essa non s’è presentata nel nostro mondo perciò si potrebbero trovare dei vizi umani in quel ch’è stato scritto…)

Doriano S


16 ottobre
Oddio Sofia! Perdonatemi!
Ve ne prego, non so cosa mi sia preso! Vi ho paventato un dramma che non vi tocca, che non siete voi! Voi non siete come vi ho descritta e Dio solo sa quanto abbiate sofferto per il mio sfogo! Mi affido al vostro cuore di donna confidando nella sua comprensione, confido nel vostro cuore tormentato già troppo spesso dalla vita e che non merita i miei nervosismi sconclusionati, non merita nulla che non sia bello e grandioso, non merita un essere vile come me.

Umilissimo Vostro, Doriano S


17 ottobre
Sì Sofia, fate benissimo a tacere, è giusto dopo il troppo scuro di cui vi ho investita senza ragione.
Addoloratissimo, Doriano S


18 ottobre
Silenzio.


18 ottobre (metà pomeriggio)
Ancora silenzio.


Notte tra il 18 ed il 19 ottobre
Continuo silenzio… Respiro male Sofia. Vi ho turbata, chiamatemi debole, gridatemi carogna, urlatemi anche, ma cessate questo silenzio, ve ne prego! Torniamo al lago!
Doriano S


19 ottobre
Sofia,
vorrei svelarvi… vorrei solamente molto, ma per molto che potrei svelare sarebbe sempre un inutile in quantità di troppo per comprendere il vostro non parlare.

Doriano S


19 ottobre (sera)
Una disgrazia Sofia!
Nel condominio è capitata una disgrazia, siamo allibiti tutti da quel che è successo! La signora Berenge… oddio, la povera, minuscola signora Berenge… il diavolo è cascato su di lei! La nostra signora amata, la carissima signora Berenge, cosa le è capitato! È rimasta sola, non ha più nessuno! Sofia, voi siete muta in queste ore disgraziate ed ora è il momento in cui ho più bisogno di voi! Sofia! parlatemi! Alla signora Berenge è mancato il figlio!, nel condominio non si parla più tanto, non la si vede più, s’è chiusa in casa! La gravità del lutto è sentita da tutti noi, che sentiamo la poverina piangere da dentro il suo appartamento… Lì s’è barricata ed ho paura che il diavolo la minacci ancora, che – Dio santissimo! – la voglia portare via! Oddio Sofia, parlatemi! perdonatemi!
Vostro Doriano S


21 ottobre
Non sappiamo nulla, non si sa se un incidente o una malattia, non si sa niente del figliolo, so solo che stamane ho procurato la spesa alla straziata madre e, come mai mi era successo, posandola davanti alla porta questa si è aperta: la signora Berenge mi ha fatto entrare. Non ero mai stato in quell’appartamento, lei mi è sembrata più piccola del solito. Tutta avvolta in uno scialle mi ha offerto un tè, ho lasciato che si gettasse sulla spesa per riporla in quelle sue credenze coi vetri antichi, opachi e smerigliati, sostenuti da incroci d’un legno scuro e tutto intagliato, odoroso come odorano i salotti dei nonni di campagna. Ho notato una cuccetta ed una piccola lettiera, ma dal mio appartamento non ho mai sentito unghiettare o miagolare, e non mi è mai stato chiesto di comprare cibo per gatti. Avrei voluto domandare al riguardo, ma non mi sono osato, l’ho ascoltata sforzandomi di aggiungere qualcosa alle mie frasi che suonavano sempre troppo uguali ad altre, ogni volta simili tra loro tentando, con quelle, di confortare la signora Berenge che, di fronte a me, non ha pianto neppure una volta, coraggiosa nel suo evocare il figliolo, tutte le belle giornate che lui ha sacrificato per la sua mamma che lo ricorda così, senz’accennare neppure un istante a quel che l’ha fatto mancare. Per uscire poi da quell’appartamento ho dovuto appellarmi alle riserve più vive del mio animo per non svenire di rimorsi, tanti rimorsi subito saliti in petto, tanti pesi uno sull’altro per il mio dovermene andare, per doverla lasciare sola nel suo salotto. L’aria qui nel condominio è viziata di scuro, tutti siamo in apprensione, tutti respiriamo a stento quando entriamo nell’androne e tutti cerchiamo di dire una parola nuova, una frase che davvero sia illuminante, che davvero conforti la piccola signora Berenge, ma a nessuno viene una parola utile davvero, ognuno di noi si trova scomodo in questo dramma, ma è qui che abitiamo. Cerchiamo di trattenere il fiato e di non ingerire quest’aria luttuosa, si arriva persino a sperare d’evitare la povera signora per questa nostra mancanza d’abilità, proprio non saprei come prestarmi se dovessi entrare un’altra volta nel suo appartamento, forse avrei qualche risorsa se solo il mio respiro non fosse così tirato per ciò che io stesso ho combinato con voi… Io stesso vi ho offesa! Ed offendo il dolore della signora Berenge col mio fiato trattenuto! Il diavolo scenderà dal piano di sopra e verrà da me, Sofia, se non mi parlate. Già sento la sua coda, già la sua coda mi leva del tutto il respiro.

Addoloratissimo Vostro, Doriano S


21 ottobre (ore 18.00)
Lo so Sofia! Lo so!
Voi tacete e non dite, ma so tutto! Tutto il vostro dolore lo conosco! Vi ho tradita, è così, per questo non mi parlate più! Vi aspettavate il Doriano del lago ed avete trovato un cafone che vi ha maltrattata come sei voi foste una bambinetta! Vorrei strapparmi la lingua per ciò che vi ho detto, e vorrei schiacciarla sotto i piedi, non vederla più! E vorrei che dalla ferita uscisse tanto sangue da soffocarmi la dannata gola che ha lasciato uscire quelle brutte parole per voi! E non do la colpa alla giornata nerissima che ho subito prima d’incontrarvi, avrei dovuto essere meno impulsivo, prendere la vostra critica come un dono, capire che avete letto il racconto che vi ho scritto, esserne felice! Invece la giornata mi ha stancato talmente l’anima da rendermi cieco! Non era mia intenzione Sofia!, ed ora non so nemmeno più come chiamarvi, quale nome devo invocare per avere il vostro perdono, una sola vostra parola, una sola! Ho il cuore maledetto dalla disperazione Sofia! Chiamatemi plebeo! gridatemi tutto lo sdegno che vi ho provocato! urlatemi il vostro nome! urlate la mia colpa! Sofia! Parlatemi! Anche con un sibilo, ma chiamatemi ancora! Non mi sono mai negato in vostro favore e sempre vi ho tessuto il filo, Sofia! Senza voi io non so! Tutto diventa bestiale, tutto cade, le verità si fanno immonde e straniere, non le trovo più! Parlatemi, sibilate, sprecatevi per me ancora una volta! Sofia!

Doriano S


21 ottobre (ore 23.00)
Oh Sofia Sofia,
ho disgraziatamente indovinato la vostra agitazione di cinque giorni fa... quale malaugurato motivo, Sofia, ha mosso le vostre critiche. Finalmente vi comprendo e vi vorrei accompagnare in queste ore tristi se solo riuscissi ad afferrare l’argomento che vi tiene assente, muta e lontana da me. Se me lo porgeste, o se davvero riuscissi ad afferrarlo, tenterei di sbrogliare qualsiasi dolore che lo lega al vostro sensibile cuore indubbiamente castigato nella sofferenza di questi neri momenti, ed i legacci infausti saprei scacciarli da voi, ma proprio voi non lasciate che io afferri nulla lasciandomi solo, a me che sola non vi vorrei e che solo con voi mi concepirei. Ho saputo, Sofia, ho saputo tutto. E che io sia fatto straccio se promuovessi rivelazioni gravi quanto le parole del nuovo portinaio sono state capaci di promuovere in me. Sì, stasera sono corso al vostro palazzo!: la lettera mi premeva nell’anima, volevo consegnarla a voi di persona, mi bruciava, ma all’ingresso è venuto il nuovo portinaio, e le sue giovani parole non sapevano di voi, mai vi hanno incontrata (possibile?), spiegandomi che la signora Ester s’è licenziata due dì fa e che al piano di sopra, sette giorni or sono, una vecchietta è mancata. Le gambe non mi hanno retto, lì sull’ingresso il giovane ha dovuto sorreggermi tutto spaventato per il pallore sul mio viso. Vostra zia è mancata e voi nulla vi siete fatta sfuggire di ciò! Nulla m’avete detto! Che giorni infausti! Prima il figlio della signora Berenge, ora vostra zia… Sofia! Dove siete? Ho tentato di rialzarmi, di prender la via delle scale per il vostro appartamento e, dinnanzi alla vostra porta, ho bussato per minuti e minuti sino a quando il ragazzo dietro me ha dovuto fermarmi. Temeva i lamenti dei vicini, ma avrei voluto continuare a picchiare contro il legno, anche dallo zerbino sul quale mi sono accasciato nuovamente, ma niente più che un palmo mi è venuto di sollevare… Dove siete? Parlatemi! Vi scongiuro… Vi ho scivolato la lettera sotto la porta e sono uscito in strada. Non so come sia riuscito a ripercorrere la via sino a casa mia, non so più nulla… Sofia, il mio amore per voi mi sta lacerando le ragioni… Sì, amore! Sofia! In queste ore le parole sono enigmi e, Dio sa il perché, nell’androne nel mio palazzo, sino alla mia porta, mi ha investito un odore che saprebbe spiegare quel che il lacerante amore sta facendo del mio senno… Un olezzo di morte, un’aria rigonfia di carne avariata, una palude in decadimento, un… non so, ancora nel naso ho l’odore... Che sia il figlio della signora Berenge? Che sia lui? Di lei non sento nulla, da un paio di dì non sento più pianti, non sento più ciabattare, nessuna sedia che si sposta e nessuno del palazzo dice nulla, solo ci si copre il naso con un fazzoletto quando si entra nell’androne, solo sento un suono che mai s’era fatto udire, un piccolo suono che viene da lassù, un suono continuo e tenue, triste e simile ad un minuscolo miagolio.


***


NOTA DEI CURATORI

 La corrispondenza di Francesco D e Doriano S termina con l’ultima datata ventuno ottobre. A tali lettere e messaggi recuperati si aggiungono un’unica lettera di Sofia, destinata a Doriano S, ed una parte del racconto accennato da quest’ultimo. Da quel che si leggerà nell’unica e ultima epistole di Sofia si comprenderà il motivo per il quale disponiamo d’un solo frammento del racconto. Quasi tutto il materiale è stato rintracciato nell’appartamento della ragazza tranne la lettera che segue, datata quindici ottobre.


15 ottobre

 Caro Doriano,
affido questa lettera alla portinaia del mio palazzo, Ester, confidando che ve la recapiti prima possibile. Io devo partire, così è deciso. Mi trasferisco in Polonia con Francesco, là ci sono dei progetti per noi. Qui non ho più nulla, mia zia è mancata ieri e sono sola, non mi sembra corretto chiedervi di prendermi con voi, so che lo fareste, ma siete sempre così buono che spesso vi scordate degli oneri economici. Con Francesco starò bene, mi tratta come una vera principessa ed ha grandi idee. Vi avrei avvertito prima, ma gli hanno anticipato la partenza di più d’un mese. Vi lascio comunque il mio indirizzo.

Sofia


Sofia Ivanovna
Ponte Pterburgaia 142
15C23 Byodoscz
Polonia


 P.S. Tra un mese tornerò per le ultime cose rimaste in casa mia, ho portato con me anche il vostro racconto, io lo intitolerei: Gli Anni dell’Anima. Ho lasciato indietro la parte che vi ho criticato e per la quale vi siete scaldato tanto! Non prendetevela, sto scherzando! Spero di incontrarvi al mio ritorno!





EPILOGO

(da parte dei curatori)


 Francesco e Sofia partirono la sera del quindici ottobre e non fecero più ritorno. Sembra che Francesco, giunto in Polonia, si sia licenziato dall’azienda per cui lavorava e che abbia modificato i suoi piani, intraprendendosi con successo in un’attività commerciale diversa da quella prevista, della quale non se ne conosce il settore. Sofia, invece, abbandonò gli studi per dedicarsi completamente alla figlia nata pochi mesi dopo il trasferimento.
Tre anni dopo la nascita la bambina si ammalò gravemente a causa d’una insufficienza cardiaca. Per due mesi Sofia e Francesco furono costretti, dalla malattia della piccina, a continui e stancanti turni di veglia, speranzosi comunque che la bambina tornasse in salute. Ma questa si aggravò ulteriormente, tanto che non fu più possibile mantenerla nelle condizioni sì gravi, ma stabili, in cui versava; e, data la giovanissima età, non fu nemmeno possibile impedire l’aggravio tramite farmaci, perciò si richiese d’urgenza un intervento operatorio, che venne praticato in Italia.
Francesco dovette rimanere in Polonia nonostante avesse più volte ripetuto a Sofia che avrebbe voluto accompagnarla e che il lavoro poteva anche andare a farsi benedire, ma Sofia si oppose, convincendolo ad "essere presente alla sua impresa" (usò proprio queste parole) mentre lei, in Italia, avrebbe assistito la piccola nella migliore misura e con le sue migliori attenzioni.
La bambina, dopo l’intervento, non parve migliorare anzi, venne colpita dalla febbre, la pelle si schiarì sino ad un biancore innaturale e le guancette si scarnirono in modo terribile. Per due settimane i medici adoperarono tutte le loro capacità, con la madre sempre ad un passo dal lettino, bianca forse più della figlia stessa e sola come non mai. A causa di tale peggioramento Francesco decise di rientrare dalla Polonia, affidando la gestione dell’azienda ad un collega del quale si sarebbe poi pentito. I medici si affannarono ancora con tutti i loro sforzi. All’inizio della terza settimana di tesa degenza la piccola sembrò riaversi. Un poco alla volta ricomparve il colore sulle sue guance, riprese a mangiare e, con incredibile stupore da parte di tutti, nel giro di una settimana appena scese, di nascosto e senza l’aiuto di alcuno, dal lettino, irritando persino la caposala che la sorprese sulla sedia, in piena notte, mentre Sofia accanto s’era addormentata, a cercare dentro la borsa della mamma un piccolo oggetto, una sorta di leoncino di peluche. Così pare stando alle parole della caposala.
Il mattino seguente la caposala venne in camera e, stavolta con un'irritazione assai meno seria, incitò la piccolina a mostrare al padre cos’avesse combinato quella notte. Così la bambina scese dal lettino e, ritta e un po’ incerta, andò verso la borsa della madre e ne estrasse un astuccio in cui erano contenute delle fotografie personali appartenenti a Sofia. Cosa ritraessero quelle foto non è dato a sapere. Poi il padre, Francesco, felice di veder camminare la propria figlia l’afferrò e se la portò al petto, baciandole il visino, stringendosi il corpicino addosso, giocando con le manine della bambina e piangendo di commozione e di sollievo. Alla scena furono presenti anche alcuni dottori che seguirono la malattia della poverina. Al vederla camminare così presto si diedero in sorrisi pur mai togliendo gli occhi da quella piccola creaturina che aveva loro regalato la riconoscenza di quel che le infermiere chiamarono 'miracolo'.
Francesco tornò in Polonia col cuore finalmente leggero, trovando là il suo collega che aveva bene gestito, in quelle sofferte settimane, l’azienda. Da ciò trasse il vantaggio di divenire socio di Francesco, producendosi in ringraziamenti che per Francesco parvero sì esagerati, ma comprensibili in quanto la gratifica avrebbe inciso positivamente sulle finanze della famiglia di quel collega che, solamente due anni prima, era stato costretto a ripari d’emergenza, con tutta la famiglia al seguito, in conseguenza della chiusura della piccola impresa nella quale aveva lavorato da quando aveva quattordici anni e dove era stato terribilmente sfruttato.
Sofia, che spinse Francesco al ritorno in Polonia, raccomandandogli che ormai tutto era sistemato e che tra una settimana la figlioletta sarebbe stata dimessa dall’ospedale, scelse di rimanere in Italia per altre due settimane, pensando di ritrovare un po’ quei luoghi che, qualche anno addietro, le avevano regolato l’infanzia e l’adolescenza. Ripercorse la via dove aveva vissuto con sua zia, riconobbe il vecchio palazzo, sorprendentemente più povero di come se lo ricordava. S’incamminò per i vicoli ed i muri del centro eccitandosi non poco nello scoprire che il bar del Mercatello era sempre lì e che nulla era cambiato, anche gli annunci e le promozioni di spettacoli sul vetro della porta d’ingresso sembravano non essere mutati, persino il gestore era sempre lui. D’altronde non è che fossero trascorsi chissà quanti anni da quando lasciò quel posto; e, riflettendo su ciò, un’oscura curiosità la investì, dandole un poco di vertigine ed un leggerissimo, ma significativo tremore nell’anima. Nel bar non entrò, attirata più da un percorso che conosceva bene.
Attorno a lei si alternarono la vecchia panetteria, le siepi del piccolo parco, i gradini dello stabile più artistico della zona, l’acciottolato della via, sino a quando non giunse davanti ad un palazzo risaputo. Qui il respiro le si sospese nel petto. Il portoncino d’ingresso, le balaustre lassù in alto, la finestra… Ah, la finestra! Lui sarà stato là dietro a scrivere? Sempre solo? Non indugiò e spinse il cancelletto, attraversò i praticelli camminando sulla chiara pedana di pietra ed entrò. L’androne, il corrimano delle scale, la luce scura ed altri dettagli le apparvero già conosciuti eppure mai aveva varcato la soglia dell’edificio. Salì sino al primo piano e seppe riconoscere a quale porta avrebbe dovuto bussare, così bussò. Dall’altra parte sentì muoversi qualcuno che si stava avvicinando alla porta. La porta si aprì. Non si sa bene quale espressione tagliò il volto di Sofia: sicuramente stupita, ma pure impressionata dal viso di chi ora la guardava, forse più stranito di lei.
Doriano? No. Di chi era il viso dell'uomo che le aveva aperta la porta? Sofia non seppe pronunciarsi, ma, quando l’uomo le domandò chi fosse, lei riprese un po’ di stabilità e riuscì a domandare se sapeva nulla dell’uomo che sino a qualche anno fa aveva vissuto in quell’appartamento. Solo quando spiegò che si trattava d’uno scrittore, gli occhi dell’estraneo divennero più certi. Questi, nonostante Sofia si fosse ristabilita dallo stupore, intuì che forse sarebbe stato meglio farla entrare e spiegarle quel che conosceva.
Si sedettero al tavolo della cucina, l’uomo offrì un bicchiere d’acqua che Sofia rifiutò, ma il bicchiere rimase comunque sul tavolo. L’uomo iniziò a raccontare che qualche anno addietro su quel palazzo cadde una disgrazia. Una vecchia al piano di sopra perse il proprio figlio e, dato il dolore, nel sonno anch’ella se ne andò; non avendo però più nessuno al mondo, giacque nel letto per giorni e giorni, tanto che il corpo si decompose abbastanza da emanare, per tutto l’edificio, un odore pessimo. Si decise, una volta compreso il motivo, di abbattere la porta dell’appartamento dal quale, senza più la porta, fuoriuscì un puzzo talmente acuto che alcuni dovettero uscire sin sulla strada per non perdere i sensi. Il corpo era stato nel letto per molti giorni e la decomposizione fu accelerata dalle bizze della stagione che, nonostante fosse autunno, in quel periodo d’ottobre mostrò temperature estive. Disinfettarono l’intero appartamento, bruciarono il materasso, le lenzuola ed un gatto che, poverino, era morto pure lui. La vecchia fu riposta in una cassa comune, portata all’obitorio e poi sepolta. L’odore, però, perdurò ancora per altri giorni, persino settimane, e qualcuno si insospettì. Si volle controllare ancora l’appartamento, ma non si trovò nulla sino a quando qualcuno avanzò che da un po’ non si vedeva più un tale, uno scrittore che viveva proprio in quell’appartamento dove ora Sofia, ascoltando il racconto, scelse di approfittare del bicchiere posto sul tavolo di fronte a lei, turbata da una intuizione. Le porte abbattute divennero due e quel che si trovò oltre la seconda porta fu abbastanza raccapricciante da non lasciare che chi assistette alla scoperta guadagnasse l’aria pulita della strada: svenne lì, di fronte alla visione d’un uomo riverso in terra, con un braccio allungato verso la porta, circondato da innumerevoli fogli, per lo più scritti a mano, le stesse mani già rose e aperte dal decadimento, così come il volto. Si dice che fosse stato un attacco improvviso al cuore.
Di lui si raccontò che perse il lavoro per inadempienza, non ne cercò un altro e chi lo vide, prima che si barricasse in casa, lo ricorda sfatto, al limite della ragione. Altro non si sa più nulla, ma quel che è certo è che nel cuore di quello scrittore dev’essere caduta una sofferenza orribile, della causa non si sa granché: le voci sono molte, ma nessuna è sicura. Nell’appartamento si eseguirono poi procedure identiche a quello della vecchia e, tre mesi dopo, l’estraneo che ora conversava con Sofia venne ad abitare in quell'appartamento.
Il nuovo inquilino comprese quanto il dramma raccontato avesse toccato dolorosamente l’anima di Sofia e le lasciò il tempo per riprendersi. Tra le ciglia della ragazza brillarono piccole lacrime che, però, non scesero alle guance. Si rialzò ancora lucida di quelle emozioni e salutò, scusandosi dell’intromissione, avviandosi verso l’ospedale dove sua figlia l’attendeva, improvvisamente così diversa nelle sue intime sensazioni.

 La figlioletta fu dimessa due giorni dopo la sconfortante scoperta da parte della madre e, la settimana che seguì, Sofia approfittò della permanenza in Italia per visitare con la figlia quelle città conosciute, da ragazzina, con lo scrittore, ma non più con l’animo allegro dei tempi andati, nonostante si sforzasse felice per la bambina riavuta.
Tornò poi in Polonia dove rimase per molti anni e dove, per molti anni, subì in cuore la nostalgia di ciò che mai si realizzò.


***


 Disponiamo ora al pubblico l'opera di Doriano S, titolata da Sofia: Gli Anni dell'Anima.
Speriamo di fare cosa gradita in funzione della memoria di uno scrittore che crediamo il pubblico debba conoscere.






Doriano S

GLI ANNI DELL’ANIMA





Parte Prima

I

  A voler essere schietti, quelle prime giornate di giugno, nonostante i ragazzi riversati fuor delle proprie case, aule e collegi, sorridenti per le lezioni quasi al termine e l’estate pronta a dar loro sogni che, forse un giorno, quei ragazzi ormai cresciuti, presi da nostalgia a causa d’un prato appena tagliato o divenuti adulti senza aver trovato l’amore giusto ed essendosi preservati perciò, a maggior ragione, l’ideale d’un amore, avrebbero ricordato come un passaggio obbligato della gioventù... ebbene quelle giornate erano piuttosto fresche anzi, diremo proprio fredde. Quegli stessi giovani, però, non parevano curarsi troppo della questione meteorologica e, eccitati, già sui loro visi si mostrava un calore difficilmente confondibile con un malanno pronto a levar loro le energie.
(Nota dei curatori. Pubblichiamo in corsivo questa parte iniziale dell'opera in quanto risultava, nell'originale, scritta a mano. Pur non conoscendo le intenzioni dell'autore, speriamo di aver trovato la giusta soluzione del corsivo siccome il resto dell'opera, che segue a questa nota, risultava invece stampato a macchina).

  Nella città di C…, in Corso S…, le scuole elementari comprese in un vecchio, squadrato, da poco restaurato stabile verde con grosse pietre in vista ai lati, aprì le sue alte e spesse porte principali per far uscire i bambini pronti per essere accolti dai loro genitori, che li aspettavano sul piccolo piazzale compreso tra la strada del Corso e lo stabile. Non per ogni fanciullo, però, era prevista l’accoglienza dei propri cari, infatti una graziosa sui nove anni da tempo aveva imparato ad andar sola verso la propria abitazione. Le spallucce sostenevano una cartella diversa da quella dei suoi compagni, cartella somigliante più ad un floscio zaino assai più povero nei colori e nel tessuto di quelle cartelle tanto belle dalle quali era attorniata quando entrava in classe; persino il contenuto di quello zaino rispecchiava una povertà forse assai maggiore del tessuto che lo costituiva. La piccola percorreva solitamente quel po’ di strada, che la separava da casa, senza la compagnia che, probabilmente, si dovrebbe ad una bambina della sua età. Ella si trovava costretta ad aver un “dentro” più grande della sua altezza non per noncuranza nei suoi confronti o per negligenza da parte di chi avrebbe dovuto attenderla davanti alla scuola, bensì dal fatto ch’era sprovvista di genitori. L’unica persona al mondo che aveva potere di podestà su di lei era una donna piuttosto anziana, che la piccola chiamava per nome anziché semplicemente “nonna”. (Riferiamo che l’età di questa nonna è un mistero per noi, ma sappiamo che appariva più anziana di come la si poteva intendere a causa, forse, degli effetti di una complessa esistenza.). La bambina, quando staccava da scuola ed arrivava a casa, attaccava lo zaino alla spalliera d’una sedia della sua stanzetta, localizzata in fondo ad un corridoio molto stretto di uno dei sedici appartamenti del condominio popolare dove abitava, e si prendeva cura di Giovanna: la nonna, peraltro malata. Si può ben capire che questa bambina, nell’ambito scolastico dove le maestre e lo stesso Armando Bima (il direttore) erano a conoscenza della sua disagiata situazione, fosse accudita in modo speciale. Grazie ad una organizzazione interna alla scuola, volta ad aiutare le disgraziate esistenze, alla piccina veniva dato l’aiuto necessario perché non si perdesse tra tali difficoltà e sofferenze, ma, per quanto riguardava i compagni, la situazione cambiava. Spesso gli altri bambini, capendo che la poverina serbava un segreto, ma non comprendendo esattamente in cosa consistesse, tendevano a trattarla in modo “speciale”. Capitava, a volte, che la piccolina sentisse confabulare i suoi piccoli compagni, e quelle volte lì ella stessa si sentiva come se fosse al centro d’un dolorifico cerchio, del quale non riusciva bene a distinguerne la circonferenza. Inoltre, non di rado accadeva che durante l’intervallo qualche bambino, in combutta con altri tre o quattro compari (stando bene attenti a non farsi scorgere dalla maestra), le facessero qualche dispetto: forse uno scherzo elaborato negli ultimi cinque minuti di lezione prima che la campanella avvertisse ch’era giunta la pausa dei dieci minuti. Solitamente i dispetti erano semplici, semplicemente crudeli; per lo più consistevano nell’inzupparle il piccolo grembiulino con acqua mista a polvere di gesso, che i dispettosi avevano sottratto dalla loro aula. Altre volte invece si spingevano ben oltre e, presa la piccina, la portavano in una rastremata zona del cortiletto dove si svolgeva la pausa; lontano dalle maestre le toglievano le scarpette e, dopo averle riempite d’erba e terra raccolta nella mal tenuta aiola interna alla scuola, le lanciavano al di là d’una rete dove viveva un anziano signore con la sua consorte. Questi vecchi coniugi dopo le prime tre, quattro volte, che una maestra suonava al loro campanello, avevano imparato a guardare per proprio conto se nel loro giardino non fossero spuntate un paio di scarpine tutte sporche. Quando le vedevano, la moglie di lui, dopo averle pulite per bene, forse ancor più di quello che erano prima della infantile bravata, le portava alla maestra, che le riconsegnava alla piccina. Quando la graziosa subiva detta crudeltà, si rialzava da dove l’avevano lasciata i suoi compagni e, senza curarsene troppo, andava a piedi nudi nel suo angolino dove era solita far trascorrere il tempo dell’intervallo. I suoi piedini scalzi venivano sorpresi dalla maestra solo quando ormai si riprendeva la lezione e si era tutti in aula. Fortunatamente la maestra non era persona ottusa e, avendo intuito il cattivo scherzo subito dalla bambina, cercava di stimolare nella piccina la parte che potesse reagire ai dispetti. Solo che reagire, così come si cercava d’insegnarle, non attecchiva sulla giovane indole anzi: in questi frangenti la reazione naturale sembrava di una qualche, particolare fierezza, forse scatenata dal voler celare un’incomprensibile vergogna per chissà che.
In seguito ai primi dispetti di quel tipo, la graziosa mantenne forse l’atteggiamento fiero anche per una piccola questione venutasi a creare… S’era infatti combinata una sorta di complicità a distanza tra lei e gli anziani coniugi; mai una parola s’erano detti e pochissime volte, tra la rete, s’erano visti, ma la coppia, avendo capito come la bambina fosse perseguitata, appunto perché le scarpette che spuntavano nel loro giardino erano sempre le stesse e capendo, dalle stesse molto usurate, che la proprietaria era economicamente disagiata, dopo averle pulite nascondevano, sul fondo della scarpetta sinistra, dei piccoli dolci incartati in una meravigliosa carta rossa tutta luccicante, simile a quella utilizzata per avvolgere i noti Cuneesi al rum. Non sempre venivano nascosti dei dolci. Altre volte infatti v’erano due o tre caramelle, una volta la piccolina trovò persino dei bastoncini di liquirizia. Tutto questo non passava certo inosservato alla maestra nonostante l’anziana coppia fosse convinta di farla in barba… ma l’affettuoso gesto veniva lasciato passare con la motivazione che potesse rasserenare la bambina. Altre maestre magari avrebbero pensato che tal gesto avrebbe potuto viziare la bambina e renderla più debole, più passiva, più chissà cos’altro; ma proprio queste altre maestre, con tutte le loro analisi psicologiche del caso, non avrebbero invece considerato che la bambina, una volta cresciuta, ripensando a quei dispetti avrebbe comunque sorriso e si sarebbe ben guardata dal credere, con rancore, d’essere sola, d’essere in un mondo esclusivamente indifferente. Forse le altre maestre non sanno quale potere può avere una carta rossa tutta luccicante agli occhi di una graziosa, e se lo sanno pensano magari che possa in qualche modo tinger di nero il futuro di una persona. Speriamo in un perdono se evitiamo di descrivere quale genere d’emozione germogliò nel cuoricino della piccolina quando, quella terza o quarta volta in cui la maestra le consegnò le scarpette, mettendosele sentì con la punta del piedino qualcosa di strano e, presa la sinistra tra le manine, dopo averla scossa vide uscirne due o tre luccicanti carte rosse come una dolce pioggia estremamente sorprendente. Speriamo ancora d’esser perdonati se non ci soffermeremo su come reagì la piccina; su come, senza scartarli, tenne nascosti nello zainetto quei dolci ed attesa la fine delle lezioni – fine che stranamente, quel giorno, tardava ad arrivare –, percorso un certo tratto di strada, si fermò a guardali tra le manine: stupita di come una pioggia del genere potesse uscire dalle scolorite scarpettine.
La bimbetta aveva sei anni quando fu deciso di affidarla alla nonna. Il ricordo del padre restava cristallino sia nell’anziana donna che nella giovane nipotina; mentre della madre la piccolina non aveva memoria. Le era stato raccontato qualcosa a proposito di lei, di come i suoi si erano amati, da quanto si amavano, ma mai si era mostrata curiosa di sapere altro, di saperne di più… circostanza, questa, che alcune persone denunciavano come anomala; ciononostante nel piccolo cuoricino sembrava non esserci posto per una figura materna. Forse, a giustificazione di ciò, potremmo azzardare che quando il padre era in vita fu capace di garantire una serena infanzia a quella sfortunata figlioletta, e se anche fosse stato, non bastò però a discolparlo dal gesto che le solite alcune persone non mancavano di opinare come “scriteriato ed egoista”. Noi vogliamo pensare al padre come ad un uomo che, data già un’inveterata, vaga ed inspiegabile malattia dell’anima incontrata e non più abbandonata sin da quando era piccino, nonché un’unica, forse sibillina vicenda amorosa, aveva subito eccessive disgrazie: da ciò l’empio e dubbio gesto di suicidarsi. Capitò una notte, quando la figlioletta si trovava in vacanza da sua nonna; notte di luglio certo calda, ma poi non così afosa. Il sofferente genitore ebbe ancora la forza di chiamare la madre di sua moglie e dirle di tenere la bambina con sé, riuscì persino a farle sapere che per la poverina aveva messo da parte una cifra considerevole, da toccare solo al compimento della maggiore età. Si venne a sapere che il resto dei risparmi furono impiegati nella ricerca medica per cercare di risolvere una malattia rarissima simile alla sindrome di Werner, ma colpente non già dalla nascita bensì in età più avanzata: malattia che tre anni prima del suo gesto aveva deciso d’invecchiare precocemente e definitivamente non solo sua moglie, ma, in un certo senso, pure lui. Per di più, abbassato il ricevitore e teso a compiere il gesto, aveva ancora avuto la forza di non credere ad un Dio; forza che potrebbe venire a mancare, rivelando una certa speciosità d’animo in chi si professa ateo per tutta la vita e che, poi, nel momento finale della propria esistenza pare, dentro sé, ricredersi forse per timore, o per scarso convincimento. (E se tale contraddizione non ci fosse stata, forse la morte avrebbe scelto un momento più avanti nel tempo per prender con sé l’anima controversa). A causa del disperato gesto paterno, qualcuno iniziò a fissarsi convincendosi proprio che la bambina avesse subito una scossa tremenda (fissazione, questa, sempre di quelle solite alcune persone) eppure, nonostante tutto, guardandola in viso quando si parlava del genitore, dagli occhietti non pareva filtrare né angustia, né turbamento, né una qualsiasi altra forma di afflizione, e neppure di distacco: vi si leggeva una sorta di partecipazione, quasi fosse capace di comprendere il fatto al pari degli adulti sorpresi nella conversazione. È anche vero che in determinate occasioni si abbandonava ad un pianto, ma come fargliene una colpa?, per di più di nascosto. Se la si sorprendeva, ella prontamente: «Tanti compiti! Troppi!» provando, a suo modo, di far pensare che fosse affranta per un capriccio e sforzandosi di dar l’idea che nessuno si sarebbe dovuto preoccupare per lei. Esclamava, inoltre, quando con la nonna guardava vecchie foto: «Guarda come sorride qui! E come ero piccola!». Quasi nonna Giovanna la invidiava per questa capacità d’animo e credeva proprio che quella sua nipotina, una volta divenuta grande, sarebbe stata adatta per un uomo di sola, siffatta qualità; pensava anche che uomini con tal carattere oggidì sono rari e lontani così, più per sé che per la piccola, ogni tanto la chiamava affettuosamente Dusen’ka presagendo tra sé e sé, con impotenza e dispiacere, un futuro assai critico per la piccola anima.
Come dicevamo poc’anzi, la salute della nonna era piuttosto scarsa, ed in quest’ultimo anno la sua nipotina si sentì in dovere di far capo ad ogni faccenda domestica. Ogni tanto i vicini d’appartamento venivano ad aiutare la piccina, considerandola proprio una brava ragazza nonostante avesse solo nove anni e, come in Russia si diceva della forte, innamorata Sofia Ivànovna, quando tra loro parlavano di lei, arrivavano quasi sempre ad esclamare: “se ogni persona fosse solo un mignolo di quella cara ragazza, noi non saremmo in questa casa popolare!”. Ma, per quanto la lodassero, nessuno di quei poveri vicini avrebbe potuto aiutarla in altro modo, se non a mantenere in ordine la casa o, come le avevano insegnato, a leggere le bollette ed in quale modo agire per pagarle. Dal canto suo la piccina aveva imparato a svolgere tutte quelle mansioni; non era però un portento od una creatura fenomenale in tutto e gli studi scolastici ne risentivano. Ad ogni modo riusciva, con una certa difficoltà, ad istruirsi discretamente grazie, anche, alle maestre che, ribadiamo, per lei conservavano un occhio di riguardo. Certo è, che in una così complessa, non facile esistenza se non, per caso, avesse incontrato un’anima grande e facoltosa, un futuro come si suol dire brillante le sarebbe stato negato ancor prima di sbocciare, aggiungendo, tra le altre cose, che quella nonna era l’unica parente che le restava. La ragazzina avrebbe potuto contare, è vero, sul piccolo capitale messole a disposizione da suo padre, ma per ora, non potendo usufruirne, s’affidava al vento degli eventi e, se quel vento non fosse cambiato, il tempo, si può intuire, non le sarebbe bastato neppure per germogliare. Ma, forse, da qualche parte un’anima grande, buona e facoltosa esisteva, disposta magari a prendersi cura di quella bambina chiamata da tutti “la piccola Iris.”.
Si potrebbe bene dedurre, data la situazione generale della piccola Iris, che alla piccina non fosse concessa, se non proprio una compagnia, almeno un’amichetta del cuore… simile deduzione risulta però fallace. Quando ancora il padre mallevava, con il proprio essere in vita, un certo tipo di supporto alla figlioletta, questi frequentava un collega di lavoro nonché amico di vecchissima data, il quale era anch’egli genitore, e genitore d’una bambina coetanea di Iris. L’amico e collega si era stabilito, per ragioni lavorative, nello stesso quartiere dove Iris viveva con suo padre e, nello specifico, nella stessa, identica via; poiché questo, Iris e la figlia dell’amico di suo padre iniziarono a frequentarsi. Non solo tra le piccoline originò un’onesta amicizia, ma si cementò persino col tempo, tanto che l’affinità avrà risvolti determinanti nel futuro della nostra orfanella. Per giungere compitamente a questo futuro ed evitare che qualcosa possa apparire poi o confuso o detto male, preghiamo il lettore d’avere un poco di pazienza e di seguirci mentre tratteggeremo un poco di storia passata.
Riguardo questo collega, da un certo momento in poi della sua vita la storia si fa un po’ fosca e non sappiamo se disponiamo di abbastanza materiale per poter riferire, perlomeno in modo decente, le fasi più importanti o più curiose di questa sua oltremodo interessante esistenza. Con uno sforzo, tenteremo di porre insieme i tratti più caratteristici del suo percorso, di modo che ne risulti almeno uno scorcio di profilo. Sappiamo innanzi tutto che l’uomo era, si direbbe, felicemente separato; essendosi sposato relativamente presto probabilmente non era riuscito a soffrire la vita coniugale. La “ex” moglie: donna strana, molto ricca, affezionatissima – secondo le testimonianze da noi raccolte – alla figlia, si dice abbia lasciato l’uomo perché lui frequentava gente “un po’ così”, a volte persino straccioni, ma queste motivazioni non sarebbero bastate per un effettivo divorzio e, diciamoci la verità, restar semplicemente separati, mantenendo però una certa forma giuridica, conveniva ad entrambi. Si narra inoltre (ma di questo ne siamo molto meno sicuri e, fra l’altro, anche se vero, potrebbe essere un’inezia…), che la donna, quando ad esempio un’altra donna, per semplice curiosità, le domandava qualcosa sul suo stato familiare lei, non senza un certo, in qualche modo delizioso, quasi affascinante sorriso, rispondeva d’essere vedova; oltretutto vedova d’un uomo che per niente l’aveva amata e che, anzi, a volte, ma solo quando era ubriaco, diveniva violento e “faceva cose che non ti dico…”. Questa versione veniva puntualmente stravolta quando… (bisogna prima ammettere che la donna in questione, oltre ad essere ricca, al contrario di quella canzone piuttosto famosa qui da noi, non era per nulla racchia…), dicevamo… La versione cambiava quando un uomo interessato, accostandosele, le faceva qualche avance; in risposta riceveva: «Oh no no no! Il matrimonio proprio non fa per me, libera son nata e libera voglio morire! Certo qualche avventura…», e se l’uomo già s’era informato a grandi linee sul suo conto, lei lo correggeva: «Ma no! Mia figlia ha quattordici anni e vive con il padre, molto lontano da qui. La ebbi in giovanissima età, pensi che avevo solo quindici anni quando la misi al mondo! Ma, a proposito, si può sapere chi le ha dato queste informazioni così sbagliate?» mentendo spudoratamente su tutta la linea, non solo sull’età della figlia, ma pure sulla sua. In realtà, a parte queste cosette di poco conto, secondo notizie ufficiali la coppia s’era conosciuta e formata in un certo locale chiamato F… (o B…), nel quale si svolgevano, per lo più, tradizionali feste di matrimonio, anzi: quasi esclusivamente feste di questo genere e, secondo la politica del locale, se anche qui in Italia si tenessero rinfreschi funebri, nella città di C… li avrebbero svolti certamente sulle piste scure, estremamente lisce di quel locale lì. Sicuramente, a causa della poca o rara educazione che in taluni casi sussiste durante un addio al celibato, quella politica si sarebbe opposta ad accogliere tale tipo di festeggiamento, sempre che il festeggiato o la festeggiata non fossero amici del padrone: uomo d’un certo contegno, decoro e temperamento: “d’altri tempi” avrebbe detto qualcuno. Se proprio si vuole esser franchi, forse piccanti, questo padrone tentava con ogni più palese e ingenuo stratagemma di compiacere quella schiera di persone convinte che i vecchi valori – come la fiducia e l’amicizia – sarebbero stati manifesti in un uomo “solo nel momento del bisogno”; si sforzava di sfarfallare la sua elevata moralità e fede nei valori succitati, di sembrare persona per bene sulla quale si poteva contare. Dispose così il locale per quella che si potrebbe chiamare un’eccezione alla norma politica. Giorni dopo l’eccezione, gonfiandosi il petto, guardando un non ben definito punto immaginario posto in alto, chissà dove sopra la testa di chi aveva come ascoltatore, commosso si lasciava uscire: «Feste così mai da me! Ma amici come lui quasi mai se ne hanno!» e, abbassato lo sguardo, offriva da bere a tutti i presenti, dando pacche a destra e a manca. Ad ogni modo, sia come sia il carattere di quell’uomo, la coppia si conobbe il giorno d’una di quelle feste “poco ortodosse”. La donna, già ricca al tempo, voleva, chissà poi perché, che partecipassero anche due uomini alla festa d’addio al nubilato della sua amica e, grazie anche al suo naturale carisma dovuto, forse, alle sue stranezze ed alle sue ricchezze, riuscì a convincere la numerosa compagnia di donne che presiedevano alla festa (si dice fossero più di cinquanta), compresa la quasi maritata, a scovare questi due fantomatici uomini in giro per la città. Si può immaginare come il folto corteo femminile potesse apparire suggestivo, soprattutto quando sfilò per il Corso principale della città, già illuminato da molte insegne, più che raddoppiate negli ultimi anni. La ricca donna, seduta, com’era prevedibile, nell’autovettura di testa, vedendo e puntando due uomini passeggiare sotto i portici, fece arrestare la coda composta di quattordici o quindici autovetture ripiene di donne festanti; chiamati questi due malcapitati, praticamente paralizzati per lo stupore e, sì, anche vagamente intimoriti da tutta quella abnorme concentrazione di gentil sesso, li fece montare sulla propria autovettura e li portò al locale. In seguito, uno dei due uomini sarebbe divenuto suo marito, l’altro sarebbe stato il futuro padre di Iris. Per quel fortuito evento il futuro padre della giovane Iris assistette ad un cambiamento nel suo amico; amico che con una donna “poi di quel tipo lì” soleva risolversi: «Le femmine sono matte perché chi dà la vita dà la morte! E quelle che non lo sono mi fanno paura o ribrezzo!»; l’amico capace di una o, al massimo, con grande sforzo, due idee supplementari ed elementari (che poi, in tutta franchezza, avere un amico così potrebbe essere una garanzia di fiducia); l’amico con il quale ci si sapeva comportare e dal quale si sapeva cosa aspettarsi, ebbene proprio quell’amico, sul finire dell’anno, aveva stravolto il proprio glossario e le proprie idee, arrivando ad averne persino quattro, su quattro argomenti tutti differenti tra loro. Ora diceva: «Ci si deve sistemare, anche se non vuoi capiterà pure a te, quando meno te l’aspetti. E pensa che penserai davvero che sarà stata la cosa giusta. Di donne ce n’è a josa, se ne rifiuti qualcuna non è un peccato, ma quando la tua ti trova, non c’è niente da fare… ah, all’inizio potrai anche provare a rifiutarla, ma poi… Se ascolti me, la vita ti dà tante scelte, ma se non sai cosa vuoi, non c’è niente da fare. La vita resta, ma le donne passano!». Così conchiudeva quel “nuovo” amico, assai più fatalista ora di quanto lo fosse sotto i portici e prima, quando cioè ancora la vita, nonostante restasse, la si gustava in maniera diversa.
Bene. I genitori dell’amichetta di Iris si sposarono diversi anni prima che nascesse la loro figlioletta, ma, esattamente qualche giorno dopo il parto, quando la neonata Clarissa si stava appena appena abituando alla nuova luce, l’amico nuovo cambiò nuovamente. Chi può dire quale effetto, dentro un uomo, può scatenare la nascita d’una figlia se non l’uomo stesso? Forse non mutano le stelle in cielo quando nasce una creatura, ma agli occhi d’un nuovo padre pare vi sia un nuovo firmamento da imparare e contemplare. Agli occhi del circondario, spesso disposto a saper e parlar d’altri, quell’uomo parve, invece, come riaversi da un sogno; agli occhi di altri ancora, quell’uomo viveva una normale crisi dovuta alla responsabilità d’essere padre. Entrambe le ipotesi paiono valide, e noi fingeremo di crederci, ma, in fondo, sarebbe corretto pensare che proprio quell’uomo era stato, per troppo tempo, un uomo nuovo e le cose nuove se non vanno non vanno, mentre le vecchie hanno talvolta già una certa, apprezzata forma. Fatto sta che l’uomo, gradatamente ed apparentemente senza uno sforzo disumano, tornò ad essere l’amico dei portici (e prima). Dobbiamo ancora riferire un paio di cosucce riguardo quell’amico. Quando il padre di Iris terminò funestamente la propria esistenza, il solito circondario testimonia che il padre di Clarissa, quell’amico e collega lì, smise di mangiare, che fece avanti e indietro dal Pronto Soccorso, che “quell’uomo era finito!”, che “che diamine d’uomo era a trattar così una donna ed una figlia!”, che andò dalla moglie e, durante una furiosa lite, mancò poco che non si sfiorasse la tragedia e… che altro ancora? Non si sa. L’unico fatto certo è, che dopo i funerali del povero padre di Iris, l’amico e collega sparì letteralmente dalla circolazione e la figlia andò a stare con la madre sempre più stramba. Oggi, a molti anni dalla sua scomparsa, se qualche lettore avesse l’intenzione d’informarsi per sapere dove si sia cacciato quell’uomo, indagando tra le persone che, vuoi per una bevuta al bar, vuoi per una piccola questione di lavoro, sembrerebbero aver avuto con lui una di quelle amicizie talmente intime che, quasi quasi, ci si risente al solo pensare di voler chiedere loro qualcosa sul conto di quell’amico tanto caro… orbene qualcosina di vero, il lettore, potrebbe anche raccoglierla, assieme a tante ed inevitabili corbellerie che non si ha idea, assolutamente buttate lì, tanto, come spesso si fa, per dare alla intera vicenda un che di stravagante e, stranamente, a far così, in molti ambienti della nostra Italia una storia diventa più credibile di quel che sarebbe al naturale. Senza troppo divagare, evitando al lettore un’inutile fatica, scansando e filtrando tra le corbellerie, siam venuti a conoscenza che quell’uomo, oggi, dovrebbe trovarsi su un’isola piuttosto conosciuta dell’America meridionale, impegnato a gestire un locale notturno, una sorta di esotico boite. Si dice, inoltre, che si sia risposato e la paura d’essere denunciato per bigamia lo trattiene laggiù. Anche se dubitiamo molto sulla verosimiglianza di questo ultimo particolare, abbiam ritenuto necessario riportarlo all’opinione pubblica siccome, nel corso della nostra indagine, molte bocche distanti e differenti tra loro parevano trovarsi d’accordo su questo punto. Quando Clarissa capì che il padre non sarebbe più tornato, si ammalò. Per diversi giorni la madre temette per la giovane vita, fortunatamente la piccola si ristabilì e presto tornò a sorridere quasi come prima della malattia; sua madre, invece, per il grande spavento, prese a viziarla ed a proteggerla in modo eccessivo; ciononostante continuava, in parallelo, a mantenere un atteggiamento, con donne e uomini, stranamente antinomico rispetto a quello osservato in casa. La piccola, ad ogni modo, non si scordava del padre e neppure della sua amichetta Iris, alla quale, incolpevole, lasciò un giorno una cicatrice di tre, quattro centimetri nella zona lombare, ed un’altra notevolmente più piccola sull’avambraccio destro, che Iris, quand’era soprappensiero, “martoriava” con un ditino della mano sinistra. Cicatrici dovute ad un evento che, in questo caso, veramente si sarebbe potuto trasformare in tragedia, altro che le dicerie sulle liti tra il padre e la madre di Clarissa. In questo specifico, colpevoli erano, però, solo una decina di gradini ed una infantile disattenzione, ma niente altro. Iris, della sua amichetta Clara (come era solita chiamarla), non seppe più niente da quando suo padre era scomparso, ma forse, un giorno, chissà quando, avrebbe potuto mostrarle le cicatrici e, con lei, ridere d’ogni cosa.


II

  È oggi forse più raro, ma, un tempo, un bambino cattolico si recava il sabato pomeriggio presso la propria chiesa di paese o di quartiere per imparare i tratti ritenuti fondamentali dal prete stesso, o dai suoi aiutanti (spessissimo perpetue già d’una certa età), su cui basare una vera e propria educazione al cattolicesimo. Certo molti bambini, come si diceva al tempo, trovavano il modo di “schissare” quell’ora o paio d’ore per potersi meglio gustare il tanto atteso sabato pomeriggio, ma la risaputa arguzia di alcuni prelati è degna d’esser notata in questo particolare caso dove, per limitare le schisse dei fanciulli, a chi di loro prendeva parte alle lezioni di catechesi veniva dato libero accesso all’oratorio, luogo in cui i bambini avrebbero potuto giocare in uno o più campi ben fatti; questo “sacro” stratagemma probabilmente è oggi scomparso. Dalle nostre parti scomparve quando quella signora (della quale non conosciamo il nome), vedendosi arrivare il figlioletto tutto triste per l’esclusione dall’oratorio, si riunì con altre madri per presto formare un’associazione capace di permettere a chiunque di giocare nell’unico luogo dove su un campo da pallavolo fosse fisicamente contemplata la rete divisoria. Bisogna dire che molti anni più tardi dopo quei burrascosi momenti, burrascosi soprattutto per il prete “incriminato” di compiere una – a detta di tutti – vera e propria ingiustizia, tra i tavoli d’un bar rimasto tale e quale come allora, vecchi signori già criticavano l’associazione. Un paio di discorsi ci colpirono molto, tra i quali quello svoltosi tra un signore molto magro, mai visto una volta senza un po’ di vino al tavolo, solitamente contenuto in un bicchiere di vetro spesso ed opaco per i troppi anni d’esercizio; ed un altro signore molto simile al primo, ma solo un po’ più curvo, che teneva tra le mani un bicchiere di fattura uguale a quello appena descritto, però sempre vuoto e segnato, sul fondo, da sedimenta violacee, che parevano esser divenute parte integrante dell’opaco oggetto. «Veh… ce n’è di associazioni… Quand’ero gagnu mi… te lo dico in italiano, così capisci bene: quando io ero piccolo, alla gente non importava un fico secco se restava fuori da un posto! Se ne trovava un altro e morta lì. Oggi, con tutte queste cose parei… sai mica più dove voltarti. Certo poi la gente piange, si ammazza! Non sa mica più a chi credere!». Detto questo, l’anziano signore dava una golata al proprio vino e subito, prima che qualcuno potesse intervenire, se ne versava dell’altro riprendendo a parlare: «Qui non siamo mica come quelli là (sottolineava “quelli là” con un gesto sprezzante della mano)! Quelli là fanno tante parole, hanno studiato, loro. Penseran mica ca suma dei badagu nuiauti! San nemmeno cosa si dicono tra loro, te lo dico io! Poi leggi il giornale e jé scrit: “passata la riforma… passata la legge” e il giorno dopo vai a comprare il giornale e trovi: “legge di ieri: abrogata… ridiscussa la riforma”! Ah lu disu mi… alla malora!» altra golata, e subito, prima che potesse riempirsi il bicchiere, rispondeva l’altro signore col bicchiere sempre vuoto: «Se ‘l dises tisuma bin ciapà! Macché associazioni, quelle fan bene a fare quel che fanno, ascolta me e non bere così, già l’altra volta Maria t’ha dato una passata ai calzoni… quelle macchie non vengono più via... Qui sono cambiati i giornalisti. Anca mi sun stait ‘n gagnu e me lo ricordo che sui giornali non c’era la robaccia di oggi. Qui parlano tutti della stessa cosa, ognuno se la gira come vuole per vendere di più e alla fine mica si capisce più niente. Certo che poi il giorno dopo la gente si dimentica! Te lo dico come uno che ha studiato: c’è l’agonismo dell’informazione! Quel che è peggio è che è agonismo commerciale dell’informazione!». Quando questo signore, guardandosi intorno, vedeva che la gente s’era messa ad ascoltare le sue definizioni, si riempiva il bicchiere fino all’orlo, lo traccanava in una volta, e riprendeva ancora più convinto: «Qui sono cambiati i giornalisti! Questi qua son “rampolli rampanti”! Questi qua cedono alla notizia che fa notizia! Nelle scuole studiano quel che basta per prendere il foglio e lavorare, non ci sono più le scuole che t’insegnano qualcosa che ti rimane, no! Oggi, in drinta alle Università ci sono le dispense, puoi anche fare a meno dei libri! I giornalisti di oggi si credono gran signori, alcuni di loro pensano d’essere intellettuali, magari pure con del criterio! Pfu! Dai giornalisti di una volta hanno ereditato solo la convinzione di essere gran intellettuali con criterio! Ma questi qui ciaciarano e ciaciarano, che poi non ti sanno né tagliare la legna né cambiare una candela!». Quando si accorgeva d’aver detto qualcosa di incomprensibile, prendeva il bicchiere, lo riempiva, tracannava, aspettava che qualcuno iniziasse a parlare, lo interrompeva e riprendeva da dov’era rimasto, concludendo il suo spiegone: «La classe è cambiata! Non è niente vero che una volta nel mondo non succedevano le cose di oggi. Eccome se succedevano!, erano i giornalisti ad essere diversi! Ti raccontavano la notizia importante, cosa gliene fregava a loro di raccontarti, poi su un giornale come la R…, di un tizio americano che si è fatto chiudere dentro una palla per tre mesi! Che poi pure loro romanzassero sulle notizie importanti si sa!: erano pur sempre giornalisti, non puoi pretendere… ma quelli là avevano la decenza di non infestare il mondo con il superfluo! Grazie invece a questi qui di oggi la gente non sa più dove sbattere la testa!». Dopo di lui, a catena, seguiva la parlata di un altro, poi di un altro ancora, ma da quello che ci è sembrato, questi due signori di cui abbiamo riferito pochi, confusi stralci esemplari dei loro abituali discorsi, venivano considerati come i pensatori del bar, considerazioni che loro stessi non disdegnavano d’accettare come sacrosante. Chiedendo in giro saltò fuori che proprio quest’ultimo signore aveva viaggiato molto. Sin da ragazzo, quand’era studente a Bologna, tra le due guerre, sacco in spalla era partito per l’Africa. Queste erano cose che al tempo facevano clamore in un paesino come quello dal quale proveniva ed in cui ora si arieggiava a pensatore con il suo compare; figuriamoci che bastò uno “scandalo” come quello dell’oratorio per dar chiacchiere in giro per più di tre mesi… Quando poi scoppiò la seconda guerra, il ragazzo tornò, abile e arruolato. Ma a quanto pare, a differenza di altri, né i viaggi, né la guerra, né quella donna che per poco non lo seccò con la sifilide l’avevano fermato, ed ora poteva starsene in quel bar a parlare con un bicchiere opaco tra le mani mantenendo, appunto come il suo compare, una parlata alquanto giovanile data l’età.
Quello che sarebbe poi stato il futuro padre di Iris, da ragazzino aveva frequentato il catechismo di quel paese lì, ed una volta – davvero solo una volta – aveva persino fatto il chierichetto alla messa domenicale delle sei, quando c’era poca gente. A nessuno confidò mai con quale emozione, quell’unica volta, avesse atteso il momento delle due note frasi: “e prese il pane…”, “e prese il calice…”, per togliersi lo sfizio di suonare il tipico campanellino, rintanato, tutto accucciato e nascosto sotto l’altare. Tuttavia anche lui, come molti altri bambini, escogitava spesso delle astuzie per mancare alle ore di catechismo. Siccome venivano saltuariamente organizzate gite al monastero di o al luogo dove, per schissare lui compilava un foglietto dove si spiegava che per quel sabato i ragazzi dell’oratorio sarebbero partiti con il pullman per andare a. Portato il foglietto alla madre le diceva che non era necessario andarci, così lei non l’avrebbe mandato, per quel giorno, al catechismo. Certo, come trucco era infantile e sicuramente sua madre lo sapeva che quel foglietto era un’invenzione del suo figliolo, ma sapeva anche quanto fosse importante per lui poter andare a giocare al campo davanti a casa con altri bambini, che al catechismo, come lui, si facevano vedere ben di rado. Non che fossero una gran perdita quelle ore evitate anzi, di ciò che veniva insegnato talvolta i bambini ne facevano confusione, come quando vennero a sapere che la gravidanza di Maria, la Madonna, si imputava ad una cosettina chiamata concepito per aurem e, cercando di creare essi stessi un nuovo, strano Gesù, una volta ch’erano andati in campeggio con i ragazzi dell’oratorio ad una bambina che dormiva misero in un orecchio cinque o sei formiche, che uno di loro aveva giurato di sentir parlare, ma la prodigiosa gravidanza non si manifestò. Successe solo che una di quelle formiche pizzicò la parete del condotto auricolare della povera malcapitata, la quale fu portata subito al pronto soccorso; il miracolo fu che i tre ragazzini confusionari non vennero puniti, ma giusto giusto una tiratina d’orecchi, e non si azzardarono più a combinare uno scherzo del genere, continuando però a chiedersi in quale modo, allora, la Madonna fosse rimasta incinta, non trovando purtroppo, ahinoi, nessuna risposta, neppure da adulti. Ma, a parte ciò, il nostro ragazzino, al quale è giunto il momento di affibbiare un nome, grazie proprio al catechismo ebbe l’occasione di conoscere, anche se subito non di persona, colei che a buona ragione si sarebbe potuta chiamare primo amore.


III

  Vittorio Amedeo Morra aveva undici anni, un anno e mezzo in più di Isabella quando si accorse dell’esistenza di lei. Un sabato che era riuscito ad evitare l’ora di catechismo, giocando nel campetto di fronte a casa assieme ad alcuni amici e ad un cane, vide camminare, diretta verso la chiesa, una fanciulla sola e brillante di bellezza. Si domandò subito come mai i suoi amici parvero non notarla, come mai non si fossero bloccati, estatici come lui, ma ancor più si chiese come mai altre volte non l’aveva veduta; interrogativo, questo, che trovò risposta qualche anno più tardi, scoprendo, proprio dalla bocca di lei, ch’era per via d’un trasloco appena effettuato dall’Emilia alle nostre terre. Immediatamente, dopo averla veduta per la prima volta, Vittorio memorizzò l’orario in cui lei passava e, puntualmente, ogni sabato sottratto all’educazione cattolica, alle tre e un quarto abbandonava ogni attività per correre in casa e piazzarsi nella sala prospiciente alla strada dove, di lì a poco, sarebbe passata la favolosa creatura. Giungendo in sala, caso mai l’avesse trovata alzata, abbassava la tapparella, ma non completamente: quel tanto che bastava per vedere, tra le fessure, il tratto di strada sterrata percorsa dalla creatura (tratto che nel giro di qualche anno sarebbe stato trasformato in marciapiede). Per sempre gli restò scolpita in mente la figura della sacca multicolore, a bande orizzontali, che la biondissima ragazza dai capelli lunghissimi sapeva portare con tanta grazia; quasi come se quella sacca arcobaleno, immersa nel giovane e leggero flavo fiume dei capelli, fosse divenuta, per lui, un simbolo della primavera. In quei giorni, in fondo al cuore di Vittorio germogliò qualcosa di nuovo ed inaspettato, qualcosa che egli stesso faticava a comprendere; forse fu per questo qualcosa di nuovo ch’egli decise di rifiutare totalmente il catechismo, e non c’entrava nulla il fatto di non voler mancare, manco una volta, alla sua nuova attività delle tre e un quarto. (Anche se la fine del catechismo, ad essere onesti, gli avrebbe dato, in questo senso, una certa mano.) Ma no, era proprio la nuova sensazione che, se da un lato, soprattutto nelle solitarie, intime fantasie riempiva l’anima di lui di dolci singulti, persin nelle lacrime (che – chissà perché – mai come allora avevano preso ad uscirgli così facilmente dagli occhi e dal cuore, specie quando quelle fantasie, poco prima ch’egli s’abbandonasse al sonno, gli facevano visita), dall’altro lato il solo pensiero d’incrociare la sublime creatura là, nelle “segrete” della chiesa dove si svolgevano le lezioni di catechismo, gli metteva una tal sensazione di tremore nell’anima ch’avrebbe preferito mille volte e più passar la vita chiuso in una stanza semibuia a scrutare la strada attraverso le fessure d’una tapparella abbassata.
Per tutti e due gli anni successivi alla prima visione, Vittorio non mancò, ogni sabato, di appostarsi alla finestra. E quando, chissà per quale motivo, era costretto ad andare via con i propri genitori, o chissà per quale ragione all’ora “imparata” la meravigliosa creatura, umida di primavera, non scivolava da un limite all’altro della fessura, a lui saliva la febbre. E per tre, anche quattro giorni, i suoi propri genitori s’interrogavano su cosa mai avesse combinato quel ragazzo da avere una faccia così scura; da avere, al posto degli occhi, due piccole, spente, basse ed opache sfere, assolutamente mute ed immobili. Solo nel letto le sfere riprendevano vita, ma nessuno poteva vederle e lui solo si vedeva in una di quelle intime fantasie ricamate in singulti dolci e incomprensibili. Fantasie tragiche, classiche, che si spera abbiano sfiorato ogni cuore di ragazzino innamorato per la prima volta. Fantasie di poeta, sottese tra una rivelazione d’amore ed una di morte, con il vago senso dell’uno e dell’altra che ha un ragazzino quando, senza davvero pensare, può vantare una percezione che va al di là di qualsiasi rappresentazione artistica dell’età matura, come si suol dire, di questi due dilemmi, che tanto affliggono i cuori più delicati e dedicati nella ricerca delle giuste forme, sia che siano parole o suoni od immagini, per raggiungere la perfezione artistica. Vittorio imparava, così, nuovi sogni: lei distesa sulla strada, morente, un incidente appena avvenuto, lui arrivava, la prendeva tra le braccia, non c’era più nulla da fare e lei, appena prima di spirare, gli rivelava d’aver nutrito grande amore per lui e lui, proprio quando la morte giungeva, senza fare in tempo a dire “amo”, restava con la biondissima creatura tra le braccia. Oppure altri inscenati sogni, ma ognuno con lo stesso oscuro alone di quel senso imperscrutabile che si ha della vita quando la natura modifica il corpo durante quel gioco incontrovertibile chiamato adolescenza. Forse questa sua percezione della morte era uno strumento per sentirsi meno solo, per dire a se stesso che esisteva un’altra persona in grado di librarsi in cielo e annegar nel fondo alla stessa maniera sua, con lo stesso suo sublime impeto. Quando, molto più tardi nel tempo, con il suo estremo gesto Vittorio lasciò alla mano d’altri la piccola Iris, furono, tra le altre cose, recuperate lettere, pensieri, sfoghi (taluni persino letterari) vergati a partire proprio da quell’età enfia di rivelazioni. Tale materiale, con nostra quasi malinconica meraviglia, lo trovammo ordinato in toto, diviso rigorosamente per data di composizione, in diverse scatole di legno accatastate nello sgabuzzino della nuova casa in cui s’era trasferito con la figlia dopo la morte della madre. È plausibile pensare, dopo aver notato la quasi totale assenza di polvere sulle scatole e la freschezza non più intatta dei fogli che, dopo la morte di sua moglie Isabella, Vittorio abbia più volte riletto quei suoi propri adolescenziali pensieri, soprattutto (ma questa è un’azzardata ipotesi, tutta nostra) i componimenti legati alle prime pulsioni amorose indubbiamente inerenti, dato il contenuto, alla questione della percezione giovanile tra amore e morte. A lungo, tra noi, abbiamo dibattuto l’eventualità di riportare uno o più di quei pensieri. Dopo aver discusso e ridiscusso la questione, anche e soprattutto sul piano morale, e dopo aver cercato di guardare il nostro proponimento da varie, contrastanti prospettive, insomma dopo aver praticamente versato fiumi e fiumi di opinioni, non siamo riusciti a liberarci, proprio in base ad uno di quei fogli, del sentito dovere di condividere con il lettore un pensiero tanto delicato come quello che ci è capitato tra le mani. Ciò che desta incanto e stupore nel pensiero che stiamo per proporre è l’età di componimento indicata sulla copertina del fascicolo in cui era contenuto, crediamo infatti che non molti dodicenni siano capaci di scrivere in siffatta maniera.

Goccia rossa, amor denso,
piovono sospiri… ed uno su tutti è più umido d’altri.
Vorrei posarti un bacio sulla guancia, lasciar che dorma nella tua pace; vorrei sconfinare dall’aurora, elevarmi sopra i dubbi e carpire queste regole, che così bene mi hai insegnato con la carezza dei tuoi sguardi… eppure spiegarle mi è negato.

Credo di non credere, e già credo. Ma non parlo.

La parola è un gesto del cuore… l’avrò mai sì grande per accettarti completamente? Chi sono se non la culla della tua calma?

Io credo

Crescerai in me come l’intuizione che diventa idea, ti mostrerai… basterà un gesto e sarò sciolto, sarò umido

amor vitale… amor morte.

Noialtri discutemmo ancora sull’eventualità di render pubblico altro materiale inerente nevvero a quel periodo e a quell’argomento, ma considerammo abbastanza rappresentativo quell’unico scritto qui sopra proposto. Pensammo inoltre, però, di preservare alcuni scritti composti in età più adulta per utilizzarli, casomai ce ne fosse il bisogno, in altre parti del racconto. Furono necessari circa un paio di anni dai primi componimenti amorosi perché Vittorio ed Isabella si accostassero l’uno all’altra, sicché, trascorsi i due anni, lui era ormai quattordicenne e lei una quasi tredicenne. Questo periodo sarebbe stato il principio d’un’estate distinta per lui; da poco aveva sostenuto l’esame di terza media, da poco aveva conosciuto una persona dissomigliante dalle altre, che da poco s’era trasferita dalla città grande al suo paesino, e principalmente per “questioni di tranquillità” (come soleva dire il padre di quel nuovo amico). Sarebbe invece stata un’estate di quelle classiche per quasi tutti gli altri ragazzi delle nostre parti, movimentata per lo più tra alcune feste al fiume e paesane, da raggiungere con qualunque mezzo in diversi modi; nascosti e svelati intrighi, più bizzarri e curiosi che amorosi, tra maschietti e femminucce; piccole baruffe tra i maschietti per le femminucce e persino piccole, iniziali teorie sul mondo, senz’altro ingenue, prive d’un vero e proprio fondamento culturale, ma assai intriganti nella loro semplicità. Erano per l’appunto queste teorie che portavano Vittorio ed il suo nuovo amico a trascorrere ore ed ore soli, a conversare seduti sulle panchine di via T…, luogo dove ancora oggi è possibile, durante le sere estive, trovare ragazzi e ragazze, di non solo quattordici o quindici anni, intenti a divertirsi in modo non molto differente dai tempi qui narrati. A proposito delle teorie, ravvisiamo che quando Vittorio iniziò ad enunciare al suo amico: «Il carro di fuoco deve avere un valore! Ezechiele descrive perfettamente “l’angelo” disceso da esso, con una cupola di crisolito intorno alla testa!», l’amico stesso restò talmente affascinato che ne fece una pietra miliare della loro amicizia. Vittorio continuava in questo modo per minuti e minuti, sino a conchiudere che «Non siamo soli! Non ascoltare quelli che ti dicono: “io non credo che siamo soli, ma non credo che ci abbiano mai raggiunti, neppure che sappiano di noi…”, queste persone vogliono apparire realiste con tali affermazioni, poi però leggono e credono all’oroscopo!», aggiungendo «e se lo leggono, lo ammettono pure dicendoti: “tanto non ci credo! Voglio vedere cosa si sono inventati!”! Se proprio devo credere a qualcuno, allora credo a chi dice: “gli alieni possono anche esistere, e possono anche essere più intelligenti di noi e, se lo sono, si guardano bene dal venirci a trovare.”». Quell’estate s’incise sì nella mente dell’amico, che ascoltava e spendeva soldini per la rivista del sabato sul tal argomento, ma non, invece, ad esclusiva cagione di tali considerazioni la bella stagione penetrò nel cuore di Vittorio. C’entrò, piuttosto, un evento meravigliosamente terribile: proprio così: meravigliosamente terribile. Ci soffermiamo ancora un momentino, però, su ciò che concerne le parlate giovanili, nello specifico su un pensiero che Vittorio, parecchio tempo più tardi, ebbe a riferire ad un altro amico di cui tratteremo la natura un poco più avanti: «Quanti e quali assurdi limiti si creano nella mente di un ragazzo quando diventa adulto, e che dire di quei limiti assorbiti dall’intorno! Forse mantenere la fresca fantasia dei tempi andati, permetterebbe all’Uomo di amarsi ed odiarsi senza necessariamente ammazzarsi l’uno con l’altro. Noi eravamo ragazzi che sperimentavano per la prima volta le possibilità del nostro ingegno e della nostra individualità; da ieri ad oggi sono cambiate tante cose, ma più di tutte è la convinzione che è cambiata. Nel giro di tre mesi, da ragazzi quali eravamo, si poteva cambiare idea sul mondo e si stava comunque bene; ogni volta credevamo sinceramente ad una teoria, ci credevamo fino in fondo, ma non avevamo quella convinzione che abbiamo oggi da adulti: la convinzione che ci fa condannare gli altri solo perché hanno una teoria diversa dalla nostra.». Se il gentile lettore ce lo concede, torniamo ora all’evento meravigliosamente terribile di cui accennavamo. Questi si comprese eccezionalmente in ciò che scaturì dal coraggioso atto di spedire una certa letterina; certa letterina vergata da Vittorio e destinata, chiaramente, all’ambasciatrice di flavi fiumi e favolosi sensi d’una stagione, Isabella. Nonostante questa ragazza abitasse a non più di mezzo chilometro da casa di lui, egli si avvalse, per la consegna, della comune procedura che si suole nei casi in cui si vuole comunicare tramite epistole con qualcuno che sta lontano, vale a dire che l’affrancò, la imbucò ed attese. La lettera, di per sé, non modificò la situazione tra loro, soprattutto visto il fatto che una situazione non esisteva; però, per Vittorio, quella lettera fu un’impresa. Certo aveva visto la biondissima Isabella di lontano altre volte, diverse da quando si incantava dietro lo spiraglio d’una tapparella, come, ad esempio, quando lui andava alla panetteria dove tutti, ma proprio tutti i giovani della sua età e del suo quartiere si recavano, con cinquanta o cento lire recuperate chissà come, ad acquistare un ghiacciolo, le gommose o palline matte multicolore. Ma, per il cuore di Vittorio, vedere Isabella a quel modo non era motivo di battere come quando, invece, stava incantato e sospeso là, nella segreta emozione d’uno spiraglio posto sulla squisita stagione, che procedeva ignara verso la sua meta. C’è da dire, però, che effettivamente il cuore del ragazzo non batté in modo anomalo quando, recatosi alla panetteria un pomeriggio qualunque dell’estate precedente alla letterina, si trovò di fronte la celestiale creatura. La minuscola vicenda si svolse all’incirca così come tenteremo di spiegare. Solitamente, a causa della calura, la porta d’ingresso del negozio veniva lasciata aperta; solo una tendina a perline beige e marroni si frapponeva tra il “dentro” ed il “fuori”. La tendina non permetteva, è vero, alla luce del sole di entrare nel locale, ma non permetteva nemmeno a chi voleva entrare di vedere se c’era qualcuno che stava per uscire, così Vittorio, accingendosi a passare le perline per spendere le sue cento lire, vide apparirgli il viso di Isabella come una sorpresa. Anziché fissarsi o imbambolarsi, prontamente tenne la tendina scostata con una mano e, con una certa galanteria, fece passare la sua bella con un “Prego…”, inchinandosi leggermente e ruotando cavallerescamente l’altro braccio in direzione della strada. Quel gesto fu per lui motivo di personalissimo orgoglio e di altre fantasie; arrivò persino a convincersi che Isabella avrebbe iniziato a considerarlo, che l’avrebbe avvicinato, che si sarebbe persino innamorata di lui, che… tante cose, ma sempre, in ognuna di quelle, riconoscentissima per averla fatta passare, riconoscenza che mai, però, venne esibita nel corso di quell’estate. Tornando ora al tema epistolare dell’inizio, vi è da propalare un curioso, se vogliamo anche fastidioso caso evidenziatosi il giorno stesso dell’avvenuta consegna. Prima di tutto, in quel dato giorno nacque una sottile antipatia tra Vittorio medesimo ed il ragazzo, un tale Paolo Mattei, che lo informò della realizzata consegna. Vittorio si stava trattenendo sulla strada di fronte a casa (a far che non lo sappiamo), in compagnia d’un vicino più giovane di lui d’un paio di anni, quando il ragazzo per il quale iniziò a provare una poco celata incompatibilità arrivò, come spuntato dal nulla, in sella ad una bicicletta peraltro nemmeno brutta: «Ah ah ah hai scritto una lettera ad Isabella! Ah ah ah!». Canzonandolo così si allontanò con la sua dueruote. Non sappiamo con certezza come facesse, quel ragazzo, a conoscere Vittorio; non abbiamo notizie recenti di lui, non possiamo effettivamente dire se questi era amico di Isabella e se fosse venuto a conoscenza della lettera per voce di lei; per quale ragione, in seguito, Vittorio e questo ragazzo si frequentarono lo ignoriamo; da quanto questo ragazzo conoscesse Vittorio non ci è dato saperlo e non sappiamo neppure cosa provava per tutta questa situazione. Sappiamo solo che Vittorio iniziò a provare antipatia, non tanto per la facile cantilena canzonatoria, ma perché quel ragazzo, figlio di chissà chi, venuto da chissà dove, totalmente straniero, aveva osato prender parte o, meglio, aveva osato interessarsi ad un sentimento che di Vittorio era e di Vittorio doveva rimanere. In secondo luogo Vittorio mentovò spesso, in modo considerevolmente particolareggiato, quale fosse l’effetto di fischiettare con la bocca sul suono d’un allarme casalingo. Come quando un dì diventa infausto, la mente tende a ricordare cose che altrimenti avrebbe scordato presto, così il nostro Vittorio si ricordò di quella sciocchezza. Quando infatti il ragazzino se la squagliò così come era arrivato, il nostro innamorato prese a zufolare un motivetto e, nell’istante medesimo, scattò un allarme, che da un po’ di giorni a quella parte si faceva sentire anche due o tre volte al dì, irritando di conseguenza chi in quelle zone viveva. E fischiando sovrastato dall’allarme, Vittorio subì un particolare senso di vertigine piuttosto piacevole, profondo ma non del tutto interiore. Fu questa una strana ebbrezza dei sensi, che mai più si ripropose al nostro amico.
Non solo la mancanza di menzione del mittente sul retro della lettera colpì Isabella in malo modo (diciamo pure spaventò), ma battuta – chissà poi perché – a macchina, in diversi punti la corta lettera, che sarebbe dovuta essere una dichiarazione, parve, agli occhi ed al cuore della biondissima ragazzina, una causa di paura, soprattutto quel:

Incontriamoci ai giochi di legno.
Vieni sola.

Così, la particolare “tema” annidatasi nel cuore di Isabella le impedì di presentarsi al “luogo dell’appuntamento” e le impedì di prendere subito, se non propriamente “in grazia”, almeno in simpatia il ragazzino che aveva intravisto qualche volta e che la sua vicina di casa, Francesca, conosceva molto bene, seppur non ci avesse mai parlato. Come le due ragazzine riuscirono a risalire al mittente, in un poi brevissimo tempo, restò un mistero pari alla comparsa dal nulla del piccolo Mattei (e forse questo ci aveva messo lo zampino al riguardo). E che impressione scaturì in Francesca alla scoperta che fu effettivamente il suo Vittorio ad aver vergato quelle righe lo sapremo ancor meno, anche se dovrebbe essere facilmente intuibile dati gli sforzi sinceri di questa per, in un futuro abbastanza prossimo, far capire a Vittorio che “Isabella non fa per te”. L’ambigua lettera non smosse alcunché di immediato nel “rapporto” tra Isabella e Vittorio e siamo dell’idea che se solo quest’ultimo, anziché scrivere una così paurosa lettera, avesse spedito uno dei suoi intimi componimenti, avrebbe sortito un effetto più piacevole nella sua amata; magari ci sarebbe anche potuta essere un’evoluzione in meglio tra i due. Invece nulla. Non che Isabella, dopo la lettera, avesse preso a vederlo quasi come una sorta di “strano ragazzo” o, addirittura, uno “pseudo-maniaco”, però c’era andata parecchio vicina e fu solo grazie alla sua amica se non intese Vittorio in quel modo facilmente sconcertante.


IV

  Quando Vittorio conobbe Igor (suo quasi coetaneo e futuro padre della piccola Clarissa) aveva sedici anni, era estate e raccoglieva frutta in un campo di San R…. Igor fu fondamentale per quanto riguarda l’avvio della storia tra Vittorio ed Isabella e fu fondamentale il suo secondo nome, uguale a quello di Vittorio, preso, come Vittorio, dal nonno, per avviare tra i due adolescenti un’amicizia all’inizio basata per lo più su un gioco di coincidenze, spesso forzatamente sottolineate come succede quando due persone, interpretando date coincidenze, credono d’essersi incontrate non per caso. Per meglio identificare l’amico di Vittorio, potremmo iniziare dall’anagrafe dove questi risultava registrato come Igor Amedeo Martini, ma, sapendo che un nome come un vestito non determina a priori l’identità essenziale d’una persona, ci prendiamo la libertà d’aggiungere qualche notizia supplementare. Certamente, di primo acchito, il carattere di questo ragazzo risultava schivo a molti e schietto per chiunque. Ragazzo non troppo teorico, prendeva le cose per un unico verso, non stava tanto a ragionarci su ed agiva non d’impulso, ma come effettivamente dettava la situazione. Tra gli amici della scuola superiore, dove aveva studiato per sei anni anziché cinque (in quarta si era un po’ stufato), era conosciuto come “lo svelto” infatti, appena accadeva qualcosa di grosso nell’ambito scolastico, lui, chissà come, c’entrava qualcosa, ma nessuno gli diceva mai nulla. Neppure quella volta in cui, durante la famosa occupazione contro la “nuova” Finanziaria (quell’anno vi furono diverse occupazioni di protesta), riuscì, non si capisce ancora oggi in quale modo, ad attirare un pastore tedesco dei poliziotti chiamati a “sorvegliare” l’Istituto occupato e a rinchiuderlo nel bagno del seminterrato dove, durante l’intervallo (ma anche durante le lezioni), alcuni gruppetti di studenti si ritrovavano per fumarsi una sigaretta e parlare di “l’orario di quest’anno è penoso” o “quella nuova quasi quasi…” o “ho ancora una giustificazione”. Disgraziatamente il cane morì e la sua carogna fu ritrovata da un altro cane poliziotto. A causa di questo fatto ci fu grande movimento, ma furono soprattutto i poliziotti, anziché gli ancora scarsi animalisti, a cercare di vendicare il collega morto. Tra gli studenti – tutti – era risaputo chi fosse il responsabile, qualcuno di loro parlò pure, eppure Igor non venne perseguito da alcuno, sia che fosse un poliziotto, sia che fosse un professore. Un paio di settimane dopo il fatto, quando Igor si alzava dal proprio banco per andare al bagno, attaccato ad un passante dei suoi pantaloni gli si vedeva pendere uno strano oggetto, che doveva essere un portachiavi, costruito in modo rozzo, casereccio, composto d’uno spesso spago ed un ciuffetto di peli corti e marroncini. Sempre quel paio di settimane dopo, si venne a sapere che il cane era morto d’infarto nonostante la giovane età e già le prime frange di studenti animalisti in erba, che durante l’occupazione avevano parlato contro “lo svelto”, se prima avevano parteggiato, in un certo senso, per i poliziotti, ora li condannavano con sentenze tipo: «Addestrano i cani, li drogano e li ammazzano!». Per Igor, ora lo si può dire, fu uno spasso vedere quel gruppetto di studenti agitarsi ad ogni cambio di vento: lui li chiamava “maniche rigate”. Caso strano, forse una coincidenza, molti anni dopo la fine delle scuole Igor si sorprese nel riconoscere sulla R… l’immagine d’uno di quegli studenti, come lui invecchiato, impegnato, dal proprio seggio, a contestare con il dito levato “l’ennesima crisi di governo”, come recitava il titolo dell’articolo in questione. Durante le superiori maturò anche il concetto, da lui subito messo in pratica, “ch’è meglio stare attenti alla pazzia femminile”, valido sino a quando, con Vittorio, non incontrò quella che, come abbiamo già spiegato, diventò la sua “folle” consorte. Non ci è chiaro se tale concetto fu un naturale prodotto del suo carattere, la conseguenza di qualche amore giovanile finito male od uno sterile atteggiamento ideologico, ma quale che sia l’ipotesi più veritiera preserviamo per noi stessi l’opinione al riguardo.
Dacché il frutteto in cui lavorava Vittorio era dello zio di Igor, i due non sempre li si poteva vedere sul carro a raccogliere frutta; alcune volte sparivano per interi pomeriggi. Ovviamente non venivano pagati, ma scoprire nuove rocce da cui tuffarsi nel fiume lì vicino e, per Vittorio, parlare di Isabella, fantasticare finalmente ad alta voce sapendo che c’era qualcuno ad ascoltare, valeva il guadagno mancato. E fu grazie a quelle fantasie se Igor s’interessò al caso d’amore del suo amico. Sul finire delle superiori, esattamente quand’erano entrambi nell’ultima classe, ma di due istituti diversi, ad Igor venne l’idea di provare a realizzare i “sogni rosa” di Vittorio, perciò predispose un vero e proprio piano, elaborato a puntino, sicuro che non avrebbe fallito, soprattutto data la semplicità del piano stesso. Al tempo Vittorio era già riuscito a scambiare qualche parola con quella ragazza e si era fatto pure una ragione della lettera speditale qualche anno prima anzi, trovava il modo di scherzare con lei quando, magari per caso, s’incontravano in via T…; e c’è da dire che lei rideva piacevolmente agiata in compagnia di lui, che si dimostrava assai divertente in alcune occasioni anche se in altre, come lei ebbe a dire con la sua amica Francesca: “mi sembra un po’ troppo puntiglioso.”. Il piano di Igor, grande osservatore nonostante la non grande conversazione che si poteva intraprendere con lui, consisteva semplicemente nel creare una sorta di magia tra i due. In pratica, con la complicità di Francesca, che, nonostante l’età quasi maggiorenne, per non scoprire troppo la sua attrazione non ancora scaduta per Vittorio, si dispose con un eccesso di sorrisi alle richieste di Igor, il piano consisteva nel far trovare ad Isabella i pensieri che Vittorio scriveva per lei e che custodiva per sé solo. Igor pensava sarebbe bastato questo e qualche altra cosuccia per far sì che in Isabella scattasse quel “qualcosa” di necessario perché due persone insieme formino una coppia. Effettivamente capitò qualcosa, non esattamente secondo le aspettative di Igor, ma si poteva dire che la strada fosse quella giusta. Per due mesi lui e Francesca avevano fatto trovare un foglietto qua, uno là, ad Isabella. Francesca, leggendoli, aveva sicuramente sospirato in modo diverso rispetto a quello di Isabella la quale, non senza un certo disagio, consegnava i foglietti a lei, confidando che li riportasse a Vittorio. Quest’agire di Isabella, avvalendosi per l’appunto dell’amica, era per lo più da imputare al timore d’una sensazione di imbarazzo che credeva si sarebbe creata casomai avesse riconsegnato personalmente i foglietti al loro autore e padrone. Quando a Vittorio tornavano indietro le sue righe d’amore, non si capacitava come fossero finite lontano dalla scatola in cui le aveva riposte e che ogni tanto, ma proprio ogni tanto, portava a leggere o ad Igor o al suo vecchio amico, con il quale da sempre si affascinava in nuove teorie sull’esistenza umana. In seguito, quando nell’arco di quei due mesi gli tornarono indietro quattordici composizioni, ebbe qualche dubbio sulle versioni raccontategli da Francesca e prese a guardare in modo strano sia, appunto, Francesca, che Igor, il quale, da due mesi a questa parte, nutriva un particolare sguardo nei suoi confronti, uno sguardo che Vittorio non capiva, che faticava a leggere. Tutte quante le sue intuizioni gli furono chiare quando un altro sguardo particolare, diverso da quello sul volto di Igor, comparve, verso lo “scadere” dei due mesi, sul viso di Isabella, la quale prese a ridere ancor più volentieri alle sue battute. Ci chiediamo come una cosa del genere possa essere successa, infatti crediamo che manovrare il cuore di una persona in questo modo, come è stato nel caso di Isabella da parte di Igor e Francesca, sia impossibile; pensavamo che l’amore fosse libero e, a volte, truffaldino, magari anche un po’ bugiardo, capace di mostrarsi e nascondersi per infine irridere coloro che lo vogliono e decidere e spiegare. Evidentemente v’era, nel cuore di Isabella, già un certo sentimento nei confronti di Vittorio e, probabilmente, quel sentimento attendeva solo una semplice spinta per risolversi in attrazione. Stranamente proprio Isabella era riuscita ad ingannare anche la sua amica Francesca. Quest’ultima mai aveva capito, mai s’era accorta, mai s’era distratta dal proprio sentimento che provava e proteggeva per quel ragazzo che, ora, sembrava essere lì lì dal realizzare le pulsioni rosa d’una vita, non con lei; forse non c’è inganno e segreto maggiore di quello che anche in sé stessi rimane nascosto. Di ciò che accadde in seguito, degli sviluppi tra la fresca innamorata ed il suo spasimante, non tarderemo a trattarne anzi, potremmo anche farlo subito. Per quanto riguarda invece le esperienze di Igor o il povero cuore della “esclusa” Francesca, se i giustamente curiosi lettori avran voglia di pazientare, forse ne parleremo… forse… chissà.


V

  I giardinetti del Largo sono un luogo assai simile a via T…, dove i ragazzi, nella stagione calda, solitamente s’incontrano. Proprio al centro dei giardinetti vi è una fontanella che scatena un incredibile richiamo verso certo tipo di ragazzini; non è infatti raro notare come spesso, tra un limite e l’altro della stagione estiva, ai piedi della fontanella vi sia formata una chiazza d’acqua tra l’umido ed il bagnato, chiazza dovuta a quel divertimento che da noi viene detto “far gavettoni”. E non unicamente ai piedi, ma da tutta la pavimentazione calpestabile dei giardinetti, in quel periodo, si possono rilevare le maculate prove del suddetto tipo di divertimento. Non solo questo capita al Largo. Talune sere s’infiammano dei veri e propri diverbi all’interno d’un gruppo di ragazzi solitamente sui venti, anche venticinque anni. Quando succede, oggi come da sempre, i ragazzini intenti a dar sfogo al loro divertimento maculante si fermano: zitti guardano il gruppo lontano in improvvisa agitazione, restano ben attenti poi, come accade quando il diverbio, magari anche qualche spinta, sfuma così come si era acceso, riprendono le loro festanti corse. Corse intermittenti, simili allo scintillare delle lucciole, dove quasi mai si capisce perché se quel gruppo di fanciulli prima pareva compatto, nel giro di qualche istante si spai in modo che se ci fosse un osservatore a studiarne i movimenti, questi faticherebbe a capire se la direzione d’ogni fanciullo è pensata o è spontanea come magari è intuitivo che sia. Quale, in certo senso, sgomento si potrebbe provare se, dopo un attento studio di tali movimenti, dovesse emergere che esiste una vera e propria legge capace di annullare, con una “banale” equazione, la spontaneità da noi concepita… Ad ogni modo, su una panchina (verniciata da, saranno, un paio di giorni) stavano seduti Vittorio Amedeo Morra ed Isabella. Da una settimana avevano preso ad appartarsi dal resto del loro gruppo, perciò alcuni componenti, tranne evidentemente Igor e Francesca, indicavano tale comportamento con un: «Toh! guarda…», ma mai ne avevano riso. Ciò che si presagisce come logico epilogo ha spesso la particolarità di non stimolare ilarità o persino dileggio; forse vien da ridere quando un inaspettato evento, che non può ferirci in alcun modo, si realizza davanti a noi ed il caso di Isabella e Vittorio evocava tranquille battute, nessuna scomoda. Un ragazzo solamente non si dilettava nei tranquilli commenti; egli assisteva all’evento con occhi diversi dagli altri e, dagli stessi suoi occhi, ci si poteva consumare nelle ipotesi più bizzarre, ma una sola avrebbe dominato sulle altre: “al ragazzo quella coppia lì non va tanto giù”. Tali ipotesi sarebbero state poi alcune accertate altre smentite in seguito, circa tre anni dopo quei primi “star sulla panchina”, quando cioè Vittorio ed Isabella, prima di lasciarsi per la seconda volta a causa d’una questione assai spiacevole, si relazionavano l’uno con l’altra in modo abituale. Il ragazzo si chiamava, previo errore nostro, Francesco Sacco e la gente del paesone, nonostante nutrisse già più di una qualche vaga idea su “quello lì”, si scandalizzò comunque nello scoprirlo suicida ad appena ventidue anni; ci si turbò un po’ meno, invece, nell’avere conferma della sua omosessualità. A turbarsi forse maggiormente per questa ultima rivelazione furono i nostri due innamorati quando seppero che il ragazzo aveva lasciato un biglietto molto esplicito con su scritto il nome di Vittorio. Quale dolore fu poi tanto irriducibile da lasciar che il ragazzo la facesse finita, quale ragione il ragazzo non seppe farsi del suo amore impossibile, quale confine fu così, per il ragazzo, invincibile da costringerlo in quel dolore insopportabile per la sua stessa vita, questo noi non lo sappiamo. Se potessimo azzardare un poco di comprensione per lui basandoci sul solo foglietto, crediamo che potremmo commettere un errore ancora più grossolano di chi condanna il gesto, perciò pensiamo che il ragazzo trovò maggior conforto nel “piantarla lì”, che continuare a “tirarla avanti” nel modo che pochi mortali vorrebbero per sé stessi se solo intuissero le dolorifiche trame comprese nel punto di vista di tali condizioni d’animo. Ma, a parte la parentesi triste e, ahinoi, estesa a diverse categorie di persone, talvolta anche in vista, Vittorio ed Isabella, quella sera da appartati su una di quelle panchine verniciate di fresco, subirono un attacco di gavettoni. Non che loro dovessero essere le vittime d’una monelleria, ci mancherebbe, ma solo perché si trovarono al centro d’una specie di battaglia rinfrescante furono bagnati e, a pensarci bene, in questo frangente sarebbe più ragionevole chiamar vittime loro rispetto a coloro ai quali erano in realtà destinati i gavettoni. Come i fanciulli arrivarono a giocare in quell’angolo senza badare ai due, seduti, intenti a parlare e a, possiamo dirlo, corteggiarsi, così se ne andarono non lasciando più tracce di loro se non chiazze d’acqua in terra e sulle magliette di entrambi. L’improvviso e leggero accidente ebbe però il potere di tuffare i nostri due in un gradevole, divertito e quasi ieratico stupore. Lei pareva molto più inzuppata di lui; la leggerissima princesse che indossava le si era incollata addosso evidenziando le forme che conteneva. I capelli, prima biondissimi e finissimi, così bagnati divennero d’un giallo che al solo vederlo si avrebbe avuto voglia di raccoglierlo e provare ad addentarlo tanto appariva denso. Lui era invece riuscito ad evitare la maggior parte della “doccia”, ma il viso era bell’e che lavato; se già era di corporatura mascolina più degli altri suoi coetanei, ora, con i capelli scuri gocciolanti e con tante, piccole gocce che gli scivolavano giù per la fronte e le guance, sembrò, agli occhi di Isabella, un uomo fatto e finito appena uscito da una fatica immensa, fatica che solo lui avrebbe potuto portare a compimento. Se già di per sé Isabella appariva come una spiga imbevuta di Sole, solitaria in un campo di morbida erbetta intensissimamente verde, agli occhi di Vittorio risultò, ora, come un delicato, piccolo Sole gocciolante con femminili raggi liquidi che, stillando sull’acciottolato, componevano una tintinnante melodia per l’anima. Bastò questo fatterello da poco perché i due, vendendosi con occhi umidi, decidessero di provare l’una il sapore dell’altro riposando ed involando le loro labbra su un bacio, che parve ad entrambi d’un gusto strano, diverso da come ognuno di loro se l’era immaginato. In quell’istante a tutti e due era come se ci volesse un po’ di coraggio per abbandonare il gusto che avevano così bene saputo costruire nelle loro proprie, intime fantasie; ma abbandonando quel gusto fittizio trovarono che il coraggio a cui si erano appellati fu valevole per scoprire che il primo, e poi i successivi baci, potevano riservar loro gusti forse più “ballerini” ai quali sarebbe stato difficile rinunciare in futuro. La danza del primo bacio li fece levare dalla panchina; con magliette umide e cuori caldi s’incamminarono per il centro del paese, e fu camminando che Vittorio decise finalmente di provare ad estinguere un pensiero che da un po’ gli fiatava sull’animo. Un poco titubante si slanciò in una domanda incerta e quasi sussurrata, non prima, però, aver cinto l’umida ragazza al fianco. «Ti è mica successo così, per caso, di trovare dei fogli strani…?». Isabella parve non capire, perciò lui provò di essere più specifico, ma ancora la bella pareva confusa sicché Vittorio parò chiaro. «Non è che per caso Francesca ti ha portato dei miei versi, delle mie poesie per mostrarti che…». In verità la bella Isa già s’attendeva, prima o poi, una domanda del genere, ma volendo tutto tacere rispose che qualche foglio l’aveva trovato «ma parlando con Francesca, lei mi ha detto che forse erano tuoi e che avrebbe chiesto conferma ad Igor... Erano tuoi allora!»
«!»
«Mi farò dire da Francesca cosa c’era scritto… Spero qualcosa su di me!».
Così s’infranse in Vittorio il lumicino di speranza che lei tutto avesse letto.
Poco fa ci è sfuggita una vaga anticipazione su qualche magagna futura nata nel rapporto tra i nostri due innamorati. Prendiamo l’occasione al volo per spiegarci meglio riferendo che in un primo tempo, dopo già due anni che stavano ufficialmente insieme, il Vittorio ventunenne ebbe, come può capitare ai giovani uomini della sua età, un mancamento di personalità... no, dir così non è corretto. Ebbe o, meglio, subì una deformazione della sua personalità… no, neppure in questo modo è chiaro, sarebbe più giusto affermare che subì l’influenza di Igor, il quale, finiti gli studi superiori, grazie ad un normale talento musicale prese a frequentare certa gente di cui oggi se ne son perse le tracce. Vittorio subì data influenza ed Isabella, avendo un orecchio molto meno stregato di quello del suo compagno, capì che non sarebbe andato da nessuna parte, che anzi sarebbe andato sicuramente in luoghi a lui non congeniali e che un giorno si sarebbe svegliato completamente solo, magari chiedendosi perché si trovasse in una situazione difficilmente soddisfacente. In molteplici occasioni l’intelligenza di Isabella fu un salvagente per Vittorio, troppo spesso invogliato d’imbarcarsi per onde non sue, con barchette fallate cariche di fantasia e illusioni. Ma tale considerazione non toglie che, a causa del musicale uzzolo “Vittoriano”, ebbero discussioni infuocate, che si separarono persino un giorno d’ottobre, per rimettersi assieme il febbraio dell’anno dopo, cioè quando non solo la stessa Isabella, ma diverse altre persone riuscirono a convincere Vittorio che la sua non sarebbe propriamente stata una vita a base di scale e pentagrammi. E se lui provava, quando ancora non era convinto, a controbattere, metaforicamente e sarcasticamente gli amici del gruppo chiudevano con la battuta del «Comunque ci sono persone che possono salire e scendere le scale solo con i piedi…», e via che subito dopo attaccavano a dare il meglio di sé stessi aggrappati alle corde, bacchette, archetti, tasti e beccucci dei loro strumenti, lasciando il loro illuso amico appeso ad un ruolo di margine. Dunque, a furia di sentir battere il tamburo intorno a sé, Vittorio intuì d’essersi rampato su per una scala dubbia per una sua eventuale realizzazione futura. I tum-tum del tamburo gli resero difficile l’equilibrio, ma, più del tam-tam dei suoi amici, fu un’unica situazione a fargli desistere l’improbabile scalata. L’incontro con un tizio, che effettivamente sapeva il fatto suo nel campo musicale, gli cavò di sotto i gradini su cui poggiavano le sue illusioni, persino le più basilari e inenarrabili, quelle fondamentali per dar adito alle altre d’esser notate. Una sera di gennaio, dopo che il gruppo aveva provato e mentre Vittorio stava riponendo la propria chitarra nella custodia, il tizio in questione fece il suo ingresso nella sala prove. Caso strano tutti, tranne Vittorio, sembravano conoscerlo bene: più che bene, e tutti parevano nutrire una certa reverenza nei suoi confronti. Lo pregarono di estasiarli con una sua esibizione, ma lui rispose che non aveva lo strumento. “Niente di più facile!” saltò su uno e, ritirata fuori la chitarra di Vittorio dalla sua custodia, gliela porse. Il tizio sfoderò immediatamente tanto talento quanto fu lo stupore di Vittorio nello scoprire che la sua chitarra potesse essere capace di tali evoluzioni, ma più acuto ancora dello stupore fu l’imbarazzo che gli si conficcò nell’animo quando il talentuoso musicista chiese se a lui gli sarebbe andato di fargli sentire che sapeva fare. Vittorio si risolse con un “ma no, non mi sembra il caso… dopo la tua esibizione mi sentirei a disagio…”. Gli altri risero alla battuta, compresi il tizio e Vittorio stesso, ma quest’ultimo certamente in modo diverso da tutti. Fu forse una fortuna che il nostro amico colse l’amaro e particolare imbarazzo come un insegnamento, ma, su tutto, lo si può dichiarare fortunato di essere in possesso d’una intelligenza che gli permise d’avere certo tipo di consapevolezza in sé stesso. Ora che il fatto è ormai sepolto possiamo anche, a bassa voce e tra di noi, rivelare che il musicista non si trovò, quella sera, proprio “per caso” nella sala prove… diciamo che fu, in qualche modo, invitato per un fine ben preciso, fine, mettiamola così, legato in “qualche modo” a Vittorio, fine poi perseguito con successo. Tra l’altro, ultima curiosità, il nominato musicista si mostrò piuttosto simpatico e dotato d’un sofisticato senso dell’umorismo; presto divenne addirittura molto amico di Igor che, come sappiamo, era molto in molte cose, tranne che sofisticato in una sola di quelle. Proprio un giorno di qualche mese dopo l’evento nella sala prove, Igor incontrò il suo nuovo amico che girava per strada con la mano sinistra bendata e, con grande stupore di Igor medesimo, rasato dell’affezionatissima barba. Domandandogli della mano e della barba, il musicista rispose serissimo: «Lascia stare. Non so perché ma quattro ore fa ero in casa ed ho deciso di tagliarmela ed ora sto vivendo un trauma. Avevo deciso da tempo di farmela crescere sino a quando non avrebbe toccato terra e, visto quanto sono basso, sarebbero bastati quindici centimetri. Dato che non mi va mai bene nulla, con una barba così lunga avrei potuto girare per casa dicendo sempre no con la testa e, spazzando per terra, avrei potuto dimostrare che una persona negativa potrebbe essere molto utile…». Quando Igor allora gli chiese della mano, il musicista, mantenendo un’assoluta serietà in viso e nel tono, rispose: «Ah, la mano… ma che vuoi che sia. È stato il trauma della barba… un paio di ore fa, girando per casa, m’ero scordato d’essermi tagliato la barba e, quando mi sono trovato davanti ad uno specchio, ho visto uno sbarbato e sgarbato estraneo in casa mia. Vedendo che aveva il corpo identico al mio, e vedendo che mi imitava perfettamente in tutti i movimenti, ho pensato di fargli alzare il braccio destro per dargli un pugno siccome con quel braccio sono più forte. Ad ogni modo, mentre ero piegato a tenermi la mano, ho visto che anche lui aveva sofferto del pugno.». Le cose andarono proprio così e come vennero raccontate fu lampante del particolarissimo, forse inarrivabile tipo d’umorismo del quale il virtuoso musicista era dotato.


VI

  A volte un lustro passa in fretta ed in fretta ci si ritrova sul ciglio di una spiacevole seconda volta. Da contare e ricontare ce ne sarebbe per buona parte dell’eternità, ma quel che diremo noi riguarda solamente certi tratti, forse non tutti indispensabili, per capire in quale corrente, dopo cinque anni, Vittorio stava ondeggiando e come quelle onde mutarono. Giornalmente era impegnato in un’attività da operaio, si era un po’ sistemato in quel senso. Non intervenivano, per lui, flutti diversi dalla consuetudine del “dal lunedì al venerdì in fabbrica”, del “qualche sabato di straordinario” e della “domenica da trascorrere o con Isabella o con Igor e qualche amico”. La consuetudine trascina spesso seco l’abitudine, talune volte anche la noia, e se giunge un flutto diverso dal solito, questo rischia di far annegare in un sorprendente e spinoso mulinello intriso di smarrimento, forse desolazione, persino annichilimento chi sull’abitudine galleggia assai sicuro. Era il tardo pomeriggio di una primavera ormai affacciata all’estate quando Isabella «Vittorio, avresti un momento?». L’espressione che le si adagiò sul volto fu nuova e carica di difficile significato per lui, che, nell’immediato, fu incapace di darle sia un nome che un peso, limitandosi a donare alla sua compagna il momento richiestogli. «Cosa pensi di noi?». Non ci fu risposta. Lo stupore di lui per quell’inedita Isabella, sempre creduta e sempre dimostratasi restia a parlare di “noi come stiamo bene, come stiamo male… noi come stiamo?”, gli impedì di pronunciarsi. Lo stupore, carico d’un gusto spiazzante, che gli si propose nell’animo, gli smantellò in anticipo la possibilità di rispondere prontamente ed efficacemente, magari provando così un sapore assai più piacevole; gli spiazzò le giuste parole, quelle a cui mai aveva badato, che mai credeva potessero servirgli e che ora si convertivano in una spalancata, muta e stupita bocca interiore in attesa del seguito. «Voglio dire… Tu mi hai sempre trattata bene e sei un uomo sempre interessante. Qualche volta ti perdi come quella volta del gruppo…». Ancora lui non parlava. Curioso la ascoltava e, è vero, presentiva qualcosa, ma quel presentire era forse dovuto ad un nuovo ordine che si stava organizzando dentro di sé, quasi quest’ordine potesse essere un appiglio per svigorire l’inusitato stupore che l’aveva colto e castigato ad un ruolo di momentaneo smarrimento. Il nuovo ordine iniziava già a dettargli che la sua compagna fosse tormentata da un dilemma che, appena sarebbe stato pronunciato, si sarebbe mostrato risolvibile in quattro e quattr’otto, magari anche con una rinfrancante risata. La sua compagna, invece, s’attendeva che lui la interrompesse, che lui le desse un pretesto, anche fuor di proposito, dal quale partire per riuscire a metter in parola il proprio tormento. «…e ritorni. In questi anni noi siamo cambiati…». Finalmente Vittorio la interruppe «Sì, mi piace così, che siamo cambiati! I cambiamenti in amore sono l’essenza della passione!». Isabella lasciò che lui continuasse. Quando il suo compagno conchiuse affermando che “se si sta bene, perché cambiare?”, lei provò di riprendere il filo «Ma ho una cosa che devo dirti. Come mi hai detto, prima di me tu non hai avuto nessun’altra, per questo ho paura che tu possa non capirmi…»
«Cosa?» Intervenne lui, continuando quasi gaio: «Sì, hai avuto quel tale… Marco? E perché non dovrei capirti? Prova a spiegare…»
«Marco... Ma c’è stato anche un altro, quando avevo sedici anni. Non so perché non te l’ho detto… si chiamava Paolo…». La particolare inflessione con la quale Isabella pronunciò il nome Paolo non venne assorbita da Vittorio. Quasi sembrò scivolargli sopra, quasi gli parve essere più un che dovuto ad un inaspettato colpo di tosse, soffocato al volo, che un nome sul quale l’inflessione era invece d’obbligo. Inoltre sorrise, per di più in modo tenero, come se il tremito della sua compagna, per chissà quale terribile confessione, si sarebbe poi rivelato simile allo spavento di un bambino per un vaso che rompe mentre sta giocando dopo che, magari, gli si è detto mille volte di starne alla larga. Come una bambina convinta d’aver crepato il mondo per, del resto, un semplice nonnulla: così Vittorio, nello stato d’animo del momento, intendeva la sua compagna.
«Siamo stati insieme per quasi un anno. Frequentavamo la stessa scuola, la stessa classe… forse lo conosci.»
«Non so. Di cognome come fa?»
«Ercolani.»
«Riccio? Ma ha fatto mica nuoto?»
«Sì, faceva le gare.»
«Già! Mi ricordo di lui! Fu campione regionale e ogni tanto ci si parlava negli spogliatoi quando si allenava… ma che fine avrà fatto? Dovrei chiedere a Igor, anche lui nuotava e… aspetta, sta arrivando!»
Vedendo Igor che avanzava verso la loro panchina, Isabella si confuse ed il sangue le accorse alle guance, ma fu un attimo e Vittorio non si accorse di nulla. Proprio Vittorio era venuto in Largo perché aveva un appuntamento con il suo amico, il quale doveva recarsi da un tizio che era riuscito a recuperare una custodia per il suo nuovo strumento, una balalaika. Isabella, invece, si trovò a parlare o, meglio, a tentare di confessarsi con Vittorio solo perché poco prima lo aveva incontrato casualmente mentre lui stava per entrare in una gelateria poco distante dalla panchina in cui ora cercava di soffocare il calore che la confuse; cedendo alle insistenze di lui si prese un gelato, sperando anche di riuscire a parlargli prima dell’arrivo di Igor, “arrivo imminente”, come lui la informò appena dopo averle pagato il gelato.
«Ohi! Ci sei? Ciao Isabella! Vittorio, il tizio l’ho sentito poco fa e sta per andare via, ma ha detto che ci aspetta, dobbiamo sbrigarci!»
«Sì, un attimo che stavo parlando…» allora Vittorio si volse verso Isabella. «Sì, dimmi…»
Quest’ultima posò su Vittorio degli occhi ormai tranquillati dalla confusione di poco prima, provò pure di farli sorridere, però era ancora troppo presto e non vi riuscì. «Te lo dico poi. Ora va!». Rivolgendosi poi verso Igor «Ho finito i racconti. Proprio bellini! Il mastro di posta è fantastico!»
«Ehia! Me li darai poi, ma ora andiamo! Ciao Isabella!»
Prima di “scappare” con Igor, Vittorio riuscì a lasciare un bacio sulla guancia di Isabella, un bacio che lei non fece in tempo a restituire, quasi simbolico della confessione mancata, dell’incontro a metà.
La questione della custodia si rivelò poi essere una bufala: una cantonata, come guaì Igor. Il tizio che aveva proposto l’affare, tale Sandro Meroglio, mostrò al novello suonatore di balalaika una “cosa” non ben definibile, incerta tra l’essere una custodia per chitarra classica, custodia molle, allungata, deformata a causa di chissà quale uso, e un sacco di iuta per le patate. Evidentemente il tizio aveva pensato di approfittare dell’occasione per sbarazzarsi della “cosa” che, molto probabilmente, lo tormentava per il solo fatto d’averla in casa e di saperla esistente. Non si sa bene se Igor, non volendo assolutamente acquistare una tale roba di quel genere, fosse rimasto più scontento dello stesso venditore… ad ogni modo fu un bene per l’amico di Vittorio trovarsi di fronte a quella beffa infatti, una settimana dopo la delusione, partì alla volta di Pskov convinto che dalla Russia sarebbe tornato con la preziosa custodia. Ora il lettore si domanderà s’era proprio necessario che Igor partisse per un luogo così lontano; e se proprio doveva andare in Russia per recuperare un oggetto che si sarebbe anche potuto far costruire o cucire qui da noi, perché non scegliere una località più alla mano anziché la nordica Pskov? È presto detto dalla passione che lui nutriva per la storia in generale, Igor voleva infatti visitare il monastero dove era stata pronunciata dallo stàrec Filofej la celebre frase: “due Rome sono cadute, Mosca è la terza, una quarta non ci sarà” (erroneamente attribuita in tempi molto vicini ai nostri ad Ivan Groznyj da un cantautore nato ad Hannover, ma praticante in tutto e per tutto nel nostro Paese; cantautore, questo, assai capace nella sua arte ed al quale dedichiamo in modo speciale il nostro più rispettoso affetto ed un necessario ringraziamento per le sue opere artistiche.). È anche vero che Igor partì (e restò quasi due settimane) influenzato dalla passione per la letteratura russa di un suo amico, che conosceva da due anni ormai. Ed era proprio con questo suo amico che sarebbe dovuto andare dal tizio della cantonata, se non fosse che proprio questo suo amico dovette assentarsi improvvisamente per ragioni di lavoro, perciò si accordò all’ultimo con Vittorio. Per dirla tutta, Igor, stranamente scaramantico da un po’ di tempo a questa parte, imputò a Vittorio stesso la responsabilità della bufala, ma la tenne per sé questa sensazione, cosciente che si doveva trattare per forza d’una stupidissima fisima. D’altronde può anche darsi che alcuni individui abbiano bisogno di queste credenze per poter realizzare grandi opere e grandi pensieri, quasi come se il tempo impiegato dietro alla scaramanzia fosse necessario perché un tempo più grande trovi il suo giusto incastro in un progetto dove ogni cosa è legata ad un’altra. Certo è che alcune persone sono più predisposte di altre a vedere significati anche interessanti in situazioni altrimenti presto scordate. Comunque, per tornare a noi, non neghiamo che vorremmo trattare un attimino il tema dell’amico di Igor anche se, è vero, ha scarsa attinenza con le vicende di Vittorio e Isabella, eppure lo consideriamo interessantissimo sotto il profilo biografico, d’altronde non abbiamo fatto che interromperci sinora, parlando un po’ d’un oratorio, un po’ d’un musicista, un altro po’ di chissà che… Il lettore sarà ormai abituato a questi nostri saltare di palo in frasca e, forse, anziché adirarsi con noi, si sentirà arricchito ed anche un po’ meno solo nel venire a conoscenza di ciò che stiamo or ora per riferire… non si sa mai.
Il nostro musicista Igor aveva diciotto anni quando andò a far visita ad una ragazza di Bologna, conosciuta un anno prima su per le nostre montagne siccome questa era venuta a trascorrere un mese in campeggio, legata per la prima volta, come animatrice, ad un’attività del tutto simile all’Estate Ragazzi. Durante la visita nella città Emiliana, gironzolando di sera per la zona di via Zamboni assieme alla sua amica, Igor si sedette con una chitarra davanti all’oratorio di Santa Cecilia intonando, tra un sorsino e l’altro del vinello che si era portato appresso, diverse ballate assai conosciute a quel tempo come al nostro. Fu proprio quando la voce (a tratti un po’ bovina) di Igor diede sfogo alla versione in dialetto d’una canzone sul maggio francese, che il futuro amico, passando ed udendo la parlata delle sue proprie zone, si fermò incuriosito. Grazie così ad un maggio cantato si elevò un’amicizia.
L’essere Lorenzo Migliore fu per molti, ed in certe occasioni anche per sé stesso, motivo di orgoglio e di vergogna, aiutato spesso e soprattutto dal silenzio che si stendeva ogni volta che provava a tirare fuori, dalla sua boccuccia, anche solo una sillaba. Una peculiarità che mai, ancor meno che mai aveva saputo spiegarsi eppure, persino si fosse trovato per caso in un luogo agitato da un marasma di persone, al solo aprire bocca l’agitazione sarebbe deceduta in un istante. E non solo si provocava quiete e attenzione nei suoi confronti in questo senso; anche se fosse entrato in una stanza di sconosciuti questi avrebbero smesso le loro attività per badare al nuovo arrivato, ad ogni suo movimento, che se si fosse trattato di qualcun altro nemmeno d’uno sguardo l’avrebbero degnato, e non che entrasse nelle stanze a bocca aperta, entrava come tutti. Una sua propria peculiarità. Come gli si concentravano addosso gli sguardi di tutti nei momenti più disparati e immotivati, così capitava che quando, invece, gli succedevano vicende incredibili nessuno di quegli occhi era presente. Sia chiaro, nessuna vicenda poi chissà che, piccole vicenducole, accadimenti minuscoli eppure in gran numero come star seduti ad un tavolino, conversare con due persone e, d’improvviso, accorgersi che una bianca piuma sta scendendo dal cielo, sollevare a metà altezza la mano a palmo aperto e vedersi adagiare il bianco dono nel centro del palmo senza che nessuna delle due persone si sia accorta di nulla. Eventi del genere, anche magici se si vuole, e accolti, ogni volta, con un certo suo atteggiamento di naturalezza. Non per questi, però, il suo essere si dava a gaudi e tormenti, che lo sospinsero in una vita zeppa di mutazioni e rivoluzioni. Servo d’una vita intera di passioni tra le più contrastanti, e servo ancor più di sé stesso, non si sa bene come riusciva ciononostante a stimolare, in chi lo incontrava, una certa sensazione di affidabilità, e nessuno mai irrideva la nuova impresa in cui si gettava, neppure quell’unica che per tutta la vita gli durò: scrivere. Incontrando una persona di siffatta natura riesce quasi limpido come questa, nonostante frequenti cambiamenti nella sua propria vita (a volte drastici e, soprattutto, inspiegabili), sia facente parte di qualcosa di vero e, forse, intoccabile. E chi la incontra, percependo ciò, non si perde nel giudicarla per i cambiamenti ma, tranquillamente, ama averla accanto. Il primo libro che pubblicarono a questo amico Migliore fu un disastro e lui colse il fatto come una lieta, graziante fortuna siccome meno gente sapeva di quel obbrobrioso lavoro, come lui lo definiva, meglio sarebbe stato in compagnia di sé stesso. Ciononostante c’era chi diceva, al riguardo di quel primo passo letterario, ch’era il preludio d’un talento prezioso; simile talento, infatti, non tardò a farsi vivo. Come una sorta di frana al contrario, la fiorita attitudine alla letteratura erse monti irripetibili scavando valli che, indistintamente, gli altri letterati dovettero segnare sulle loro cartine imparando, così, nuovi tragitti. All’ombra di quella impressionante orografia si stimolarono correnti, nacquero laghi e torrenti splendenti di poesie eterne nei quali nuotare avrebbe significato far germogliare nell’animo un sorriso ardente, capace di abbattere ogni oscurità della vita, ogni miseria e smarrimento, e capace di far affrontare a capo sereno le minuscole, dette solitamente con il “fa parte del gioco”, meschinità di cui pare intriso il circostante e le quali potrebbero essere, invece, fondamenta d’ogni grande delitto. Il vero successo lo ebbe ad appena ventinove anni con un testo intitolato “Iris d’amore”. Il resto dei suoi libri furono un capolavoro dopo l’altro. L’ultimo, che scrisse prima di morire, venne persino giudicato il più elevato, ispirato, consapevole e basilare romanzo del secolo corrente. A lui dedicarono più d’una biografia e da una di tante abbiamo deciso di estrapolare diversi passi dove questo Lorenzo Migliore, ormai anziano, si racconta ad una intervistatrice (tale Giulia Mansenni), rievocando vicende e riflessioni sulla propria infanzia, giovinezza ed età adulta.

  1.  Mi si confidava, spesso i nonni e mia madre, che da piccino non riuscivo a trattenermi e parlavo. Parlavo di tutto, sopra gli altri, da solo, ovunque ed anche con le cose inanimate. E che discorsi, dicevano, imbastivo. Parlavo e parlavo; solo dinnanzi al fuoco, che dacché ho memoria sa estinguere i miei discorsi, trovavo parole da ascoltare, a cui rivolgermi… ed ancora oggi le fiamme suscitano il mio silenzio. È come se guardando bruciare la legna o altro potessi assistere ad un cambiamento… ed effettivamente il cambiamento c’è, ma, come un’acuminata e ardente metafora, i materiali logorati e cambiati un po’ alla volta dal calore rappresentano una verità che credo sia destinata a non trovar parola, che va oltre ogni linguaggio quindi oltre ogni uomo. Rammento che quando venivo affidato ai miei nonni paterni io mi collocavo ai piedi di una vecchia stufa, aprivo il bocchettone e v’infilavo la legna. Per ore e ore, con un piccolo palanchino metallico in mano, spostavo le braci, le rivoltavo, infilavo altri pezzi di legna e non mi curavo delle vampe quasi ustionanti. Talune volte azzardavo degli esperimenti, magari scovavo un pupazzetto che avevo deciso doveva sparire quel giorno, ne intingevo un piccolo lembo nella benzina od in qualche altro liquido infiammabile ed attendevo la smorfia che m’avrebbe offerto tra i tizzoni, perciò nessuno avrebbe mai pensato che la massima mia realizzazione sarebbe stata scrivere; si pensava, piuttosto, ad un mestiere legato al fuoco. In un certo senso non vi è molta differenza…, noi scrittori troviamo spesso calore tra la carta e può capitare d’infiammarci assai intimamente per una manciata di frasi ben riuscite; talvolta, è vero, sono dei fatti a stimolare i nostri intimi incendi, altre sono delle parole lette chissà su quale libro, eppure mai abbandoniamo le fiamme. Potrei in conclusione sintetizzare che nell’infanzia fuoco e parole mi hanno effettivamente caratterizzato agli occhi di nonni e vari altri parenti e non mi sento di contestare del tutto, oggi come oggi, i loro scherzosi pronostici al riguardo del mio futuro.

  2.  Durante il collegio vi furono rivelazioni e singhiozzi, se così posso esprimermi. Da quel che ricordo non ho mai subito nostalgia di casa, già allora percepivo che le some di un d’uopo demone interiore stavano procedendo verso la loro più incarnata sistemazione, come se fosse un anticipo della sensazione che mantengo tuttora e che tuttora non manca di possa. Dal collegio mi mandarono via a causa di alcune discussioni tenute con un salesiano nostro educatore principale. Ricordo che un giorno, verso la fine del terzo anno scolastico, fui convocato nel suo studio. Quella stessa sera mi venne comunicato che mia nonna (quella a cui mi ero più affezionato) stava male. Di lì passò qualche mese che morì per un tumore allo stomaco. Ad ogni modo fui convocato per un’altra faccenda da questo don Adam (era polacco come molti altri educatori) il quale riuscì, non ricordo più come, d’altronde ero molto giovane, a farmi trattare il discorso del divino. Bastarono un paio di mie parole per far sì che ancora oggi di lui abbia una sola immagine: rossissimo, gonfio ed in piedi come se avesse voluto balzare al di qua della scrivania – unico ostacolo tra noi – e peccare di rabbia, di furia su di me. Ma istantaneamente, per una sorta di impostato e volutamente abbacinante autocontrollo, non si sfogò così come pareva avrebbe desiderato e, con voce inusitatamente sgomenta e inasprita, si mise a chiedere a me, figuriamoci!, perché mai allora lui stava lì, perché allora aveva sprecato quarant’anni della sua vita a credere in qualcosa che neanche esisteva e via di seguito. Avevo, cos’é?... diciassette anni se non sbaglio. Comunque la sua disciplina, l’autocontrollo così bene disposto nei molti anni trascorsi a coltivare una certa spiritualità e comprensione per gli altri, gli bastò per cacciarmi via dal collegio e non accettarmi più. Da parte mia nessun tipo di rabbia conseguente alla cacciata mi pervase, solo una scomoda e cristallina delusione si curò di me. Pensavo davvero che gli educatori si sarebbero accorti della mia correttezza, m’illudevo potessero comprendere la differenza tra me, che entrando in cappella non eseguivo il segno della croce, non pregavo e stavo zitto, ed i miei compagni che mantenevano le forme e che, al tempo stesso, udivo bestemmiare accanto, attenti di non essere scorti. Gli educatori sapevano del loro peccato, ma lo considerarono un atteggiamento giovanile di poco conto, mentre la mia protesta verso ciò in cui non credevo li spaventò assai più che se fossi andato in giro per il collegio a chiamare, ogni porco, Dio. Prendendo la mia protesta come bestemmia assai più appuntita della delusione che mi offrirono e, su tutto, spaventandosene, mi resi conto d’essere stimato su un piano diverso da quello dei miei compagni. I salesiani notarono che non vi era speciosità nel mio atteggiamento e questo li terrorizzò a tal punto da cacciarmi e, dopo la “disfatta”, pensai a quale qualità d’educazione avrebbero potuto promettere se evitavano il confronto con qualcuno che fosse loro pari, in quanto con questo profilo mi percepivano: un loro pari e, quindi, una minaccia; pensai inoltre a Don Bosco sorteggiando spesso tra due congetture: mi avrebbe cacciato o avrebbe dialogato con me non per diventare rosso e controllarsi bensì per migliorare ed elevare insieme il carattere della propria educazione da dispensare ai giovani?

  3.  Ah i lavori. Ne sono venuti molti, soprattutto di fatica. Mi adoperai in tali e tanti lavori per dimostrare all’inizio non so bene che cosa a chi, forse ad un’idea, un’immagine che riempiva l’anticamera dei miei voleri. Attestati non ne volevo, gli studi li avevo ripudiati senza conseguire alcunché e, come dice una canzone, indirizzi in tasca non ne avevo. Un po’ per volta smisi di volere dimostrare a me stesso qualcosa in cui davvero non esisteva un senso perciò la diedi su a tutti quei lavori che mi macinavano lentamente, trasformandomi, mese per mese, busta per busta, in una palese e comune abiezione vivente. Compresi che spendere il tempo della propria vita per concretizzare un’astrazione la quale non si lascia né spiegare quindi né distinguere muta l’animo tanto da infiacchirlo e renderlo gretto senza una causa precisa; credo che sia proprio la mancanza di cause in questo senso a generare aberranti convivenze tra le persone. Smettendo quel percorso non mi preoccupavo del letto che avrei perduto, tanto meno del cibo e del parere di chi credeva d’essermi amico. M’importava solo di studiare, di capire e di scrivere cosicché qualcuno avrebbe potuto sentirsi meno solo grazie al mio vivere. Se mi si replicava ch’ero egoista, che non pensavo al male che promuovevo verso chi mi voleva bene, io rispondevo che volevo tenermi il mio egoismo siccome questo avrebbe confortato chi non mi era a contatto. Grazie a Dio il mio egoismo ha fatto molto bene a molte persone. Però, per star dietro alla voglia di sapere, nessuno mi cercò più. Comunque non ero mai stato abituato a confidarmi con alcuno perciò quella solitudine non mi sfiancò. Mi sfiancava più che altro una questione legata al carattere di chi smise di cercarmi… Non riuscivo a capire perché a loro la vita che avevano gli andava bene e a me no, intendo la vita come intreccio tra il proprio essere e l’essere di una società. Mi domandai se loro erano più bravi di me a mascherare, sopportare e sbrigare i tormenti legati al soffocamento di sé stessi per qualcosa in cui effettivamente non si ha avuto parte a creare, o se semplicemente non si domandavano nulla. Nonostante gli anni e le esperienze sto cercando ancora risposta a questi interrogativi. Anche quando finii in strada, tra la gente che dietro alla vita non era riuscita a starci, mi accorsi che non c’era nulla che li contraddistingueva dalle persone che criticarono le mie ragioni. Ero comunque diverso dagli altri senzatetto. Scoprii che tra loro c’è la stessa fratellanza che si può rintracciare tra le dame dell’alta società… Ma, in più, il fatto d’essere in strada li rendeva miseri miseri, a tratti cattivi tra loro stessi. Alcuni s’aggregavano, a gruppi di due, per patire meglio questa cattiveria, ma pure loro mostravano ugual tono d’improbità con gli altri simili. Per quanto mi riguarda mi comportavo con loro non diversamente da come mi ero comportato coi vecchi amici; da loro m’attendevo, piuttosto, che avrebbero ritorto contro di me ogni malizia ed ogni nequizia in quanto io avevo scelto la vita che tanto odiavano; invece mi donarono indifferenza ed incapacità a capire la mia ricerca al pari dei miei vecchi amici. Solo una ragazza di loro mi venne accanto, mi aiutò persino in taluni casi. Da due anni girovagava tra la stazione ed i portici, qualche volta la si ravvisava anche più lontana, dalle parti della fiera, ma raramente. Per un po’ si confidò con me poi, una notte, accadde qualcosa. Tutt’un tratto me la vidi tremante, pensai ad una crisi epilettica ma mi sbagliai, le usciva della schiuma bianca mista a sangue dalla bocca. Provavo a tenerla, a sorreggerla, ad impedire che quel che stava rigettando potesse soffocarla. I viaggiatori che camminavano nel sottopassaggio si scostavano, voltavano la testa, ci evitavano, intanto la schiuma smise di effluire dalla bocca, però il sangue no e si fece più abbondante e scuro. L’odore che in quel momento la mia amica emanava non era diverso da quel plasma scuro e malato; era un odore nero, un odore senza vita e, d’improvviso, realizzai che stava rigettando quei viaggiatori che tanto ci evitavano. Stava rigettando i sacerdoti e i leviti. Un samaritano, probabilmente buono, ci passò dinnanzi ed ebbe il cuore di chiamare un’ambulanza, ma non ne ebbe abbastanza per fermarsi. L’ambulanza giunse, la caricarono sul lettino, la immobilizzarono siccome il tremore non si era placato, la portarono via e non la vidi mai più. Per un paio di giorni badai ai suoi panni e, solo quando sentii di sfuggita da qualche viaggiatore che parlava con tono indignato con altri viaggiatori al riguardo di quella senzatetto morta qui sotto, li consegnai al Carracci confidando che ne avrebbero fatto buon uso.

  4.  Gli scrittori sono anime particolari, a volte capite troppo tardi, a volte capite per errore e, in alcuni casi, per fortuna. Trattengono e coltivano nei loro cuori sensazioni anche dannose per loro stessi quando ancora devono trovare il proprio tono, ma, grazie alla maturazione di ciò che serbano nel loro profondo, riescono a guadagnare un punto di vista che permette loro di far filtrare serenamente dal dentro del loro cuore all’incanto di un foglio da modellare tutto ciò che i loro sensi notano. A questo punto le parole si fanno onesti raccoglitori dei loro sensi, infatti può accadere che i primi scritti di un giovane autore siano eccessivamente astratti, immaginifici ed allegorici senza un centro, capibili da chiunque e da nessuno e incomprensibili da tutti l’attimo dopo, persino dal giovane stesso, e questa disonestà delle parole nei confronti dei sensi che l’autore ha, diviene un suo fardello intimo e soffocante sino a quando non avrà raggiunto quello spazio della maturità interiore, che si relaziona pochissimo con l’età anagrafica. Sinché non si conquista e raggiunge quello spazio, l’autore è spesso convinto che la forma, quel tipo di eccesso e di mancanza di centro, sia la parola nuova di cui il mondo ha tanto bisogno. Poi, però, ci si modifica, ci si avvicina allo spazio e si nota come quei primi scritti fossero poveri dei propri sensi, ci si ristruttura in modo che le parole chiamate si avvicinino maggiormente al sentire che, a questo punto, è comunque originale. Al riguardo della parola nuova, invece, si pensa di pronunciarla se si compiono digressioni su di essa, su di come sia affine solo a pochi, rari individui comunque del passato. Infine si giunge a crearsi un proprio mondo dove sono contenute più parole, ognuna nuova all’interno di questa propria creazione. In comune tra le varie fasi di uno scrittore c’è l’assidua ricerca della perfezione, una perfezione che in fondo già si ha essendo i sensi già perfetti siccome originali, una perfezione che però attende qualcosa di indicibile per essere manifesta ad altri. Una perfezione trasversale, che non muta in relazione al tempo storico, al periodo morale ed alla collocazione geografica. Una perfezione che resta lì, come un cielo sotto al quale ci si agita per riuscire a trovare quelle parole che lo compongono e posarle nello spazio di un foglio che è la vita.

  5.  Con apprezzata e fine cautela lei si e mi domanda come ho posto l’istituzione della famiglia nella mia esistenza. La famiglia come istituzione giuridica è ammessa, voluta e incentivata dalle nazioni poiché permette loro un potere sulle altre nazioni. I Paesi cosiddetti sviluppati contano sulla famiglia in quanto questo indirizzo gli dovrebbe assicurare una natalità interna in positivo rispetto alla mortalità, ciò significa potenziali vite da impiegare nella società; e più la collettività è numerosa e marcia verso una stessa direzione, più la collettività sarà potente e valida rispetto alle altre. A tal riguardo vi è un adagio che scrissi una ventina di anni fa ed inserii in una mia opera lirica (ancora oggi credo sia la forma d’arte più completa e complessa), forse riconoscerà a quale mi riferisco: “se non figlio lui vorrà tutta disprezza l’umanità. Egli vede il dolor e non teme disonor da chi figlia ed ingrossa una svista della vita. Così lui sceglierà d’evitare di replicar il suo cuore, la sua gogna, per salvar la libertà!”. Sono lieto che lei si sia preparata, si trattava infatti de “Il morto sta male” e spero rammenterà anche l’ironica supposizione stimolata dall’incontro del Sinite parvulos venire ad me, di Gesù, con il suo appellativo Nazareno. Difatti tale appellativo non è certo stia ad indicare la provenienza geografica del profeta, piuttosto si riferisce, probabilmente, alla sua capigliatura. I Nazareni erano una congrega di persone che praticavano e professavano la castità, altresì questi si caratterizzavano anche per i capelli lunghi: da qui Nazareno, o Nazareo. Nella mia opera il protagonista motteggia ciò domandandosi, con leggero e colto spasso, se il Nazareno, affermando che solo coloro che hanno cuore puro come i bambini possono il regno dei cieli ed essendo, magari, cultore ed apostolo egli stesso della castità, non miri ad evitare un sovrapopolamento della zona di lassù o non voglia scongiurare il pericolo d’un esercito di laggiù troppo fornito di anime. E lo stesso protagonista dell’opera sbianca pensando ad un paradiso effettivamente materiale che, come ogni cosa materiale, ha i suoi limiti e confini, ed impallidisce ancor più divinando, di conseguenza, una certa materialità dello spirito. Se lei si ricorda, cara Mansenni, il protagonista continua a montar elucubrazioni su elucubrazioni sino alla perdita di coscienza, cascando disteso sul palco. Questa fu la frecciatina mia nei confronti di studi quali la metafisica o la teologia i quali possono martoriare la coscienza di un individuo sino a farla mancare difatti, ripresosi, il protagonista dell’opera, come se fosse cambiato, in malo modo però, stravolge tutta la scena dell’opera sino a trovarsi infelice del tutto. Per comodo suo non le porrò altre parentesi simili e, anzi, le confesserò la castità che sino ai trentadue anni si curò di me.

  6.  Dalla strada ero venuto via un paio di anni prima, appena dopo il successo dell’Iris d’amore ed ora, in quel periodo della mia vita, una donna più vecchia di me di dodici anni scelse di proteggermi, in un certo senso. Questa, come saprà, era molto conosciuta negli ambienti letterari; seppur non avesse scritto molto, le relazioni con popolari letterati ed un importante matrimonio esaurito alle spalle le garantirono un’agiata libertà economica. Cotale donna si notava per la bellezza romanzesca; era molto strabica da un occhio, anche leggermente sciancata eppure il viso, come s’imbellettava e quale, sofisticato carattere l’agitava le rendevano lo strabismo, o la scianca, come quel qualcosa in più che si suol annunciare nelle donne interessanti. Al primo incontro (fu lei a rintracciarmi) lamentò che le serviva qualcuno che le riempisse la casa. Accettai, senz’accenno al dissenso, per una tesa e sotterranea complicità che subito ci addestrò e ci inoltrò in un luogo seminato di battute con, a volte, quattro o cinque sensi. I sensi nostri confluivano quasi sempre in un sorriso che si faceva vedere, ma solo come un qualcosa che si aveva rubato; ci spiavamo i sorrisi. Su ciò si orientava e fondava il nostro rapporto. Erano sorrisi che, però, nonostante tutto, sapevamo di prestarci… e sapesse come a volte s’infiammavano! Ne rimaneva spesso una sorta di brace e fu proprio la brace di tutti quei sorrisi spiati e prestati che mi fece infilare la via di una notte diversa con lei, sfilandomi quel che di troppo ci poteva essere tra noi due perché si potesse dar luogo al mio castocidio, o virgocidio come preferisce. Non so dirle se soffro ancora di gratitudine per questa donna mancata appena quattro anni dopo il nostro incontro… Durante la sua vita, in sintonia scegliemmo di non far pesare un po’ di più il mondo con il concepimento di una nuova creatura, inoltre, dopo lei, fuggii la volontà di conoscere altre donne. La sua eredità fu lo spiegamento in più della latente certezza avviluppante i movimenti del motivo per cui credevo d’esistere. Cosiddetta certezza si acutizzava quando i miei presagi si concretizzavano in un falso “venire a sé”, precisamente come i significati dei sorrisi tra noi, che tanto costellarono le mie riflessioni di enigmatici spunti e, forse, ataviche fantasie. Esattamente questa dubbia certezza mi collocava sensazioni estranianti... Guardando il mondo presentivo che chiunque, ma proprio chiunque, sapesse della mia esistenza. Percepivo d’essere una creazione degli uomini, una creazione di questo tempo già però conosciuta dagli uomini di tempi precedenti. Leggendo romanzi di altri secoli, leggendo le scritture, studiandole, udendo ciò che durante la giornata si lasciava sentire, osservando chi mi circondava sapevo che tutto era legato a me. Tutto, persino le canzoni, parlava di me in qualche modo che dovevo e non dovevo capire, come una subdola tortura che la globalità degli uomini mi sviluppava. L’infima vertigine della tortura consisteva nel mio non riuscire ad afferrare quale delitto avessi commesso. Soprattutto non afferravo perché non una persona venisse a me rivelandomi finalmente: “è vero! È come pensi! Tu sei osservato da tutti! A te niente di male capiterà!”. Questo io non lo capivo. Sapevo che ogni principio e gesto del mondo era legato a me e, al contempo, che non vi poteva essere predeterminazione. Pensavo che esisteva qualcosa che ignoravo e che teneva costrette al silenzio le persone che mi amavano, e non solo quelle. La percezione, per essere ancora più chiaro, così parlava: ogni persona sapeva cosa io facevo quando ero solo; sentivo che dalle loro case potevano sapere dei miei movimenti; sapevo anche che potevano guardarli attraverso i miei occhi o dall’esterno e conoscere a quale invenzione mi stavo dedicando; sapevo, inoltre, che ognuno conduceva la sua propria vita indifferentemente dal mio essere al mondo. Capirà che un sentire del mondo a questo modo è deviato e può dare adito a certe morbosità assai acute. Dovevo, ogni volta che parlavo con qualcuno, affrontare la doppia fatica di, da una parte, convincermi con un: “forse sbagli, discorri tranquillamente” e dall’altra: “sa già tutto, perché perdere tempo con questa persona?”. Percepivo e non percepivo d’essere inutile totalmente: se io inventavo qualcosa, una settimana dopo la notavo realizzata da qualcun altro, eppure senza cattiveria: strumento del mondo, così mi determinavo. Con pensieri del genere, per scrivere dovevo ingannarmi tre volte cambiando il processo d’inganno in automatismo. Con tirata disciplina ottenni il meccanismo spontaneo di svincolarmi dalla certezza e riuscii, non si sa con quale naturalezza, a correlare le artificiali impostazioni mentali di, mentre scrivevo, pensare al tempo, ad una canzone o a chissà che; quel che scrivevo considerarlo banale e inutile; farmi venire, nella sottomente che lavorava, le nozioni letterarie, artistiche e scientifiche come fossero casuali distrazioni di quella stessa sottomente. Inoltre scrivevo bendato e sulla macchina da scrivere posizionavo una scatola da me congegnata, con due fori per le mani; quando la carta finiva sollevavo a tentoni la scatola di quel poco perché potessi prendere il foglio, presolo lo giravo in modo che la superficie scritta combaciasse al piano della scrivania, inserivo un altro foglio e riprendevo il mio lavoro. A questo punto si può concludere che non fosse propriamente un’esistenza felice, ma, senza la morbosa fisima, non so con quale diritto e movente mi sarei potuto dire: “tu esisti”. La condanna che percepivo era anche l’origine e l’appiglio dei miei credo. Dalla condanna alla quale ero convinto d’essere investito s’innalzava la mia diversità, quasi si esagerava trascinando il mio punto di vista sul mondo e sugli uomini in una prospettiva unica, forse inarrivabile per chi, a questo punto, si può considerare sano. Ormai sono anziano e non credo che, dopo averle dipinto, seppur non interamente, la mia “malattia, verrà qualcuno a prendermi. Credo che ogni uomo sia malato in questo senso, ogni persona ha una sua visione di sé nel mondo, e ancora mi spaventa molto, per non dire terrorizza, quando molti uomini ne condannano uno perché ha deciso di render visibile agli altri il suo “male”. Sì, è un’ipocrisia che mi terrorizza molto… 
     
  7.  Credo che in questo tempo livido di incredibili contrasti toccarsi significhi soffrire. L’individuo che popola il nostro tempo pare scansare la salvezza di sé stesso per timore del dolore, preferendo toccare chi lo circonda. E, pur toccando, non trae che smorfie di incomprensione e fastidio. A tal riguardo scrissi, un paio di anni fa, un articolo quasi allegorico che proprio a questo tempo si riferiva. “Un massacro… ma… sì, sembra che qualcosa… qualcosa si vede, vedo! Tentenna, si sforza, trema, si trascina, avanza e suda virgole, gronda vocali… congiunzioni… una frase! È una frase! Perde un po’ di sé sul terriccio ma incede, si avvicina… mi sollevo, mi allungo… Dai! Ci sono! L’afferro… è dentro, in trincea, con altre compagne. Non si capisce più, ha perso troppo, troppo ha grondato. Troppe vocali, troppi puntini… Una domanda? Una… non importa, non conta. Si cade assieme alle compagne, tra altri frammenti, accanto ad altri soldati senza senso, senza parole.”. La mia salvezza è consistita nel viaggio tra le difficili membra del linguaggio umano. Le parole hanno tracciato il senso dei miei sensi – perdoni il gioco di parole – e delle mie immagini interiori permettendomi di distinguerle e di poterle, così, richiamare. Tale viaggio e percorso posso sbilanciarmi affermando che mai ne ho affrontato uno più complesso, arduo ed arricchente e, a tal proposito, ribadisco che viaggiare per il mondo se prima non si è affrontato il viaggio del linguaggio, cioè il viaggio in sé stessi con il lussuoso aiuto della solitudine, è come ricevere un bacio mentre si dorme. Purtroppo il sentiero salvifico del linguaggio pare sconosciuto a diversi individui e, nel nostro tempo, come rappresentavo nell’articolo, sembra lo si scansi in favore delle esperienze, degli eventi, delle vicissitudini. Si creano quindi individui simili a soldati tartaglianti che, tra loro, provano a spiegarsi concludendo in battaglie giornaliere e sfiancanti. L’individuo di oggi mi sembra abbia indosso la divisa di un esercito sempre più folto, ma non scordiamoci che esistono ancora persone che una divisa non la vogliono rischiando, perciò, le pallottole e le mine di quel folto esercito che, innegabilmente, lo riconosce come nemico. E non può fare altrimenti, che senso avrebbe un soldato senza nemico?

  8.  Il rifiuto del Nobel da parte mia non è qualcosa di unico. Non si scordi che il mio gesto è stato analogo a quello di Sartre. Egli affermò con ironia che il premio lo si conferisce a chi ormai è vecchio e sta per morire, perciò lo rifiutò. Certamente non per ragioni così scherzose ho respinto il premio (neppure il francese), ma per un candido istinto di repulsione. Non faceva chiaramente per me. È strano come alcune persone prima ti appoggino poi, per scelte come questa, che sono lineari in tutto al tuo carattere, si svelino contrarie e si stupiscano, smascherando la loro ottusità che sino a poco prima le aveva spinte persino a lodarti come “la persona diversa e migliore”. Le persone sono esseri così strani che staccarmene sarebbe come scordare dietro sé la lettera d’amore che tanto ci ha commosso. Magari la si può scordare al bar Linnè, nell’aeroporto di Arlanda a Stoccolma, e questo sarebbe paradossale in quanto Linnè, conosciuto come Linneo, fu il naturalista che diede l’avvio alla tassonomia! Una lettera d’amore scordata presso la memoria di chi ha organizzato le specie viventi, esistenti appunto grazie all’atto dell’amore, e scordarla laddove ci si è rifiutati d’andare attivando, così, la riflessione sulle persone strane, ha il senso d’un disegno che si completa, non le pare?... Mi scusi, sarà, credo, la senilità, ma desidererei postillare, al discorso sulla salvezza di poco fa, un commento che solo ora mi è sovvenuto. Ho citato il viaggio nel linguaggio come causa e bisogno per salvarsi, in così modo, però, si potrebbe credere che l’impulso del viaggio salvifico sia comunque un principio di volontà. A tal partito avrei un pensiero… credo che il principio di volontà non sia né in qualcuno né in noi, e non sia neppure la conseguenza di una farfalla che sbatte le ali a Tokio… la salvezza è come un’idea, forse ancestrale. Magari smettere con un’idea del genere potrebbe eliminare il concetto di salvezza, facendo vivere ognuno di noi senza ansie e senza scuri umori. Provi ora a dirmi lei se un’idea proviene da noi, da qualcuno o da una farfalla. Un altro adagio dell’opera prima citata potrebbe tornarle utile: “al quesito l’intelligenza s’appresta.”.


VII

  Tornando dai nostri due giovani uomini, alla bufala seguì un incontro, sicuramente casuale, con il tale citato da Isabella nella conversazione avuta con Vittorio poco prima: Paolo Ercolani. Questi, abbiamo detto, era stato un amico di Igor e l’incontro fortuito fu l’occasione perché Vittorio potesse imparare a conoscerlo maggiormente. Di primo approccio a Vittorio parve un bel ragazzo, elegante nei movimenti e ben curato ma non a quel modo artificioso per scatenare consensi e nutrire la propria vanità. Dava, piuttosto, l’impressione d’essere nato in quel modo e gli abiti che indossava stimolavano l’opinione che la sua figura spiccasse tra altri suoi coetanei. I capelli tenuti leggermente lunghi ben si adattavano agli sporadici, non ancora troppo caldi, colpi di vento che ogni tanto, chissà da dove, giungevano più per sorprendere ed accarezzare che per infastidire. E, se i capelli ben si miscelavano alle brezze improvvise, tale Paolo Ercolani li lasciava liberi d’esprimersi come meglio desideravano evitando di portarsi in continuazione, come alcune persone paiono fare, una mano in capo per risistemarsi inutilmente l’acconciatura. Dopo che Vittorio si fu presentato e che Igor non mancò d’esser parco di battute come suo solito, decisero tutti e tre di andare a cenare in un piccolo locale a quattro passi dal luogo in cui si erano incontrati. Durante la cena Vittorio si accorse che la prima impressione non era stata truffaldina, Paolo si rivelò un ottimo partito; persona, si sarebbe persino potuto dire, nata in un tempo ingiusto o nel posto sbagliato e che donava, con il suo essere al mondo, un senso fisico alla parola “rarità”. Disponibile, schietto ma non scomodo, ponderato, brillante e carismatico, spiritoso quel giusto, modesto e generoso, affatto accorto; capace di interessanti riflessioni come, ad esempio, quando le portate terminarono ed ai tre commensali non restava altro che fare ancora due parole, egli considerò, dopo essere giunti a dichiarare che ogni persona ha le sue stranezze, “che avrebbe voluto raccogliere quelle stranezze quotidianamente incontrate e farle divenire la sua normalità.”. Vittorio se ne innamorò. Dopo cena e dopo che tutti e tre ebbero digerito nel modo migliore possibile, cioè tra risate e una spontanea e sotterranea complicità, nata come nasce a volte tra due persone che mai si sono viste e che sentono, invece, d’essere state predestinate al loro incontro, uscirono dal locale per andare a bere qualcosa. Per raggiungere il locale, Paolo ebbe l’idea di fare una passeggiata lungo via T… e lì accadde, giusto giusto mentre passavano loro tre, che ad una vettura dei Carabinieri scoppiasse una gomma. Chi era alla guida non fu lesto nel fermare la pericolosa corsa del mezzo e, sbandando, andò a picchiare contro uno di quei pali che tengono l’indicazione della via; il palo si storse e venne giù sfasciando il lampeggiante sinistro. I Carabinieri balzarono fuori, quello che era alla guida, probabilmente un appuntato, arrossì inevitabilmente nel “subire” l’arrabbiatura pubblica del superiore. A causa di questa divertente disgrazia Paolo divenne più che una persona agli occhi di Vittorio; nonostante il nuovo amico non avesse avuto alcuna parte concreta all’incidente, nell’intimo sia di Igor, ma soprattutto di Vittorio, si stabilì la convinzione che se Paolo non fosse stato presente alla passeggiata l’incidente non sarebbe avvenuto, per di più fu Paolo stesso a consigliare tale tragitto per giungere al locale. Fu così che questo ragazzo s’innalzò inconsapevolmente dal suo status di normale persona divenendo, per potenza d’essere, simile ad un profeta senza intenzione. Subito, nelle sue idee, Vittorio avrebbe voluto accompagnarsi con lui e con la sua amata Isabella per ogni luogo del mondo; non gli bastava neppure chiudere gli occhi che già si ritrovava in un incanto di risate e complicità mentre vivevano, tutti e tre, viaggi meravigliosi sottesi tra meraviglie universalmente conosciute e posti sconosciuti a chiunque. Inoltre, chissà in che modo dato che i Carabinieri erano sì intenti a, uno subire, l’altro infuriare, ma entrambi attenti a non screditare eccessivamente la propria divisa data la figura ridicola che pensavano di aver fatto, Paolo riuscì a rubare la targa della vettura che si era staccata dalla sua sede. Il colpo di genio spesso necessita d’una favorevole circostanza, di un’opportuna coincidenza e di un Paolo di passaggio così egli si consacrò senza dubbi e senza alcun moto di egocentrismo alla stregua d’un idolo vivente. Nei giorni seguenti Igor e Vittorio vollero rivedere il nuovo idolo. La targa non mancava di spuntare nei momenti più inaspettati strappando stupore a chi non sapeva della storia, ed espressioni di “chi la sa lunga” a chi l’aveva vissuta. Per quanto riguarda Isabella, Vittorio la rivide ogni giorno, ma in nessuna di quelle ore che trascorsero insieme ella ritornò sull’argomento cominciato alle panchine del Largo anzi, quando in quei giorni Vittorio le parlava di Paolo (praticamente in ogni momento) lei lo ascoltava attenta, e non annoiata come sarebbe magari potuta essere se lui avesse idolatrato qualcuno o qualcos’altro; e lui non si ricordò minimamente del discorso dal lei iniziato e non terminato settimane prima. La situazione era dunque questa: Isabella doveva parlare con il suo ragazzo, ma nel frattempo non mostrava di volerlo fare. Il suo ragazzo, da quando aveva conosciuto quel nuovo idolo, sembrava assorbito ed involato in modo tale che lei non trovava spazio per riprendere ciò che s’era interrotto e che, silenziosamente, le premeva sul cuore. Forse, però, i voli di Vittorio avrebbero smesso le loro condanne al silenzio per la rimuginante Isabella e, posandosi, questi avrebbe potuto, finalmente, dal piano terreno rivedere il volto della sua bella accorgendosi, magari, di quel “che” di non detto. Accadde puntualmente che, il nuovo amico, dopo un paio di settimane iniziasse a scadere nella perversa stima di Vittorio, e non che, il prima considerato idolo o profeta, avesse combinato qualcosa per provocare ciò: era semplicemente il carattere di Vittorio. Egli ergeva per un poco qualcuno sul gradino migliore e più elevato della sua personalissima scala dei valori, per poi, gradatamente ma inesorabilmente, e stancarsi e cambiar scala. Per ovviare alla meccanica stanchezza d’avere accanto un amico che più nulla rappresentava per lui, Vittorio cercava in queste circostanze il modo di chiamare qualcun altro quand’era in compagnia del suo “fardello”, anche solo per un attimo. Fu così che un bel pomeriggio, più sul tardi che sul presto, volle andare con Paolo dalla sua Isabella col pretesto di portarle un altro libro che Igor, prima di partire dall’Italia, voleva a tutti i costi farle leggere. La giornata era luminosa, ma non così accecante da impedire a Paolo di notare quale espressione s’impresse sul volto di Isabella quando, sortendo di casa, lo vide con affianco Vittorio che scalpitava di noia. Quale invece fu l’espressione di Paolo non sappiamo dirlo; certamente entrambi diedero al loro viso abbastanza spazio perché sensazioni come stupore, smarrimento e anche curiosità potessero crearsi un particolare e sfuggente habitat. Venendo a contraddire i propri, detti sogni ad occhi aperti, durante le settimane da involato Vittorio non si trovò mai, neppure per caso, prima di quell’incontro, in duplice compagnia di Isabella e Paolo e non si accorse neppure di alcun habitat già ch’era distratto, più che dalla giornata luminosa, dall’impegno che metteva per meglio amministrare la sua noia. Con Isabella c’era anche Francesca, e pure lei lasciò che qualche interessante espressione affittasse un poco di spazio sul suo viso, eppure ormai era una consuetudine per lei data l’attrazione non sopita nei confronti di Vittorio; ma non per questo la sua espressione o, piuttosto, il suo significato originale poteva essere meno importante delle altre due. Già… il significato originale delle sue espressioni quando incontrava Vittorio, e quando poi lo vedeva con Isabella… forse era andato perduto o, meglio, confuso tra le vicende incatenate al tempo che passa. Ella, povera ragazza, chissà quale ambiente s’era creata nel cuore per viversi meglio la relazione di colui, ch’era stato la sua infatuazione, con colei ch’era l’amica praticamente di sempre; e come, in quale modo, con quali mensole era arredato quell’ambiente!, sapendo che lei, proprio lei, aveva contribuito a dar fiato al dramma latente e spinoso, posto ormai su una di quelle mensole come un doloroso e pulsante soprammobile. Il suo amore per Vittorio non era stato spazzato via, scordato, ma era mutato rispetto al periodo in cui lui ancora nessuna donna aveva al fianco. L’amore inespresso sa essere più potente e duraturo d’un amore alla luce del sole e del tempo, ma la sua forma muta, si modifica, prende posto in quell’ambiente appositamente creato nel cuore, dove non esiste odio, dove l’odio è un fumo che si sa che non si può prendere a calci, e non ci si può neppure immergere se non si vuole morire soffocati. Per quanto riguarda un amore del genere… beh, si smette persino di aggrapparcisi ad un certo punto, per timore di far fracassare tutto l’arredamento che, con certosina e, forse, folle ragionevolezza, si è composto. L’arredamento diviene il motivo della propria esistenza, l’argomento della vita che resta lì con le sue poltrone ed i suoi soprammobili, dove spostare qualcosa vorrebbe significare farsi male ad uno stinco, affrontare l’impresa ritenuta veramente folle di imparare daccapo nuovi percorsi. Col tempo matura la lieve certezza che l’unica polvere che può guastare tutto, che può velare l’ambiente potrebbe fare il suo ingresso solo se si decidesse di cambiare le cose, di esprimerlo quell’amore lì. Si ha come la paura di svincolarsi da quell’indefinito e sparso gruppo sociale di cui si sa di far parte e che non si vorrebbe o non si realizza appieno, quel gruppo dove di ambienti di tal genere ve n’è una miriade, ancor più. Forse il cuore di Francesca, così colmo di dolorosi soprammobili che, puntualmente e senza stupire, riescono sempre a scoprire dello spazio per uno ad aggiungersi, è l’invalicabile conseguenza di quel che si è. Ma possibile che da questo non vi sia via di fuga? Che in questo si caschi senza volerlo eppur volendolo ad ogni respiro? Ed è davvero possibile che Vittorio non si sia accorto del triangolo espressivo presentatosi nel momento in cui Isabella scese per prendere il libro? Chissà se lui intuì qualcosa quando lei respinse l’offerta di andare a fare quattro passi. Non si sa, ma si accorse che, dopo averla salutata, il suo amico Paolo cambiò, si fece silenzioso, guasto del tutto e questo fu un altro motivo per allontanarsi da lui anzi, fu proprio l’insperato movente per troncare con il suo ennesimo capriccio, col suo ennesimo Paolo di passaggio.

  Trascorsero un paio di giorni che Isabella restituì la visita a Vittorio. Quando, due giorni prima, lui avanzò il desiderio di poterla vedere l’indomani, lei lo deluse informandolo che sarebbe stata impegnata, ma che se proprio voleva si potevano vedere domenica. E domenica arrivò. Appena Vittorio aprì la porta al suono della sua Isa, capì di quale natura fu l’impegno del giorno precedente, ma lei non gli concesse alcun tocco di tempo per imbambolarsi sull’uscio e sulla via si ritrovò, completamente confuso, con la sola idea chiara che si stava appropinquando in quel del centro dove una festa paesana, una sorta di sagra (straordinaria per quel periodo) con bancarelle, banda musicale e molti, molti fanciulli mobilitava gli abitanti del paese e delle frazioni vicine. Con la porta alle spalle, nella strada e sotto lo sguardo del sole, Vittorio poté meglio studiare la sua nuova compagna, nuova dacché proprio ieri si era accorciata i risaputi capelli color primavera, delicati come lacrime d’angelo e più sottili d’una intuizione. La creatura che ora affiancava Vittorio dava a lui un senso di disagio, una nuova fatica a cui non sapeva se sarebbe stato capace di sottrarsi o se, almeno, avrebbe voluto evitare. C’era da restaurare il mondo a seconda di quella bellezza cambiata, ma non meno vigorosa di com’era prima. Ed il cambio di posizione per raggiungere l’abitudine alla bellezza, che altro non è se non l’aver sistemato la bellezza stessa sullo stesso piano del mondo circostante, imponeva a Vittorio di carpire la nuova Isabella una goccia alla volta. Perfino la voce di lei, a ragione la solita, si caratterizzò invece di significati anch’essi nuovi, come se le mani della coiffeuse fossero giunte sino alle parole di lei, spuntandole, pettinandole ed acconciandole. Certo la rinnovata immagine di quella donna stimolava, più che un sordo disagio, l’ebbrezza d’un curioso turbamento in Vittorio, e l’ebbrezza non gli permise di notare la scarsa loquacità di lei, che indubbiamente comprese la momentanea vertigine del suo uomo mentre gli stringeva la mano nonostante il caldo rendesse madidi i palmi d’entrambi. Solo quando lasciarono il lungo marciapiede di mattonelle porose, grigie e rosa, per infilarsi tra le persone che, come loro, quel giorno avevano avuto l’idea di farsi un giro per il centro, le mani di disgiunsero. Ma non si staccarono allo stesso modo e, rapida, quasi come se si fosse punta, la mano di lei abbandonò la mano di lui, che cadde tramortita per la sorpresa di trovarsi senza appiglio; una caduta triste, inerme, su un fianco improvvisamente familiare, e, come se il colpo leggero sullo stesso fianco potesse dar l’avvio ad uno stato d’animo, dentro Vittorio si spense un poco di quel sole ch’era riuscito a sgusciare teneramente tra i suoi occhi per raggiungere il suo dentro, e dargli, prima, una sensazione di nitore, ora, da spento, un respiro di quasi malinconia e dubbio supplizio. Le casacche colorate degli intrattenitori che, tra la gente, si mostravano, poi sparivano, ma non abbastanza da distribuire la parvenza di non esserci mai state, non servirono per rattizzare il sole scuro e peso in quell’animo sorpreso. Mimi, trampolieri, saltimbanco in generale amplificarono, piuttosto, i pessimi respiri del nostro amico, quasi gli intrattenitori in genere avessero, in questi momenti di malinconia, la virtù non di dar sollievo ad un animo bensì, all’opposto, di far innalzare a questo una sorta di barriera tra lui e le persone (comprese le potenziali emozioni) intorno autogestendosi, così, nel vizio di una torbida ed apartitica scena interiore giungendo persino, durante tale percorso adiabatico, a provare un piacere sordo e rammollente al quale, se a lungo se ne sta immersi, non viene di dire addio, ma uno svogliato arrivederci in previsione della più che probabile prossima apnea. Non è sicuro che questa fosca trasformazione fosse una peculiarità del carattere di Vittorio, è assai più certo, però, ch’egli smise di respirare a quel modo quando incontrò, per pura sorte, il suo amico Igor, che gli fece tirare proprio un bel sospiro di sollievo. I due amici chiacchierarono della Russia dacché Igor era tornato giusto il giorno prima trovandosi, oggi, stupito della straordinaria festa che interessava il paese, ma la prima sua battuta non fu dedicata al viaggio bensì a Paolo, domandandosi dove fosse, ricevendo, da Vittorio, una mugugnante e vaga risposta intendendo, così, che già questi s’era stufato dell’idolo vivente mentre Isabella, appena udita la domanda e subito dopo la reazione del suo uomo, manifestò il desiderio di gironzolare per le bancarelle perciò lasciò i due a discutere delle loro vicende, svicolando sola tra persone impegnate un po’ in tutto, forse un po’ meno a guardare davvero le esposizioni ed un po’ di più a sperare d’incontrare, magari, conoscenti delle frazioni vicine per sapere le ultime novità. Igor e Vittorio, intanto, si discostarono dalla calca rimediando un posticino più tranquillo. Qui conversarono per una mezz’ora abbondante, Vittorio s’accomiatò, infine, dall’amico stoccando, con ritrovato spirito allegro e scherzoso, un “chissà dove si sarà infilata quella là!”.
Atteggiandosi con un savoirfaire da uomo solitario, Vittorio iniziò a scorrere le varie esposizioni di collanine, foulard, cappelli, macchine per il giardinaggio; l’unguento di una sempre più vibrante e sorprendente eccitazione gli si spanse nei nervi e nell’animo, dilagando su ogni nocciolo che avrebbe potuto esser tumore per il ristabilito buonumore, così la torbida scena interiore di poco prima divenne simile ad un chicco di caffè inabissato in un enorme boccale di mirra. Per questa rinvenuta e preziosa animosità gli intrattenitori, sparsi un po’ qui un po’ là, riuscirono a procacciargli nel cuore nientemeno che l’effetto di svago e leggerezza per cui si adoperavano; ad un mimo donò persino un paio di monete e questi, dato che era un artista comico e sbeffeggiante, lo ringraziò con una smorfia esilarante e sfacciata in modo da far divertire la gente che lì intorno stava a guardare. La scherzosa presa in giro stimolò in Vittorio un’ulteriore mozione di eccitazione; fece un paio di passi per riprendere il suo posto tra la gente, si bloccò, si girò verso il mimo e rispose con una smorfia che fece ancor di più ridere le persone e, senza dare il tempo al povero mimo di replicare, gli voltò le spalle con fare tranquillo disperdendosi tra la folla. L’inattesa mossa burlesca di Vittorio costò all’artista un attimo di fastidioso disorientamento, ma, da serio giullare, ritrovò subito il mestiere prendendo di mira una vittima con minor eccitazione nelle vene. Per una decina di minuti Vittorio si abbandonò alla corrente, ebbe anche l’occasione di salutare, così alla veloce, cinque o sei conoscenti, poi decise di riposarsi presso un bar con tavolini all’aperto dove, per fortuna, si liberò un posto proprio quando arrivò lui. Più che pensarlo, Vittorio sentiva, in modo viscerale, che la giornata non poteva andare meglio e, ai suoi occhi del momento, tutto l’intorno, compreso tutto ciò che non vedeva, era come una specie di familiare, conosciuto sin nell’essenza, monile che teneva in mano, che da sempre aveva e di cui apprezzava ogni solco e presentiva il solco successivo. Per l’occasione pensò che sul tavolino ci stesse bene un’acqua e menta così la ordinò, ma prima che il cameriere gliela portasse, arrivò Isabella, spuntata improvvisamente dalla fiumara di gente. Ora Vittorio poteva già guardarla meglio, ora il suo animo era più pronto. Vide come i capelli, col nuovo taglio, sembrassero più forti di prima e le labbra, notoriamente sottili, si fossero fatte un poco più piene. Solo gli occhi gli parvero qualcosa a cui ci volesse altro tempo per abituarsi, ma il nocciola non ben definito dell’iride già cominciava a farsi quello di sempre, quello che da sempre lo aveva o ammonito o esortato, o rallegrato o impensierito o altro ancora. Isabella gli si sedette accanto e quando il cameriere arrivò a portare l’acqua e menta, lei chiese di portarne un’altra; nell’attesa Vittorio pensò di dar la sua a lei e di contemplarla ancora un po’. Ora la voce di lei era più riconoscibile, le parole tornarono alle loro acconciature, tornarono ad essere semi anziché gl’incapibili sassolini che nel passato stato d’animo s’erano inutilmente distribuiti sul terreno del suo ascolto. Le parole ripresero la loro funzione vitale riuscendo in germogli del pensiero. Così la frase “ti ricordi di cosa parlavamo quella volta che eravamo seduti alle panchine, prima che tu sparissi con Igor per andare a vedere la custodia della sua balalaika?” prese posto nel suo campo, ma non abbastanza profondamente perché lo smuovesse dall’eccitazione del momento anzi, un sorriso puro e leggero rispose per lui lasciando Isabella un poco impedita perciò decise di riprendere il filo esattamente da dove aveva interrotto qualche settimana addietro, come se dentro di sé si fosse passata e ripassata l’avvenuta conversazione.
«Oh sì, Paolo… Ne abbiamo combinate in queste due settimane… te le ho raccontate…»
«Sì.» Poi, guardandolo in modo strano, lei seguitò: «Ti ho anche detto che avevo sedici anni e sono stata con lui… per un anno, più o meno. È stato davvero il mio primo ragazzo.»
«Eh… ma avresti dovuto dirmele queste cose! Me ne avresti dovuto parlare… credevi che ti avrei picchiata?» Vittorio s’illuminò per la sua propria battuta e provò di continuare, ma Isabella, perentoria, lo interruppe.
«Aspetta. C’è dell’altro…»
«Hai un figlio con lui! Ma che sarà mai!...» l’eccitato buonumore di Vittorio non badava a nulla, irrompendo in continuazione nella conversazione: «Dai, va bene! Farò da padrino! Mi ci vedi con un bambino? Si potrebbe andare…»
«Sono ancora innamorata di lui.»
Il fiato che a lei bastò per confessarsi fu il fiato che mancò a lui. Come se una mano gli avesse afferrato una caviglia mentre stava seduto su una nuvola e se lo fosse trascinato sino a terra con velocità sorprendente, Vittorio impattò contro quella frase. L’acqua e menta smise di essere qualcosa che ben s’aggiustava con l’intorno; l’intorno e tutto ciò che non vedeva smise di essere, e basta. Isabella non aggiunse altro, Vittorio non riuscì a dire nulla e non era ancora il momento per pensare. Lo slancio di quella confessione gli avrebbe, in seguito, avviato dei pensieri, ma ora c’era un disordine del mondo. Ora le emozioni non avevano casa e dentro di lui i lumi alle finestre, per poter almeno scegliere o capire l’emozione su cui far fondamento del proprio animo, erano spenti o coperti dal mondo in confusione che si stava riorganizzando le abitazioni. Senza un ulteriore fiato Isabella si alzò e, sprovvista dell’ardire di toccare colui che da più di dieci anni le aveva voluto bene, ogni volta in modo nuovo, ma sempre privo di tale confusione che sul viso allungava le sue oscure forme, se ne andò.


VIII

  Qualcuno racconta che Vittorio sia impazzito per un certo tempo. Lo stesso qualcuno riferisce che al tempo Vittorio fu visto fare scenate non solo verso Isabella, ma persino verso veri e propri sconosciuti, che immancabilmente lo evitavano se capitava di avvistarlo in strada. Altri giurano di aver chiara l’immagine di quel ragazzo sempre irascibile, scuro, infastidito da qualsiasi cosa e persona; pronto ad attaccar prima bottone poi briga. Altri ancora l’hanno scorto ubriaco più e più volte, con femmine di dubbia moralità impegnato nel compiere depravazioni di ogni tipo e “che Dio solo sa cosa combinava in casa sua!”. Si conta, in generale, che Vittorio perdette le rotelle, ma, per quanto se ne possa dire, c’è ben poco di vero. Lui non fece niente, non sapeva cosa fare, non volle fare altro che provare di star sereno, inizialmente. Non tentò in alcun modo di “ripristinare” l’amore, tutt’al più volle mantenere un rapporto pacifico con Isabella ed ingoiare tranquillamente il boccone. Dopo l’avvenuto entrambi continuarono a sentirsi, ogni tanto si incontravano pure. Lei, Isabella, era contenta che Vittorio non avesse fatto stupidaggini, e c’è da dire che se lo aspettava un atteggiamento del genere anche se, forse, in cuor suo sperava magari in una piccola ritorsione, niente di che, ma almeno qualcosa che provasse la fiamma di lui nei suoi confronti: Paolo l’avrebbe fatto sicuramente! E proprio con questo Paolo Isabella si trovò a meraviglia. Seppur da pochissimo avevano riallacciato l’amore che per un po’ (un bel po’) s’era lasciato andare, si misero subito all’opera. Aprirono un negozio su una delle vie maggiormente affollate del nostro capoluogo di provincia, una sorta di prospettiva Nevskij, e parve procedere bene da subito. Vittorio, invece, non aveva pensato di procurarsi una occasionale compagna per attutire il colpo anzi, non gli passò neppure per l’anticamera del cervello di andare a scovarne qualcuna; e sì che avrebbe potuto senza fatica, ad esempio Francesca gli sarebbe stata volentieri accanto… Però mutò in un certo senso. Un poco alla volta iniziò a stare sempre più solo, a leggere sempre di più, a frequentare locali senza il suo amico Igor con il quale ancora, ogni tanto ma meno di prima del fattaccio, trascorreva del tempo. Appunto questo “ogni tanto” che era rimasto e che si era tenuto faceva parte della violenza che aveva preso a fare su se stesso. Vittorio aveva tutte le intenzioni di star solo in senso praticamente assoluto, ma quando Igor lo chiamava per andare, magari, a bere qualcosa, lui accettava. Come si dovesse punire o correggere, Vittorio si mostrava interessato quando era annoiato, fingeva di partecipare alle emozioni dell’amico, non gli raccontava nulla di sé stesso e si immergeva nelle ipocrisie più pianificate. Tutte le ipocrisie che da sempre aveva mal digerito negli altri, sceglieva ora di adottarle per sé, ma non solo. Se sentiva la pulsione di fare qualcosa, si conteneva sino a quando l’accumulo di dolore per quel freno che si era imposto non cessava o non ne incominciava un altro. Se a volte, nella sua sempre maggiore solitudine, sentiva il bisogno di scambiar due parole con qualcuno, trovava il modo di non essere rintracciabile caso mai, fortuitamente, qualcuno fosse venuto a trovarlo. Era assai meticoloso nella sua violenza, escogitava qualunque soluzione per darsi dolore, anche le più impensate. Per esempio, se si trovava in compagnia di persone che reputava interessanti, dalle quali, pensava, non si sarebbe potuto imparare altro che bene, e se queste persone gli si rivolgevano per chiedergli qualcosa o per aspettarsi solamente una battuta, lui esordiva dicendo la cosa più sbagliata che si potesse dire, in modo da non sfuggire alla vergogna ed al rossore del viso, e da lasciare a quelle persone l’impressione che lui non fosse molto sveglio. Più le persone che gli si rivolgevano sarebbero state degne di stima, più lui provava di farsi demente e di farsi intendere come uno stupidotto; più lo intendevano in quel modo, più lui stava male e più stava male più si dava a queste sue recite che sfociavano in un profondissimo imbarazzo per se stesso e per le sue impostazioni, che non mancava mai di mancare. Di questi tipi di imbarazzo ne stava collezionando molti e con il tempo iniziò persino a provare piacere nell’arrossire in pubblico, una sorta di gusto all’imbarazzo, perciò smise con questo atteggiamento e pensò di sparire totalmente dalla circolazione. Ma ciò non significa che non avrebbe più avuto contatti con le persone. Certo non aveva più amici siccome piano piano questi si erano quasi come indaffarati nell’allontanarsi da lui. Percependolo come “strano” temevano di andare a casa sua, e se qualcuno di loro proprio non poté sottrarsi proprio perché forse doveva recuperare qualcosa che gli apparteneva, quando si trovava in quella casa con quel “amico improvvisamente cambiato”, si affrettava ad allontanarsi; esattamente con la stessa voglia di fuggire che avevano coloro che si trovavano in casa del solitario eroe delle Notti Bianche di Dostoevskij, così si dimostravano gli ormai perduti amici di Vittorio. Ma appena si furono lasciati la porta dell’asfissiante appartamento alle spalle, a differenza del racconto russo questi non scoppiavano a ridere, ma pensavano a scordarsi della sensazione sofferta là dentro, provando ad occuparsi la mente con un qualche impegno che dovevano sbrigare quella giornata o con qualche altra faccenda personale. L’indifferenza che donavano a Vittorio non era un’assenza di pensiero nei suoi confronti, ma uno schiacciamento di quel pensiero con un altro, talvolta effimero, ma certamente meno pericoloso per il loro animo: quasi un Vittorio del genere e, d’altronde, un uomo siffatto avesse il potere [senz’intenzione (per il solo esistere ed essere accanto a qualcuno)] di scuotere, col rischio di svegliarli, i demoni più profondi rannicchiati laddove si accatastano i sentimenti e le memorie che si suole rimandare ad una data impossibile, che se quella data dovesse giungere un uomo si schianterebbe al peso delle troppe verità inascoltate che ha stipato nelle stive del suo animo. In Vittorio i demoni s’erano levati dal loro angolo e spingevano avanti le memorie e i sentimenti accantonati sino a quel giorno, con l’effetto di scatenare in lui un potente processo di metamorfosi interiore chiaramente percepibile dagli altri. Tal processo gli stava rivoltando il valore d’ogni sentimento sino a quel giorno provato, così persino la più vigliacca delle umiliazioni, l’umiliazione suprema del comprendere d’aver fallito il posto che si credeva di occupare nel mondo, mutava in un incomprensibile fiore da cogliere al volo. Ed il profumo lo si sarebbe potuto annusare solo con un certo tipo di violenza praticata su sé stessi, una sorta di profondo e voluto stupro della propria anima, per ricostruirla e renderla capace di cercare e vivere nel posto nuovo seminato d’infinite e variegate umiliazioni, il posto così zeppo di quegli odori da ritrovarsi “con la pelle unta di violenza e gli occhi quasi ti mostrassero quel che potrebbe capitare anche a te” terminò, rivolto ad Igor, uno di quegli amici appena scappato dalla casa di Vittorio. Ciò che accadde un pomeriggio fu esemplare del tipo di violenza che questo nostro benedetto figliolo si praticava. A causa d’un lieve ascesso dovette recarsi dal proprio medico; prima di giungere nella sala d’attesa doveva attraversare il cortiletto interno di una grande palazzina dove, al primo piano, erano presenti rispettivamente l’ambulatorio medico ed un ufficio legale; gli altri due piani erano abitati da normali condomini. Mentre attraversava il cortiletto vide che una ragazza si era appena infilata nello stesso portoncino che lui avrebbe dovuto prendere, e quella stessa ragazza parve non notarlo o, se l’aveva notato, era stata abile a dargli l’impressione inversa nonostante quest’impressione egli l’avesse già da subito messa in discussione, conoscendo come le donne diano la sensazione di scrutare il mondo con la coda dell’occhio. S’appropinquò su per le scale sino al primo piano accedendo, poi, nella sala d’attesa attraverso la porta di sinistra che, immancabilmente, anche se si fosse ruotata la maniglia con tutta la premura e la delicatezza possibile conoscendo come scattasse avvertendo i pazienti del proprio imminente ingresso, scattava col rumore che avrebbe costretto chi entrava a dirigersi verso la sedia più vicina, sforzandosi di non guardare nessuno e di scomporre il meno possibile il silenzio all’interno della sala, con sentita convinzione che lo scatto della porta avesse attirato gli occhi di tutti sulla propria persona. La persona di Vittorio andò ad accomodarsi, invece, nel posto più distante rispetto all’ingresso, attraversando centralmente la saletta e voltando il capo per colpire quegli occhi che, dai loro giornali, s’erano sollevati a mezz’asta, come per cercare d’essere il meno invadenti possibile col nuovo arrivato, quasi conoscessero cosa lo scatto della porta fosse capace di muovere nell’animo di chi entrava. Così Vittorio contò cinque persone, compresa la ragazza veduta di sotto, la quale s’era sistemata in fondo alla parete alla sua destra, lasciando un posto libero tra lei ed un signore già d’una certa età, che stringeva, facendosi sbiancare le nocche, un fazzoletto di stoffa che sollevava, meccanicamente, verso le tempie, se le asciugava, riabbassava la mano ed il bianco tornava; piegando leggermente il capo per compiere l’operazione, sul colletto della camicia gli si poteva intravedere una striscia scura, una sorta di alone probabilmente umidiccio e certamente lercio. La ragazza e questo signore erano le uniche due persone disposte su quella fila di sedie, le altre tre avevano scelto la fila di fronte a quella di Vittorio, la prima che si trovava a sinistra dell’ingresso nella sala. Pure queste tre, come le altre due, s’erano ordinate alternandosi tra loro la distanza di una sedia vuota e solo una non provava di controllarsi per poco turbare la quiete, del resto si trattava d’un ragazzino giovane, forse che aveva accompagnato la madre che, di lì a poco, sarebbe uscita dallo studio medico. Le restanti due persone, maschi, uno teneva le braccia conserte e pareva attento al pavimento, come se contasse o ricercasse nuove geometrie nelle piccole figure romboidali decorate sulle piastrelle, l’altro leggeva una rivista, accavallando, di tanto in tanto, le gambe per poi scioglierle e riaccavallarle nuovamente. Certo che, tra il signore dalle tempie grondanti, il ragazzino e l’accavallatore inquieto, la ragazza spiccava per la calma posizione, scandita dalle mani incrociate su una borsetta giusta per la gonna e la camicetta leggere, bianche con un motivo di viole e fiori color ciclamino, che contenevano il corpo candido della giovane, vestito d’una sottile abbronzatura, una lieve e uniforme polvere di castagna sparsa sulla pelle, abbastanza intensa perché risaltasse, sul viso, una boccuccia color ciliegia ed un taglio di occhi che facevano, di questi, due vere e proprie perle nere. Per non dire, poi, dei lineamenti serafici e fluidi del collo scoperto, quasi le linee appartenessero al modello in bronzo d’una dea delle onde, sfocianti sul petto che, dalla scollatura aperta della camicetta, vinceva sul nascondiglio dell’indumento, mostrandosi pieno e liscio, lasciando che un filino di ombra si insinuasse nella valle del suo centro, suggerito, a monte, da due clavicole perfettamente aggraziate e gemelle, poste quasi per far confluire la luce del creato lungo la via delle forme fragili e zampillanti di senso femminile che, da ogni curva della ragazza, sembravano espandersi sull’intorno. Due piedini in un paio di sandali si lasciavano ammirare nonostante sembrassero timidi, con i mignolini quasi a chiamar la protezione delle altre ditina e gli alluci come delicate sentinelle in guardia, con la punta leggermente all’insù orientati proprio in direzione di Vittorio, che dalla sua seggiola godeva della creatura non altissima, ma ben disegnata, quasi sorpreso dai piedini, forse messaggeri del desiderio di quella ragazza anzi, mano a mano convincendosi che sì, la ragazza anche lei s’era sorpresa di lui ed ora, nella statica attesa, lo stava impercettibilmente seducendo ad un incontro fitto d’una trama silenziosa e carica d’un sapore favoloso, che solo nell’ambito di una fiaba si sarebbe profuso in amore. E la fiaba cresceva in energia via via che la saletta si svuotava, uno ad uno, dai sei in tutto che erano divennero solo due, loro due, e nessun altro Nessun altro, dato l’orario di visite quasi al termine, s’era aggiunto dopo Vittorio che ora poteva, del vigore fiabesco costruito in emblematici minuti colmi di minuscoli movimenti tra lei e lui, percepire l’intreccio, che di lì a poco avrebbe chiamato una risoluzione degna della sua incantevole costruzione. La porta dello studio medico si aprì ed ora toccava alla ragazza alla quale, alzandosi, scivolarono le chiavi in terra come ultimo strale di seduzione, dritta che chinandosi la camicetta le si sarebbe allargata dinnanzi agli occhi di Vittorio, che resistettero, facendosi cogliere, da quelli della seduttrice, fissi da tutt’altra parte, precisamente su un quadretto un poco storto e con un’orribile stampa astratta. La ragazza si levò rapidamente ed egli rimase così solo, più solo del solito, cosciente della sua provocazione e della morsa che questa gli avrebbe causato in cuore negli istanti d’attesa che la ragazza terminasse la visita, compiacendosi perversamente di sé e non negandosi una successiva stretta nel profondo quando, dallo studio, la ragazza ne uscì, con gli occhi ancora confusi dal gesto di quel ragazzo, ciononostante ancora volenterosi di liberarsi del dubbio d’essere stati loro stessi ad ingannarsi, ad interpretare per affronto una loro svista, ma non trovarono che una certa e acuta offesa quando, proprio quel ragazzo, avanzando verso di loro per entrare nello studio, non li degnò d’uno sguardo. Questa fu, per noi, la summa vicenda che rappresenta il percorso di mortificazione interiore di Vittorio, ma un altro esempio ce lo potremmo far prestare dal luogo del suo lavoro. In quel campo di esempi, ad essere onesti, se ne potrebbero trarre almeno, come minimo, una decina, ma noi ne riferiremo appena un paio per non dilungarci troppo. Come il fatto che, nell’ufficio in cui era impiegato da alcuni mesi dopo il fattaccio amoroso con Isabella, vi era una macchinetta che serviva per timbrare il cartellino sul quale veniva, ogni giorno, segnata l’ora d’entrata e l’ora d’uscita d’un dipendente. Questo serviva sia come controllo dei ritardi, assenze, ecc., da parte dell’impresa verso i propri lavoratori, sia come registro virtuale per organizzare e stilare le varie buste paga. Appunto sul cartellino di Vittorio risultava che lui usciva sempre più tardi dei suoi colleghi e non perché, magari, si fermasse a far conversazione con qualcuno quando era o nello spogliatoio alla fine della propria giornata o ancora nell’ufficio, ma perché faceva parte anche questo del suo metodo di personale mortificazione. Spesso, è vero, approfittava per farsi notare accanto ad un dirigente, e non tanto per ingraziarselo, ma per permettere che qualcuno dei suoi colleghi potesse indicarlo durante la pausa dicendo al vicino: “guarda quello là, appena arrivato e già va a fare salamecchi di qua e di là!”. Ogni volta che sapeva d’essere indicato, in Vittorio si levava un coro di fitte abbastanza soffocanti da farlo sentire proprio come voleva, ma ancor più le sentiva quando, anziché comportarsi come gli altri colleghi, cioè prendere il lavoro con un certo passo calmo, lui si sfiniva dietro agli incartamenti: per questo sul suo cartellino risultava sempre l’ultimo a lasciare l’ufficio, inoltre stava bene attento a non “sforare”, cioè a non arrivare alla soglia dove il tempo speso per fare quel “in più” non venisse registrato come straordinario, di modo da evitare, così, una gratificazione economica alla fine del mese lavorativo. Quando un tizio lo accostò domandandogli, non senza un vago atteggiamento di dileggio, perché mai si affannasse così tanto nel lavorare, aggiungendo che non ce n’era bisogno, Vittorio rispose, senza neppure fermarsi, che doveva battere il record, sapendo così che l’avrebbero anche additato come ridicolo, forse anche imbecille. Ed ancora. Se per caso un suo collega si stava parlando con l’enfasi e l’impegno per porsi al centro d’un cerchio d’orecchie tese ad ascoltare e bocche pronte a scattare in sorrisi e approvazioni, Vittorio interveniva interrompendolo maleducatamente, inventandosi chissà quali fantastiche storie sul proprio conto, sperando di essere riconosciuto anche come uomo smargiasso, fastidioso e inopportuno. Nel luogo di lavoro si potrebbero comunque rilevare altri atteggiamenti che Vittorio sosteneva, ma evitiamo di raccontarli tutti e speriamo che al lettore sia bastata questa rapida e scelta rassegna di esempi per intendere come quel Vittorio non solo avesse imparato come dispiacere a sé stesso ed a ideare nuovi, studiatissimi metodi per continuare sul percorso da lui deciso, ma anche a capirsi in po’ di più. Per smembrarsi l’anima pezzo per pezzo doveva continuamente insistere nel bisogno di conoscere perfettamente cosa, in quale misura, con quanta intensità ed in che circostanze provasse piacere, finanche apprendere diverse tecniche d’improvvisazione siccome comprese che il piacere che si può provare per qualcosa non è sempre possibile stabilirlo a tavolino, ma c’è la necessità di vivere una situazione per vederlo affiorare; e queste tecniche era riuscito a farle divenire un automatismo. Del perché si costruisse in questo modo non sappiamo nulla e non vogliamo neppure speculare al riguardo, lasciando a psicologi e affini tali imprese. Ci interessa piuttosto raccontare quel po’ che siamo stati in grado di raccogliere, e se raccontando questo personaggio dovessimo incappare in questioni quali “se nella vita di una persona certe cose possono finire così o cosà, o se la vita stessa è fatta di cammini partenti da una fine, dove la partenza non è quasi mai un punto determinato, ma è la naturale conseguenza di una fine precedente, che si sfuma nella costruzione d’un nuovo avvio…”, o “se il principio d’ogni vita o di ogni fine abbia una natura femminile”, ben venga. Sia però chiaro che qui di soluzioni sarà difficile coglierne e se a certuni lettori non basterà l’impegnativo tormento d’una questione posta, provvederemo immediatamente a contraddirci proponendo loro la soluzione di terminare la lettura proprio in questo punto e di dedicarsi a qualche lettura meno ambigua.



Parte Seconda

I

 Era una notte fredda e nuvolosa… no, non vorremmo assoggettare il lettore a questa immagine controversa e vagamente rappresentativa. Terremo il freddo, modificheremo notte con sera ed aggiungeremo un poco di pioggia con, infine, un Vittorio ad assistere a tutto ciò dall’interno di un locale, solo. Era solito frequentare quel locale non più di una volta ogni due settimane ed il gestore, così come il giovane cameriere (assunto da un mesetto), non l’avevano mai visto accompagnato da alcuno. Vittorio entrava, si sedeva al posto, che ormai era divenuto il suo, per una decina di minuti lasciava che il suo sguardo ballasse tra l’esterno, il bancone e la saletta in fondo, poi si decideva ad ordinare; qualche volta domandava del pastice, ma spesso chiedeva un succo o alla pera o alla pesca. Stavolta scelse il succo malgrado non si abbinasse con la serata più che umida e, sempre stavolta, nel locale c’era qualcosa di diverso infatti, proprio in quella saletta dove ogni tanto il suo sguardo provava, ballando di sguiscio, a rubarne gli interni, le facce, i gesti, si stava celebrando qualcosa che intese come una mostra di pittura. C’erano, a occhio e croce, una decina di persone ad ammirare i quadri, ma tra loro non si sarebbe potuto distinguere il o i pittori. Effettivamente, anche con tutti gli sforzi e gli occhi esperti di questo mondo, non si sarebbe potuto trarre nulla siccome si trattava d’una pittrice, la quale sarebbe giunta più sul tardi che adesso alle nove. Al riguardo dell’abituale attesa di Vittorio prima di decidersi ad ordinare qualcosa, s’era creato in Riccardo (cameriere che precedette quello attuale, di nome Libero) un poco di disagio. Egli giunse difatti una sera al capezzale del nostro amico per svolgere il suo consueto compito e, dopo aver chiesto cosa voleva ordinare, Vittorio lo guardò vacuamente, e sentendo egli stesso di aver sete proprio in quel momento, ancor di più respinse il cameriere di quel che avrebbe fatto comunemente, cioè “mi dia ancora un attimo”, usandogli un quasi feroce “non ora!” sottinteso. Quella volta il cameriere si stizzì, si convinse “che quello là è proprio una persona strana… maleducata!” E ancora, al suo padrone: “Non mi dice neppure un attimo. Mi liquida con la mano ed uno smozzicato non ora! Che gente!…”. Dopo quella prima volta, a servire Vittorio venne personalmente, puntualmente dopo una decina di minuti, il padrone del locale il quale già aveva capito di che tipo di cliente si trattava, a differenza di Riccardo, licenziato una settimana dopo la lieve sfuriata per aver infastidito una bella donna che attendeva suo marito. Ma questo fu un pretesto che Marinone Osvaldo (il padrone) invocava già da un po’ dato che “quel ragazzo lì avrebbe dato sicuramente qualche noia…”. Tornando a noi, quella sera qualcosa era appunto cambiato nel locale. Nonostante il cattivo tempo la gente entrava ed usciva, lasciava impronte di bagnato sul granito delle piastrelle e si ricambiava con una tale velocità che Vittorio non riuscì a ricordarsi più bene chi era entrato già due volte o chi era entrato e poi uscito per forse non farsi vedere più; neppure riusciva, data la confusione, ad imprimersi chiaramente nella mente quante persone non si erano mai mosse, eccezione, forse, per l’uomo che già altre volte aveva veduto, uomo sulla trentina, d’aspetto curatissimo, con scarpe ogni volta differenti, ma sempre, come Vittorio, solo. Ed è strano che fosse sempre solo visto come in diverse occasioni alcune persone si fossero fermate a far quattro ciance con quel distinto, mostrando risate apparentemente sincere in risposta, probabilmente, ad una battuta di quel trentenne. Quella sera qualcosa stava per cambiare. Tra l’inatteso e sorprendente via vai (fastidiosissimo per Vittorio per il solo fatto che già appena uscito di casa avrebbe desiderato non doversi sorbire l’usuale e risaputo mortorio che caratterizzava quel locale), entrò verso le undici (ogni volta Vittorio si fermava sino ad un quarto dopo la mezzanotte) un signorone con una notevole barba pepe e sale, i capelli più folti della barba stessa, assai meno lunghi, ma egualmente brizzolati. Non dai capelli, ma dall’ombra importante del gran signore sbucò una ragazzina, sedici anni al massimo, che sgattaiolò subito verso il bancone. A Vittorio bastò un’occhiata per capire che si trattava di padre e figlia, ma gli ci volle una frase rapita per imparare che quella figlia era la famosa pittrice. Subito le persone nella saletta vennero da questa, mancò poco che nella concitazione il succo di Vittorio, ancora a metà, facesse una capriola giù dal tavolino con il risultato che tutti possono aspettarsi. Vittorio notò, inoltre, che le persone venute in qua prestavano sì molta attenzione alla ragazza, le domandavano, alcuni la facevano anche ridere, ma tutti, ogni due o tre secondi, buttavano un occhio al padre, che s’era tenuto distante. E la distanza del padre parve, a Vittorio, non proprio mantenuta per lasciare la figlia libera della sua presenza così come si può lasciare libero un bambino piccolo di giocare in giardino, ma come se ci fosse stata da poco, e non fosse stata ancora risolta, una discussione tra i due. Capitò dunque che l’uomo venne a sedersi al tavolino di Vittorio, non dopo, però, d’aver fatto conoscere a Vittorio stesso di quale tono antico e cortese fosse provvisto; e come suonò quella richiesta! “Se non vi spiace potrei prender posto qui?”; non tanto per le parole parve magnifico l’approccio, più che altro fu l’atteggiamento, il tono – come abbiamo detto – e, stranissimo, il movimento di quella grande camicia pervinca che evocava quasi una specie di anziano e vissuto poeta ramingo, latitante da una vita.
«Che strano. Forse il vostro tono cortese, forse qualcos’altro che con le mie parole non riesco a dire, mi ha sfiorato e sembra mi purifichi da un peccato perseverato in questi ultimi sette anni…»
Sembrò non rivolgersi al signore appena sedutogli accanto, per tanto che quella confessione fu a lui dedicata, ma parve confidarsi ad una sorta di entità che gli era come davanti e dentro contemporaneamente. Il signore con la barba non fece cenno di stupirsi o altro, restò silenzioso per una ventina di secondi, per un periodo di stasi forse necessaria per mirar contegno a ciò che avrebbe detto.
«Siete mai stato tentato di porvi in equilibrio su un uovo?»
«No…» rispose incerto e curioso del seguito Vittorio.
«Quando tenterete scoprirete che molte uova romperete peccando verso il loro contenuto, che sarebbe potuto servire per nutrire.»
«Cosa volete dirmi?»
«Posarsi pesantemente su un uovo senza menomamente scalfirlo significa essere privi di peccato, ma provare a posarvisi ogni giorno per raggiungere tale equilibrio preannuncia comunque il peccato, forse un peccato maggiore»
«Non so come, ma mi sembra di capirvi. Non c’è via di fuga e nessuno sarà immacolato, e chi sull’uovo saprà starci sarà colui che forse più di altri avrà peccato.»
«Questa è la condizione attuale dell’uomo. Ma non preoccupatevi se avete peccato per sette anni, se avete insistito. Il peccato richiede una certa perseveranza perché sia attuato, ma voi avete poc’anzi riconosciuto la vostra condizione. Ciò però non vi esula dall’essere un uomo diverso e non vi darà neppure, come per tutti noi, il rifugio mentale d’un giudizio finale.»
Il signore si fermò. Come Vittorio, per tutto il tempo anche lui aveva parlato più che ad una persona, ad una entità. Trasse dalla tasca dei suoi calzoni lisi, ma forse per questo più adatti a lui, una scatoletta nella quale vi erano un po’ di tabacco e delle cartine. Rollò una sigarettina piuttosto piccola, che pareva minuscola nelle sue mani dal palmo spesso e allungato; non l’accese, l’adagiò sulla superficie del tavolino, e riprese a parlare «L’uomo del nostro tempo si sforza di far parte di qualcosa, e nessuno si rende conto di peccare continuamente perché questa è la sua condizione. L’idea del peccato ci è stata insegnata non da altri uomini, ma da una verità che intreccia in sé ogni particella esistente dalla notte dei tempi, dall’origine degli universi. E noi facciamo parte di quella verità perciò risulta comunemente piacevole, nonostante le differenze culturali, morali e, quindi, anche temporali, sentire certo tipo di frasi e di parole. Ci si scorda quanto sia racchiuso di quella verità nelle parole, e quanto queste possano insegnarci; è evidente, infatti, che alcuni testi toccano l’animo d’ognuno indipendentemente dal suo credo. Ma non ci si lasci deviare dai testi, non si pensi che il Salvatore sia d’essenza divina, o come per esempio le dottrine di Cerinto, di Merinto, o gli stessi Ebioniti pensano, che il Salvatore sia un uomo adottato da Dio. Non ci si lasci deviare da Dio. Il Salvatore è l’uomo come sarà e, se si vuole, è un’anomalia evolutiva che mai ha parlato di Dio come, invece, gli uomini intendono, ma del regno dei cieli: una condizione dell’uomo, la condizione interiore ed esteriore dell’uomo nuovo. Non dalla mano del Salvatore l’Uomo sarà mondato dal suo essere frammentario, ma dall’idea che è esistito; ed essendo un’anomalia evolutiva, non all’uomo del nostro tempo è data la sua mano. L’anomalia del Salvatore consiste nell’essere stato un’anticipazione vivente ed isolata d’una prossima fase dell’uomo, e l’uomo di oggi non ha coscienza d’essere solo ancora un feto rispetto alla storia del luogo in cui vive. Oggidì, ovunque da noi, l’Uomo si pontifica come se fosse nella fase finale e migliore della sua evoluzione, e si è scordato di avere solo ottomila anni rispetto ai quattro miliardi e mezzo della Terra. E sono appena duecentomila anni che esiste la specie umana. Si crede davvero che dopo la nostra fase evolutiva non ve ne sarà un’altra? Nella prossima, come ci insegna l’evoluzione, saranno conservati dei tratti dell’uomo di oggi; nell’aspetto si evolverà forse non molto dal momento che soggiogherà, come oggi, l’ambiente esterno ai propri voleri, ma il suo cervello cambierà. E ciò che noi oggi chiamiamo amore, ciò che sentiamo, cosa e come sentiamo, quello che chiamiamo speranza, non esisterà nell’uomo di domani. Ma non vuol dire che non vi sarà Apocalisse. La Verità insita in tutto il creato possibile, ed a noi inimmaginabile, è in parte dentro di noi come lo è stata nell’uomo precedente a noi; e vi dirò di più: il cervello ci salverà, tutto è racchiuso in esso. Vi svelerò che come esistono le false gravidanze, così il cervello evoluto dell’uomo venturo, come era quello del Salvatore, sarà capace di controllare, con propria coscienza, il funzionamento d’ogni ghiandola, d’ogni innervazione autonomica del proprio corpo; e quest’uomo potrà davvero porre un consapevole termine alle malattie. Ma per giungere a sì grandezza si ha bisogno di coscienza: il cibo del cervello. Eppure il cibo può avvelenare o rinvigorire perciò le parole del Salvatore trovano la loro giusta posizione: “quel che passa attraverso la bocca, va verso lo stomaco e finisce in una fogna. Ma ciò che esce da una bocca procede dal cuore ed il cuore può creare cose malvagie.”. Le parole, caro mio, sono chicchi e la coscienza è un campo, se i chicchi sono infausti, dal campo cresceranno piante malate, e chi si nutrirà di quelle piante starà male. Ma se il chicco è buono, allora il raccolto sarà benefico. Ed è il cervello che raccoglie dalla sua coscienza il frutto di quei chicchi; ed i chicchi che limitano all’uomo di avere una coscienza benefica sono contenuti nelle mele dell’albero della sapienza. I chicchi ci salveranno e dalla coscienza un nuovo cervello germoglierà. E quando sarà germogliato ecco: questi saranno gli Eletti! E forse la citazione su un’ultima città, dove in essa non esisterà il buio, è l’astrale indicazione di quando accadrà che gli Eletti si mostreranno a noi, figli nostri: figli dell’Uomo, ma figli evoluti diversi dai loro padri; l’indicazione di un Universo denso di luce, più caldo di ora, e di una Terra percorsa da esseri umani consapevoli della verità che regola ogni immensità ed ogni esiguità, ogni infinito ed ogni finito. Noi possiamo sapere già cosa accadrà, l’abbiamo in noi; noi siamo – ognuno di noi – l’Universo, un potpourri del tutto, e dal tutto non possiamo staccarci; siamo parte della materia dell’infinito e, se ad un angolo di esso cambia qualcosa, noi cambiamo nell’essenza. Noi abbiamo intuizioni celestiali: la forma di dialogo della Verità con noi, dell’infinito con noi, se però l’Uomo, che come oggi si pontifica, continuerà a non prestare ascolto a queste intuizioni (che sono in ogni uomo siccome ogni uomo è parte della verità), se continua a viziarle con una sapienza dettata da interessi che non sono celestiali ed a soffocare, perciò, il campo della propria coscienza, rischierà di terminare la sua esistenza senza esser neppure maturato da feto in bambino. Sarà un aborto convinto d’esser già nato, e chissà se dopo la coincidenza d’essere stati creati si presenterà un altro tentativo. Aggiungo che non conosco il genere di Uomo che saremo, non potrei neppure concepirlo sicché nei sensi è diverso da me medesimo, come da voi, e non potrei neppure azzardarmi ad ipotizzare l’uomo evoluto così come verrà e come lo è stato il Salvatore… ma senza fatica posso ricreare non tanto lo scenario quanto, piuttosto, le forze implicate nell’Apocalisse e vi dico che sarà una questione essenzialmente umana. Il divino sarà invocato solo da coloro che Eletti non saranno, cioè da uomini col campo della coscienza seminato di erbe cattive, uomini probabilmente della nostra fase…» S’avvalse, poi, d’un preambolo verosimile orientato sul concreto potere della parola sul cervello umano per smascherare alcuni percorsi educativi tipici degli uomini, esponendo il suo pensiero con fare puntiglioso, a tratti simile alla cura riposta nei gesti della sua mano nel lisciarsi l’affascinante barba. «…che la parola ha il potere di modificare le strutture neurali della coscienza; e se – disse – un uomo, nell’arco della sua vita, vive in una cultura dove si professa una data disciplina morale, politica, economica, religiosa… non sarà differente da come lo si voleva educare, questo perché i neuroni, e le loro connessioni (dendriti, assoni…), della sua coscienza si sono strutturati in tal modo. Ma la spiegazione di ciò non consiste (o effettivamente consiste del tutto) nel significato delle parole, ma nella combinazione di vibrazioni atomiche che una o più parole in fila sono capaci di stimolare. Nel caso della loro pronuncia vocale le vibrazioni vengono recepite dalla membrana del timpano, e vengono poi convertite in impulsi elettrochimici, questa conversione è, difatti, la conseguenza delle informazioni trasportate dal nervo acustico-vestibolare (VIII) nella locazione encefalica di competenza. La stimolazione battente a produrre sempre una stessa sostanza elettrochimica in queste sedi, o di poco dissimile tra l’una e l’altra produzione, a lungo andare crea una cementificazione dell’elasticità fisica delle nostre cellule, perciò non accoglieranno più informazioni differenti o, se le accoglieranno, non avranno potere di offrire una corposa variante alla solita produzione… Il ragionamento non è difettato se lo si opina affermando che le immagini, quindi anche la parola scritta, non stimolano vibrazioni atomiche, perciò non dovrebbero avere alcun potere di corruzione eppure riescono comunque ad indottrinare l’uomo, forse ancora più a fondo della parola verbale. Il ragionamento non cade se si considerano altri tipi, non di vibrazioni, ma di produzioni elettrochimiche infatti l’occhio umano, per funzionare correttamente, si avvale dell’ausilio d’una trentina di aree, ognuna delle trenta preposta a cogliere un dato dettaglio dell’ambiente che si ha davanti. Il corretto funzionamento di tutte ci dà la vista che conosciamo. Se, poniamo, in un individuo una di queste aree non dovesse funzionare, lui vedrà diversamente da noi, magari gli potrebbe apparire un mondo a scatti, come se guardasse una riproduzione a dodici fotogrammi al secondo anziché ventiquattro. L’importante è conoscere il ruolo di ogni area e sapere il peso delle produzioni elettrochimiche nella sede encefalica alla quale è connessa…”. Concluse il ragionamento assai convinto che “l’educazione di un uomo è dovuta non ad una combinazione logica di principi, valori e quant’altro, ma ad un effetto di vibrazione uguale coscienza; perciò se un giorno dovesse esistere una macchina capace di emettere combinazioni vibratorie in grado di scatenare nell’uomo date reazioni elettrochimiche, non ci sarebbe più bisogno d’un percorso educativo così come noi ora lo intendiamo.”. Si stupì molto quando Vittorio, a monte di tale ragionamento, espresse le sue impressioni azzardando «Se quindi un uomo è il risultato delle vibrazioni che nel corso della sua vita ha recepito, ma anche di tutto quello che ha letto e visto, insomma un potpourri come voi dicevate, e se fisicamente non può cambiare coscienza a meno che non riceva combinazioni vibratorie nuove e per un medio-lungo periodo di tempo, allora significa che un genio ha ascoltato meno di altri ed è più naturalmente vicino ad esprimere quella Verità, quell’infinito che gli altri ancora percepiscono come “una cosa giusta” siccome ne sono parte nonostante l’avvolgano e, quasi, la tacciano con questa forma di educata coscienza.». Lo stesso Vittorio intervenne ancora, spesso con domande più simili ad una propria affermazione, del tipo: “cosa ne sarebbe dell’uomo attuale se dovesse avere piena coscienza di sé, quindi del Creato intero?... Non si slegherebbe dal rifugio, dai freni e, talvolta, dagli slanci della morale?... Cosa potrebbe proporre alla propria esistenza un uomo così consapevole?... Quale ostacolo e quindi quale senso verrebbe a mancare?... non potrebbe profilarsi, per l’esistenza umana, una condizione di condanna anziché di grazia in siffatto caso?... E, per caso, non è forse necessario all’uomo essere inconsapevole di se stesso per non ammalarsi di una esistenza peggiore di quella attuale?, voglio dire che la consapevolezza di cui voi avete parlato, non avrebbe forse lo scotto di una noia inumana e attentatrice verso la stessa esistenza?...”. Le questioni proseguirono anzi, si intercalarono a puntino tra i ragionamenti del signore, e questa lezione si svolse nell’ambito di un tono mantenuto, in qualsiasi caso, posato e scorrevole, si direbbe pacato. Però Vittorio si oppose non raramente alla dottrina dell’uomo con la barba, soprattutto con l’argomentazione teologica, e considerava apprensibile che Dio non fosse un elemento di causa o, perlomeno, un elemento rilevante delle dotte argomentazioni, soprattutto quando l’uomo estese la sua dottrina dell’educazione alla cosmologia, componendo una connessione tra ciò che noi, al di là di una cultura o di una morale, possiamo concepire come “cosa buona” o “cosa cattiva” e le leggi fisiche che regolano l’universo, quindi anche la nostra vita. Aggiunse e ribadì che il nostro sentire, per esempio “quello è buono”, fa parte di una verità fisica, e solo se dovessero cambiare le leggi che regolano i movimenti del cosmo intero noi smetteremmo di percepire la bontà o la cattiveria di qualcosa che abbiamo di fronte così come ora la intendiamo. Sostenne che dacché esistiamo siamo fisico, ed essendo fisico siamo verità e contrastiamo (ci scusiamo, ma si ripeté ancora) tale verità con combinazioni di vibrazioni e immagini che ci rendono smarriti quando dobbiamo affrontare una situazione, appunto, controversa. Vittorio insisté e domandò allora quali leggi possono regolare lo “stanzone” (lo chiamò proprio così) preposto a contenere l’universo, o gli universi, insistendo apposta per riuscire a parlare di Dio, per far “arrendere” quell’uomo, sperando che potesse ammettere che “qualcuno deve pur aver creato questo qualcosa!”. Ma l’uomo ribadì che a lui non era concesso Dio e si spiegò più chiaramente asserendo che i suoi lobi temporali non erano predisposti per ciò, identificando in tale locazione cerebrale la capacità di ognuno di essere più o meno religioso di ognaltro. Spiegò, inoltre, che diversi epilettici del lobo temporale potevano avere, durante gli attacchi, dei veri e propri contatti con Dio riconducendo, perciò, le varie crisi mistiche, se vogliamo, ad un effetto di scariche in una data regione del cervello. Risolse infine tali elucubrazioni con una battuta a denti stretti dicendo «qualcosa di vero c’è nel dire che “Dio è dentro di noi”!». Ma appena pronunciatala si accigliò, tanto che se prima aveva parlato con Vittorio senza però dar segno di una discussione accalorata bensì assorta, ispirata, quasi con un pizzico di spiritualità, ora dava l’idea d’un uomo in contemplazione di qualcosa d’assai più importante. La sua voce calò e così il suo capo, che per tutto il tempo non si era mai volto direttamente nei confronti del suo interlocutore, lo stesso valse per Vittorio: entrambi pareva avessero discusso come quando si sta discutendo di qualcosa che riguarda tutti, di qualcosa che se non è il nocciolo della vita gli è molto simile, e quando si discute in questi termini non si guardano gli occhi dell’interlocutore, ma si è impegnati forse a cercare gli occhi del nocciolo, ed il proprio abituale sguardo si assenta come per lasciar spazio a qualcos’altro, a qualcosa che, una volta esaurita la contemplazione, non si potrebbe neppure chiamare “sguardo”, ma, forse, inesprimibile presenza.
L’uomo prese a riflettere a voce alta, ma non abbastanza per far evitare a Vittorio di allungare il collo e sforzarsi di catturare quel che dalla bocca del signore sembrava essere un “flusso di coscienza verbale”. Comprese che l’argomento era Dio, ma non esultò di fronte alla scoperta. Volle non farsi sfuggire neppure una virgola di quei ragionamenti e non si sentì in colpa se, in qualche modo, stava trasgredendo l’intimità altrui. Gli sembrò, piuttosto, che l’uomo volesse che lui allungasse il collo, che lo attirasse ad udire le questioni di chi potesse vivere meglio tra chi in Dio crede e chi no, ma non “chi no” come atteggiamento circostanziato ad una occasione, no, piuttosto a chi ha un cervello fisicamente architettato di modo che Dio non possa violarlo; se davvero Dio dall’esterno va verso l’interno, o viceversa; e, soprattutto, se lo si può “imparare”, se nell’architettura non possa formarsi una breccia a seguito, magari, di un incidente, anche di un trauma o, persino, d’un proprio atto di volontà. Tutto ciò l’uomo voleva che Vittorio sentisse.
A questo punto crediamo che il lettore già da un bel pezzo si stia domandando come noi siamo riusciti a sapere dell’esistenza di questo dialogo, ma soprattutto come abbiamo fatto a riportarne i contenuti in modo così minuzioso. Il mistero è presto sciolto dal momento che abbiamo preso dei contatti con il gestore del locale il quale, quella sera, ascoltò per filo e per segno, oltre che con la massima discrezione, l’intera discussione. Ma come mai si interessò a tal punto da far patire al proprio cameriere un turno di lavoro tirato come mai ne aveva fatti?, per giunta proprio quella sera che il locale era talmente frequentato da visi mai visti che il solo andare verso la sala in cui erano esposti i quadri richiedeva, allo sfruttato cameriere, di dar fondo a tutte le sue doti di equilibrio per non far rovesciare il vassoio mai vuoto? Per risolvere il quesito, daremo prontamente chiosa al lettore su chi era effettivamente il quasi canuto interlocutore di Vittorio.


II

 In primo luogo possiamo arrischiare che il dato, dotto signor Pietro Vedenti (ecco rivelati nome e cognome) avesse “imparato” Vittorio già prima della, da noi qui riportata, discussione. Possedeva, infatti, non si sa come, se per esperienza o se per una congenita predisposizione, la facoltà di captare con un’occhiata chi – e se quel “chi” – si fosse affidato, se fosse in procinto, avesse rinunciato ad affidarsi a quel precetto cristiano che si enuncia con bisogna sforzarsi di passare per la porta stretta. La, in qualche maniera paragnostica, occhiata rivolta dal signor Pietro in più occasioni, esattamente da quando Vittorio venne per la prima volta in quel locale (più di due mesi or sono), era riuscita ogni volta a rivolgerla solo verso le ventitré, cioè quando Vittorio si levava dal locale ed il signor Pietro, invece, vi stava giungendo. E mentre Vittorio, uscendo, svoltava a destra, il signor Pietro, invece, arrivava da sinistra; per qualche strano caso, però, Vittorio non si accorse mai di un omone con la barba che, di lontano, sul marciapiede, avanzava verso l’ingresso del locale dal quale era appena uscito; sarà che magari dritto filato svoltava a destra tenendo il capo chino e questo fatto di tenere il capo chino mentre camminava, di non guardare nessuno in viso, d’evitare di, come lui stesso ebbe a sottolineare in futuro, “guastarsi i propositi giornalieri” spiegandosi “che se io avessi guardato in volto qualcuno, anche camminando, senza averci nulla a che fare e, se nel volto, avessi visto uno sguardo che non so o ancora non oso definire, tanto sarebbe servito per smontarmi ogni buona intenzione per la giornata. Uno sguardo che sicuramente, sarà forse per mio narcisismo, sarebbe a me risultato o un monito o la garanzia che stavo peccando verso qualcosa…”, ebbene questo suo camminare a testa bassa era un’abitudine acquisita negli ultimi anni; e a chi poteva magari scorgere un tizio deambulare a quel modo poteva venirgli su l’idea d’aver visto uno o che stava scappando da qualcosa, che qualcosa doveva aver combinato, ch’era un pavido misantropo, o che chissà cos’altro, ma che sicuramente dava l’idea di sentirsi in colpa e che qualcosa nascondeva sicuramente. Ad ogni modo Vittorio era stato al locale una decina di volte solamente sino ad oggi, ma tanto poche bastarono ber far scattare nel signor Pietro una sorta di analogia per quel ragazzo, ch’era ormai chiaro per il signor Pietro che quel giovane fosse, da chissà quanto, impegnato a calibrare o, meglio, a strutturarsi un nuovo animo con un preciso e meticoloso atto di volontà. Della ragione dell’atto, ovviamente, il signor Pietro non poteva saperne nulla, ma non per questo scelse d’instradare una discussione sì importante con Vittorio; e forse neppure Vittorio stesso sapeva più trovare un preciso movente ai suoi ultimi sette anni di rinnovamento interiore dove, se non proprio tutte le amicizie erano sfiorite, era piuttosto fiorito, da qualche parte nel luogo del suo punto di vista, un romito giardino in cui aveva scelto di accomodare l’animo intero. Non di second’ordine sono, però, da considerare alcuni tratti della vita di questo signor Pietro e desideriamo qui riportare ciò che ci ha maggiormente toccati. Innanzi tutto riteniamo corretto premettere che il detto signor Pietro si poneva, nell’ambiente sociale, soprattutto dalle nostre parti (nonostante fosse d’origine petroniana), come un individuo assai amato dall’ambiente popolare, ricordato soprattutto per la questione a lui legata quando aveva appena ventitré anni. Questo caso, per l’appunto, osserviamo che è assai chiarificatore della sua persona e della coscienza collettiva, che lo contraddistinse come, se non esattamente portavoce dei bisogni popolari, piuttosto individuo altamente consapevole delle proprie responsabilità nel collettivo, della posizione e dei poteri che ogni singolo ha e deve mantenere in ossequi all’ambiente sociale in cui vive. Tale consapevolezza lo portò, appena ventenne, a scontare una pena carceraria di non molti mesi e ci sarebbe anche stata, è vero, la possibilità per lui di non essere rinchiuso, ma non volle approfittarne. La questione si svolse in tal maniera; a ventuno anni creò un’opera di dubbio valore e due anni più tardi venne pubblicata da una piccola casa editrice localizzata proprio nella zona di cui lui era originario. Quest’opera giovanile la si può trovare ancor oggi in casa di qualche d’uno che ha pensato bene, già al tempo, di seguire quel ragazzo apparentemente livoroso, disordinato, con elevatissima stima di sé senza motivo e velleitario: tutto ciò che l’opera stessa lasciava presagire dell’incauto autore. Ma ancor prima di essere resa pubblica, l’autore stesso aveva compreso di quanta poca fatica vi era all’interno del suo lavoro, quanta poca arte, quanta supposta maestria, quanta volgarità, quanto vanaglorioso e confuso odio, quanto di tutto, insomma, che non gli andava bene e che, anzi, se gli fosse capitato in precedenza nelle mani un lavoro di quel genere, scritto da chissà chi, avrebbe pensato davvero di vivere in un mondo dove chi ricerca la perfezione, chi si innalza e sacrifica l’agio e la comodità d’essere un uomo comune per assurgere ad un punto di vista mai aggressivo, essenzialmente delicato però sempre incisivo, chi per questa rincorsa alla perfezione perde ed affronta ad ogni istante le persone che lo circondano, e le affronta provando di trasformare i suoi propri dolori in qualcosa che poi potrebbe essere ricordato, qualcosa che per l’esistenza di qualcuno, abitante di chissà quale ragione, sarebbe potuto essere di conforto e di sostegno, finanche di fondamento per un’esistenza pacifica e felice, avrebbe insomma pensato che chi si sacrifica e si innalza attraverso tali, tanti e ardui movimenti dell’anima, viene offeso da questi autorucoli, autori che vengono pubblicati così come era capitato a lui, autori rappresentanti di un certo tipo di esistenza che ormai non lo riguardava più. Ed era questo non riguardarlo più, questa folgorazione sulla via di Damasco che non poteva fargli soffrire la pubblicazione, eppure la questione era avviata e, anziché fermare il tutto rischiando di non avere più l’appoggio di quella casa editrice e di non riuscire a trovarne un’altra per i futuri lavori, preferì lasciare che il suo libro uscisse. Così, quando il libro fu reso disponibile, il cuore s’infittì di tormenti ed egli trovò a questo punto giusto denunciarsi come incosciente, e trovò ancora più giusto, nei confronti di coloro che tanto si impegnavano per essere pubblicati, ma ancor di più verso l’idea d’un mondo corretto e che lui aveva tradito con l’opera prima, scontare la pena di non sappiamo quanti mesi a seguito di diverse querele, mosse appunto dalla sua propria denuncia pubblica ai danni di sé stesso. Avrebbe, è vero, potuto pagare con denaro l’ammontare dei risarcimenti richiesti dacché proveniva da famiglia assai agiata, ma pensò che tale atteggiamento non l’avrebbe redento dalla colpa che sentiva in cuore, perciò scelse i diversi mesi di reclusione, ben conscio che la sua momentanea privazione di libertà era quasi nulla rispetto a quella che aveva fatto provare ad alcuni lettori e a chi l’arte la intendeva davvero come la rappresentazione del bello lasciando, per questo, dietro “il proprio sé”. Tale consapevolezza gli fece intraprendere una via per redimersi, una via che l’avrebbe un giorno innalzato, alla critica ed a quei lettori artisti verso cui si sentiva in colpa, come esempio umano e vivente di delicatezza, di fatica, di maestria; ogni suo lavoro successivo a quella dannata opera prima divenne quasi un capolavoro, uno dopo l’altro creò e mostrò agli esseri umani i frutti della via da lui intrapresa. Ma non quei frutti, gli elogi, il perdono di tutti bastarono a far desistere la colpa che nel cuore suo pareva aver trovato nido; ancora non era stato perfetto, ancora non aveva celebrato con un’opera terrena l’essenza della sua idea di bellezza. Tra l’altro servirono appena quattro anni dalla messa pubblica perché l’opera prima del signor Pietro riuscisse considerata come “un piccolo passo falso che ci sta”, e ci stupiamo oltremodo di come il percorso d’una sentita colpa tra i rovi d’un’anima sola culmini, a volte, nello splendido motto di render fessi i passi passati. Speriamo di far cosa gradita al lettore riportando la prima lettera del romanzo epistolare che valse al signor Pietro, appena ventisettenne, il succitato perdono pubblico.

Cara Caterina,
come verrà questa letterina non so dirlo, e so dire ancora meno se ve ne saranno altre, che poi dire che non ve ne saranno pare, ormai, un’eresia. Ormai? Dirlo sembra vi sia la consapevolezza d’essere ad un certo punto di… ditelo voi; però è una liberazione poter trattare di certe questioni così come si può trattare delle nuvole, che non si stancano di passare e, a volte, arredare a loro modo gli umori delle persone sulle quali si affacciano… sulle persone fatte a proprio modo, (non sempre).
Come ora mi senta è un mistero: un benefico mistero, che non vorrei indovinare per timore che, offeso, possa non mostrarsi più nel mio cuore. Come mi sento resta un mistero, illuminante per giunta: come se nel mistero abbia colto al contempo l’essenza e la forma dei sentimenti; come se la forma dei sentimenti somigli a quelle nuvole; come se… Credo d’essere troppo astratto, mi spiego meglio.
Quella donna di cui vi ho accennato (è lei la persona a cui devo il mio mistero) l’ho incontrata così come si può incontrare una coincidenza… e sapeste da quando, da quanti anni avrei voluto… ma non importa. Ciò che mi preme scrivere è come sia bastato averla accanto una sera, durante una cena, per dischiudermi il luogo dell’amore. Certo lo sapete: l’amore sussurra in talmente tanti modi che si rischia di non afferrare da che parte sta tentando di farsi ascoltare; altre volte grida talmente, che pare d’udire la sua voce provenire da ogni dove. Ma spesso siamo noi a confonderlo, a vestirlo d’un sussurro quando vorrebbe essere un nudo grido, e a farlo gridare quando, invece, sta sussurrando, magari da un’altra parte, forse ad un altro cuore.
E come, in quali sogni labirintici sa farci smarrire, sa farci agitare donandoci poi sorprendentemente un’uscita; e come spesso quell’uscita regalata è l’ingresso d’un altro labirinto!: ammaliante o opprimente; minaccioso comunque di divenire o una gabbia o un’utile esperienza. In più basta appena una svolta distratta, che tornare indietro significa incastrarsi ancor più in quel sogno… in questo amore.
L’amore… ma non è forse l’argomento sul quale noi tutti vorremmo od avremmo voluto, almeno una volta ed in certi casi, svelato il libero arbitrio? E non è forse l’argomento di questo mio cercare, cercare di capire, capire come l’uomo decide per vie che spesso mi paiono vane? No… non domandatemi se sono innamorato, e se lo sono non è forse come voi lo intendete… ma accorgetevi di me: ora, ora che certe parole fioriscono spontanee come è spontaneo ammalarsi, e scegliete voi se credere al mio amore oppure se considerarlo un castigo… (per chi non lo so). So giusto dirvi che il mio amare, secondo quel che mi è concesso afferrare, ha il gusto della letteratura, dell’amaro dietro l’angolo, del teatro a luci basse, della finzione comunque e sempre, della creazione e dell’invenzione ad ogni sospiro fatto per cambiarsi di fiato, e riprendere il palco. Dir “lei”, render solista il suo sonante nome, che è sinfonia solo se resta in me, pronunciarla… no! Al solo pensarlo la sinfonia s’impoverisce d’un flauto, ed al dire “amo” la sinfonia ammutolisce. No! La parola “amo”, se non resta segreta, si trasforma: diviene una veste per innamorati, ed io voglio star nudo col mio amore, col mio amo, col mio grido, e camminare più esposto, ma con un segreto! Persino sussurrarla dovrebbe essere vietato: solo l’amore può sussurrare le sue ragioni!: a noi, che siamo solamente toccati dall’amore, non possiamo dargli una ragione con un sussurro; non bisognerebbe, solo perché si è toccati, creder d’essere diventati Amore e stupirsi amaramente se, quando tocchiamo qualcuno, questi non s’innamora. Noi non siamo amore, noi non possiamo dire amo! Siamo innamorati; solo l’amore può dire amore con le sue grida ed i suoi sussurri: in bocca nostra sarebbe un furto e, offeso, potrebbe andarsene per non tornare, per non toccarci più. Però abbiamo un conforto a questo non poter dire: non s’offenderà se lo scriveremo… Che l’amore sia un letterato?, un teatrante?, una finzione?, “lei”?

Dunque, risolta la presentazione, magari anche un po’ sbrigativa, del signor Pietro al gentile lettore, potremmo tornare al locale, al tavolo, alla coda della discussione che si assestò su toni diversi rispetto a quelli del principio. Il dotto stava ormai parlando di Goethe. Spiegò a Vittorio, con minuziosissima dovizia di significati intellettuali I dolori del giovane Werter e si soffermò, cupamente, sull’effetto che quel libro fu in grado di provocare nella società tedesca al tempo in cui venne pubblicato. Vittorio imparò che vi fu un considerevole aumento di atti suicidi; il signor Pietro era convinto che si trattasse d’un dato statistico viziato e che, piuttosto, chi condusse tali rilevamenti s’era talmente impegolato sulla faccenda dello scandalo letterario da attribuire quella macabra responsabilità al giovane autore. Proseguì ed approfondì seguendo, per Vittorio, vie culturali non del tutto ignote, spiegando che lo stesso Thomas Mann saggiò il testo sopraindicato, aggiungendo che proprio quest’ultimo aveva impiegato dodici anni per un romanzo, specificando che si trattava de La montagna incantata, aprendo inoltre una parentesi per considerare, non senza un espressivo sorriso, che Hugo ne impiegò sedici per il suo I Miserabili. Continuò, poi, ad argomentare di Mann non evitando, inevitabilmente, di citarne i figli e le figlie, solamente dopo, però, aver compendiato sinteticamente, ma in maniera precisissima a Vittorio, quasi ogni regalo dell’attività letteraria dell’autore tedesco, spaziando da i Buddembrook sino alle novelle meno conosciute scritte in un periodo di tempo tra gli anni venti sino ai primi anni cinquanta. Soffermandosi poi sulle prodezze amorose delle figlie – e non sempre esclusivamente amorose – riuscì a dar corpo a due rapporti brevi sulla poesia inglese e la letteratura italiana, prendendo ovviamente spunto dai matrimoni di queste benedette figliole, delle quali una andò in moglie ad Auden per una faccenda di passaporti… Quando terminò di elencare autori di spicco dell’inizio novecento inglese, passò appunto a quelli italiani e, fedele ad una ben determinata etica del discorso, si propose di chiudere il compendio (a detta sua: fugace ed incompleto) con il collegamento tra una poesia di Umberto Saba ed una nota canzone d’un cantautore oggi scomparso. Insistendo ancora su tale cantautore affermò che la frase: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, fu probabilmente ispirata da un testo di André Gide intitolato I sotterranei del Vaticano, dove l’autore, in una digressione personale compresa nel libro quarto, capitolo terzo, giunge a considerare che anche dal letame può nascere un fiorellino azzurro, dopo aver raccontato l’incontro del protagonista con una prostituta di nome Carola nella stanza di uno stabile romano.
La coda della discussione non fu farcita soltanto di, forse spiazzanti, esegesi letterarie, ma frequentemente i due colloquianti tornarono a trattare la questione uomo così come s’era avviata, più frequentemente il signor Pietro di Vittorio interrompeva per rettificare alcuni pensieri riferiti poco prima ed a volte per esprimersi in qualche battuta come: “non so quale paradossale sberleffo potrebbe prospettarsi se quell’uomo a immagine e somiglianza di Dio dovesse essere l’uomo di una fase successiva alla nostra…”, o altre colte spiritosaggini alle quali Vittorio partecipava o con una risata o con un sorriso; quando invece non era d’accordo su qualcosina che però pensava fosse di poco conto, prendeva il bicchiere tirando un sorso al succo, tornando, dopo l’operazione, a scambiare i suoi pareri ed a ridere o a sorridere. In conclusione (data conclusione che si può onestamente scambiare col principio d’un rapporto rilevante) in Vittorio si formò una certa analogia per quel signore così serio ed un po’ insegnante. L’analogia corrisposta, ma non dovuta evidentemente allo stesso motivo, diede luogo ad uno scatto nell’animo di Vittorio e ad una svolta nella sua vita, la quale gli parve, ora, pronta ad un sentiero intuito da sempre e da troppo mai intrapreso.


III

 Ma se tra Vittorio ed il dato, detto, dotto signor Pietro si strinse istantaneamente una importante e feconda simpatia, non egualmente accadde, almeno non da subito, tra lo stesso Vittorio e la figlia dell’erudito signore. Già di prim’aspetto questa ragazza ricordava una sorta di ibrido animale, quasi un incrocio tra un grazioso scoiattolino ingenuo ed un altrettanto grazioso e ingenuo lemure, seppur più avanti Vittorio avrebbe scoperto che del lemure animale in questa ragazza c’era ben poco e troppo, invece, del lemure inteso nell’antica Roma quale spettro di defunti teso a molestare i vivi. Certo scimmiette e scoiattolini possiedono indubbie doti d’agilità e, sì, anche di scaltrezza, e se si distinguono per la loro frenesia nel consumare piccoli frutti, non di meno appaiono forniti d’una rustica bellezza, simile alla fattura dei maglioni con i quali la ragazza ingannava gli occhi che le si posavano addosso; più che magnetizzati da una bellezza palese e folgorante, dall’incanto di risolvere un enigma, l’enigma della sua figura, difatti non uno di quegli occhi sarebbe riuscito a dir bella di lei, ma l’avrebbe forse definita d’una bellezza incerta o bella a tratti. L’aspetto più dubbio di tale Dalila consisteva forse nell’essere, così com’era, sempre ad un poco dal doversi presentare come andava fatto, sempre ad un poco dall’essere finalmente definita bella a tutti gli effetti. E non solamente l’abbinamento degli indumenti che sceglieva per coprirsi richiamavano, in chi la guardava, quel non so che di mancante in lei, ma persino nel carattere del viso v’era traccia d’una indeterminabile mancanza. Si vestiva con scialli, gonne lunghe, lane d’ogni tipo prediligendo, però, maglioni a maglia grossa; tutti questi capi sarebbero andati bene l’uno con l’altro se non fosse che c’era sempre, ogni volta, qualcosa di sbagliato, di fuori posto… magari una volta erano delle scarpette cerate, un’altra un cappellino che niente si accostava al resto. Dir di lei qualcosa a proposito d’una buona convivenza sarebbe stato proibito a molti; come i vestiti, il carattere suo proibiva tale sbilanciamento. Parlavano del carattere gli occhiali fini sopportati da un nasetto ammaliante quanto le labbra, le gote bianchissime ed il mento non erano da meno, ma le sopracciglia non curate e i capelli nerissimi e stopposi impressionavano tanto da credere, trovandosi al suo cospetto, che si fosse in compagnia d’una fanciulla a metà tra un sinistro pupattolo ed una madonnina. In più non si lasciava né venerare né spaventare da chi si intimoriva, in tal senso, di lei, e seguitava a mostrare un modo tutto suo di parlare. Certo poteva permettersi di non adattarsi ad un linguaggio comune dato ch’era l’unica progenie d’un uomo che viveva quasi esclusivamente nell’ambito di un ambiente costellato d’arte e studi; e dato, soprattutto, che mai aveva vissuto una vita sociale eterogenea con chi dell’arte, o dello studio, non aveva nulla a che fare, in questa Dalila si preservava la speciale capacità linguistica e comunicativa. Non v’è forse bellezza in ciò? Comunque, per quanto Vittorio, negli incontri a venire con il signor Pietro, si sforzasse almeno di considerarla il meno possibile, questa ragazza non mancava di venir da lui ogni qual volta lo scopriva solo. Quando lo incastrava riusciva, non si sa come, ad imporsi in discussioni anche bislacche dove lei sola pareva divertirsi, e quanto lui più voleva sfuggire, magari evitando di rispondere ad una domanda, tanto più lei non si offendeva e si caricava, proponendo altre domande o affermazioni sino a quando lui non cedeva. Col tempo egli quasi concluse che le rotelle di quella ragazza non girassero a dovere, ma se così fosse stato allora come poteva, ella stessa, dar vita a dipinti talmente densi di raffinatezze tecniche e culturali e tanto intensi da provocare un capogiro all’anima di chi, per la prima volta, veniva a sapere che la firma era d’una giovane donna appena sedicenne? Non pazzia, secondo Vittorio, quella che si mostrava sulle tele, piuttosto lo sfogo di una profondissima disciplina interiore. Ma quando lei lo importunava non erano i dipinti a rendergli ghiaccio ogni secondo; magari fossero stati quei capolavori! In loro compagnia il tempo sarebbe divenuto aere; come l’aere si sarebbe involato e, dallo stesso, invisibile sortilegio Vittorio avrebbe tratto un po’ di vita. Invece lei il tempo glielo rendeva un becero e ignobile ostacolo alla tranquillità, che fu lesa in diverse occasioni, suo malgrado, ma qualche volta, è vero, aveva fatto sì che egli stesso avesse contribuito a siffatta lesione. Un accadimento gli si conficcò, infatti, nell’animo, tanto da portargli in stallo alcune certezze legate alla nuova amicizia con il signor Pietro ed alla propria, ristabilita serenità. D’accordo con la moglie, il vecchio poeta invitò un giorno il nostro amico a casa propria per discutere d’una questione assai pratica e non priva di interesse per entrambi alla quale, ultimamente, stavano affidando diverse ore del loro tempo. Vittorio giunse per la prima volta ai piedi dell’edificio di cui molto aveva sentito chiacchierare, e quanto si stupì nel constatare la vacuità delle dicerie recepite di qua e di là! Il palazzo del suo anziano compare era molto di più, molto più importante e magnifico di come si raccontava, una reggia addirittura! Innanzitutto solo una minuscola porzione veniva utilizzata come abitazione, e questo per decisione dell’illustre letterato nella quale alloggiava, il resto si divideva tra un’enorme sala adibita a biblioteca, più e più stanze impiegate per mostre e lezioni di scultura, pittura, musica e altre arti, del tutto spesate dal signor Pietro, tre grandi camerate fungenti da dormitorio per chi d’un tetto non era fornito e per artisti che, da ogni dove, in certi casi con enormi sacrifici, sino alla reggia giungevano per trovar conforto nel confondersi con altri artisti, un salone prestato al teatro, nel quale erano intervenute modifiche impressionanti alla struttura perché neppure un gesto o una sillaba pronunziata dal palco andasse perduta, e più e più salottini, con gusto ottocentesco arredati, nei quali, spesso la sera, teatranti, scrittori, poeti, musicisti, pittori si trovavano a discutere d’arte o, più semplicemente, a scherzare, non di rado anche ad innamorarsi di belle fanciulle mai assenti, ma questo accadeva per lo più nei mesi caldi, quando ai salottini si preferivano le panchine e le verande, disposte tra gelsi e salici del vastissimo parco che della reggia ne faceva corona e lustro. Checché se ne possa immaginare, le spese del signor Pietro, che di tutto si occupava, non raggiungevano cifre esorbitanti o, meglio, le avrebbero raggiunte se tutti quegli artisti, tutta la generosità delle persone che di quel luogo non poteva privarsi, fosse svanita di colpo. Ogni mese, infatti, pervenivano alla reggia, quasi da ogni luogo del mondo, ringraziamenti sotto forma di vaglia, assegni, ecc., e mai era stata avanzata richiesta, in tal senso, dal proprietario dell’imponente e sognante dimora: una spontanea forma di solidarietà, seppur non ce ne sarebbe stato bisogno dal momento che il signor Pietro avrebbe tranquillamente potuto provvedere economicamente a tutto. Con questa soluzione, invece, per il mantenimento del sogno sborsava solo una minuscola parte dei guadagni ottenuti dalle proprie opere letterarie, il resto veniva un po’ stipato in una cassa speciale (casomai la benvenuta generosità si fosse esaurita), e un po’ per altre faccende, una delle quali svolgeremo fra poco. Della minuscola ala abitativa testé abbozzata si può, nondimeno, osservare quanta idilliaca ricchezza vi fosse contenuta, partendo già dal salone, non con angoli poi così sconfinati, in cui Vittorio venne fatto accomodare, stupefatto in cuore e negli occhi dal motivo d’intimità che sembrava sottendersi dall’intorno caldo-fresco di legno scuro e solide pietre della muratura che, tra un pregiato canapè, un trumeau laggiù in fondo, più d’un paio di chiffonière (su una delle quali era arrotolato un micetto tutto bianco), la lunga e massiccia fratina e la non molto in vista, quasi timida scalinata (di legno anch’essa) che portava ad una sorta di matroneo, lungo la parete del quale si potevano scorgere varie porte, accennavano a quanto potesse essere antico l’intero palazzo. Se è sfuggito, indichiamo quanto ancora vi fosse in quel solo salone, che confinava con un’altra sala collegata, a sua volta, con una cucina incredibile per grandezza e modernità. Su due delle quattro pareti correvano file e file di volumi dalla spalla in vista sui loro scaffali e, proprio dalla spalla, con facilità si sarebbe dedotto che si trattasse di volumi importanti, anche rari, persino da collezione e, forse, con lo stesso riguardo che si sprigionava da ogni cosa dell’intorno a favore della stessa, propria potente malia, ci si sarebbe potuti avvicinare agli scaffali per scoprire di quanta poca abitudine al ricco e prezioso fosse fornito il proprio occhio, riconoscendo, solo da vicino, d’aver sbagliato in misura gemella al prestar orecchio a chiacchiere volanti. E non l’errore, però, fece barcollare Vittorio, che già dall’esterno della villa l’aveva imparata la lezione, ed ora veniva egli stesso avvicinato da uno di quei volumi, in braccio al signor Pietro che lo invitava ad accomodarsi ad una delle più di dieci sedie sistemate lungo la fratina. Lì, dunque, come due macchioline sull’enorme piano, discussero tutto il santo dì, sino a fondo pomeriggio, della loro questione su un certo progettino letterario. Il signor Pietro già possedeva una casa editrice, ma non con questa era riuscito a concretizzare una misteriosa pulsione che, da anni, dall’età – si pensi un po’ – della più gaia giovinezza, gli muoveva nell’animo affascinanti visioni, e chissà poi per quale motivo s’era deciso a mostrare i lineamenti delle proprie visioni a Vittorio. S’intuisce, forse, da come s’è già sbrigato in precedenza, che in Vittorio riconobbe qualcosuccia non di poco conto, ma ancor più presentì l’anima d’una non afferrabilissima potenzialità nel giovane, potenzialità magari giovevole ai propri movimenti che, nel tardissimo pomeriggio, vennero finalmente tratteggiati nel complesso e impressi su carta, donando serietà e consistenza al proposito d’affiancare, alla propria attività di editore, una casa alternativa, adibita alla pubblicazione di ben precise opere, e predisporre poi Vittorio come direttore dell’impresa. Dal tavolo di lavoro si levarono infine, disturbati soprattutto dalla moglie che, già da una mezz’oretta, inquieta sostava tra il salone e la sala da pranzo, riordinando e spostando un po’ qui, sistemando e apparecchiando di là, ricordando ogni cinque minuti che tra cinque minuti si mangia. Cotti e soddisfatti, i due “ingegneri” mollarono le scartoffie, prendendo la via dell’altra sala, seppur di là la moglie era nuovamente sparita andata, forse, a riordinar qualcos’altro. Un po’ perché voleva sgranchirsi le gambe, un po’ per educazione, Vittorio domandò al signor Pietro i servizi per sciacquarsi un attimino e gli fu indicato su per le scale, la porta in fondo e, se avesse visto la donna, dirle di scendere giù che loro erano pronti già da mo’. Con facilità, quasi di casa, Vittorio trovò subito dove lavarsi non mancando di sorprendersi nuovamente di come da lassù dov’era, lungo quella sorta di matroneo, guardando in giù, il salone, dove aveva lavorato sino a poco prima, allungasse con egual potenza l’incanto ottocentesco di cui era impregnato. Richiudendosi poi la porta alle spalle per ridiscendere, notò che la porta della stanza che faceva angolo con quella dalla quale era appena uscito non sembrava essere stata chiusa bene. Quasi che afferrò la maniglia per richiuderla e vide Dalila all’interno, ma questa non parve accorgersi di lui che, anziché tornar immediatamente di sotto, si fissò, quasi una forza gl’imponesse di star lì, ritto e curioso. I capelli della ragazza non si presentavano più stopposi, si accorse, solo dopo qualche attimo, ch’erano bagnati e che lei non era abbigliata come al solito e che, anzi, una sottoveste solamente la copriva. Al di là del letto la copriva, accarezzandole curve che lui credeva non esistessero. La pelle bianchissima del collo e delle spalle ravvivano il raso celeste della vestaglia, che ora sembrava la sorgente di un corpo puro; dalla sorgente sfuggiva e giocava una pelle immacolata, sulla quale il peccato, se mai fosse penetrato attraverso la pausa d’un taglio circondato dal candore, sarebbe stato assorbito e convertito in estatica espressione d’essere. Il celeste ondeggiava sui seni ribelli, finalmente, del castigo sofferto per causa dei troppi, spessi maglioni, ed ora si rivelavano splendidi, audaci persino nella loro danza velata dal cielo di seta della vestaglia, che scivolò inattesa, mostrandoli, liberandoli, infuocando l’occhio nascosto di chi in segreto si allietava e rivoluzionava l’anima. La rubata nudità del corpo, prima non considerato, ora si rivelava fulgida di delizia e provocazione, tanto che le ombre delle curve sulle curve insperate nascevano, nell’anima nascosta, dubbi e tormenti. Quale forza si offre ad un’anima dalla veste d’un’altra anima!, e quanto poco basta perché questa forza muti in angosciante fardello! L’angoscia e la forza potranno mai rivelarsi nell’attimo d’una espressione? Forse l’espressione sa essere anche più indicibile d’una bellezza rapita, e quella sul viso di Vittorio, inosservata ma non indebolita dalla fessura d’una porta, anzi esaltata dal labile, casuale e aperto nascondiglio, ospitò forse l’essenza dell’anima sua. Attirò forse diverse altre espressioni intrecciate in una, sfaccettate di stupore per la scoperta, timore d’esser notato, voglia d’esser atteso da colei padrona e figlia del fiore tra i fianchi, meraviglia del notare, solo ora, come per tutto il giorno non l’avesse scorta gironzolare per casa pur sapendo che lì si trovava. Una sola espressione, però, si può dir chiara tra tutte: violenta gli attraversò il volto come una saetta quando la fessura, d’improvviso, gli si serrò sul grugno con un colpo secco. Rapidissimo scese le scale, giunse al posto e si sedette, col signor Pietro di là in cucina, che tornò appena un attimo dopo, borbottando e sbriciolando qua e là un grissino, brontolando sul ritardo delle signore di casa. Un tuffo al cuore, un tracollo invase Vittorio nel vedere, di lì a due minuti, Dalila e la madre entrare nella sala da pranzo; ed ancor più incerto ed esausto si sentì quando la più giovane, nel sederglisi accanto, prese a martoriarlo come al solito, a rimbeccarlo, a disordinargli tovagliolo e posate tanto per vedere che faccia avrebbe fatto, nel mentre che la madre gli prendeva veloce il piatto, lo riempiva in un attimo e, ancor più veloce, glielo piantava davanti, subito voltata verso un altro piatto, senza lasciargli il tempo di ringraziarla. Poi, sempre la madre, spariva in cucina, tornava con un’altra portata, ripeteva gli stessi gesti nervosi e non una volta, che fosse una, mostrò gli occhi a Vittorio. Tutta la cena in questo modo. Anche quand’era seduta conversava rapida con lui, rapida rideva, rapidissima s’azzittiva e ancor più rapida si rialzava per tornar di là, in cucina. E non meno rapidamente lo salutò quando la serata fu conclusa.


Qualche anno più tardi…

«Vittorino caruccio! Che tempo va?»
«Dalila… va?»
«Sì sì! Va! Va soleggiando? Va piovendo?... come va?»
«Bene, va molto bene.»
«Il tempo! Il tempo!»
«Avanti.»
«Uff… in terra come sta?»
«Cosa?»
«Sta umido?, secco?... come sta?»
«Steso. Seccato.»
«Con te non si può mai favellare Vittoruccio mio piccino trillino…»
«Dai… non adesso. Guarda queste scartoffie… sono da sistemare, ordinare, catalogare. Anche i tuoi quadri…»
«Cos’hanno i miei quadri? Il morbillo? Eh? Te ne faccio uno col morbillo, se vuoi! Tutto per te! Malato come i quadri che si vendono oggi! E si vendono tanto tantissimo! Piazzano il morbillo sulla tela e puff! È piazzata subitissimo! Anche il pittore col morbillo interiore. Un Caravaggio invece… ah sì lui sapeva dipingere! Anche con il morbillo lui guariva gli altri dipingendo!...»
«Su Dalila. Intendo… quali sono? Ah: Uno spaurito Nekrassov , quello con un negro che entra dalla finestra mentre una sgualdrina è avvolta in una bandiera rossa che gocciola il suo colore, e… Un pianto spostato. Dobbiamo decidere a quali opere associarli…»
«Così fondiamo un partito culturale! Li conosco i miei quadri! Oskar Matzerath (o Bronski?) del pianto lo potremmo associare a… a chi? Un trattato culinario, cipolle di qua, macerie di là, la banca dei sentimenti… eh? No? Sì? No. Sai quando va nel locale dove sbucciano cipolle e tristezza. La gente ha bisogno delle cipolle per piangere sinceramente!»
« Sarà…»
«È! Non sarà! Anche Lo spaurito Nekrassov è, o almeno è stato: è stato uno Stato che non s’è fatto, un tormento registrato… Ma tu mica me l’hai detto quando te l’ho mostrato… ti è piaciuto? Un bello sposalizio tra la sgualdrina e il politico. Mi è venuto bene, benissimo… ero anche raffreddata! Il matrimonio su tela tra razzismo e comunismo, tra teatro e teatro…»
«Sì sì… ne dici troppe, come sempre.»
«Ma è quel che sento!»
«Allora dovresti sentire meno se vuoi che qualcuno ti ascolti...»
«Come certi politici?»
«Mmmm…»
«Già, certi è impreciso! Già, certi è un po’ vago! Ma io vivo di vita!, di poesia! Se fossi come quei “certi” mi sentirei inutile a me stessa! Loro non sentono neanche tanto!... non sentono, ma parlano anche di cose che poco san fare e che quasi niente capiscono! Ehi… non ho parole da competizione e non mi fido: no no no! Non mi fido di chi si allena per compiacere! Quell’allenamento lì deforma l’anima; la arciallenano talmente che prima o poi esploderà stanca!»
«D’accordo…»
«E cribbio Vittoriello! Non mi fido nemmeno di chi allena le proprie parole di protesta per renderle invincibili! Quelle parole diventano orgogliose, vivranno e combatteranno l’una contro l’altra nelle bocche di chi vuole protestare! Ah sì sì!... fanno impazzire le lingue! No no! Queste parole, gli arciallenamenti, sono per chi non sente e parla a tanti capendo meno! Non voglio esplodere né impazzire! Voglio me! E se do me, solo me all’intorno, chiunque saprà chi avrà davanti, che gli ballonzola senza quelle parole là, e chiunque mi riconoscerà e si saprà comportare!»
«Sì… ti ho proprio detto una cosa terribile. Non ho detto nulla, ma era terribile… “sentire meno”… proprio terribile.»
«Sì.»
«Comunque siamo seri, Dalila. Se di politici vuoi parlare ti dico che credo che un politico debba asservire ai bisogni dei cittadini della sua società. Dovrebbe garantire loro una esistenza agiata, siano essi lavoratori o fannulloni, siano essi con o senza spirito. Un politico mai e poi mai dovrebbe procurare disagio ai suoi cittadini, né con parole, né con gesti, né con azioni. Il politico dovrebbe assicurare ai suoi cittadini una società dove essi possano essere sé stessi e dove essere sé stessi non è mai un problema, ma la soluzione migliore al proprio disagio, sia esso sociale che economico. Una società che per poter stare in piedi chiede ai propri cittadini di adattarsi è una società destinata allo scontento, alla cattiveria ed al fallimento. Una grande civiltà, che sia duratura, si può basare solo sulla contentezza di chi la compone e la contentezza collettiva la si può raggiungere solo se ognuno può vivere, in ogni aspetto della sua esistenza, grazie a quel che è. Le persone non nascono cattive, ma diverse sono malate e la loro malattia sarà mondata dalla mano della scienza. La loro malattia è qualcosa di profondo, che non si può vedere: è il peccato e la scienza potrà guarire dal peccato permettendo a queste persone d’essere finalmente libere da ciò che le colse alla nascita. Così è, come la depressione è una malattia che, grazie a Dio, oggi può essere curata liberando chi ne soffre, permettendogli d’essere sé stesso; così lo sono l’invidia, l’avarizia… queste sono tutte malattie che impediscono, chi ne soffre, di poter utilizzare al meglio le qualità che ha dalla nascita. Queste malattie sono i cosiddetti peccati, ma dal peccato si può guarire; ed un tempo, quando c’era fede, c’era chi si liberava da esso, così come ancora oggi, ma in modo credo più raro, c’è chi guarisce da un tumore senza spiegazione. La fede d’un tempo pare scomparsa, il credo che si instaurava nella mente di una persona era capace di attivare il cervello in modo che potesse guarire la persona stessa dal male che la limitava. La società di oggi ci ha privati d’un credo che possa compiere ciò, le continue e molteplici notizie, che ogni giorno ci giungono dal globo, ci hanno resi quasi impermeabili ad una fede che non ci faccia sentire smarriti. Questo circostante ci ha resi indifferenti ad una fede dove si possa ritrovare l’individuo. Solo il peccato (la malattia) è un freno per sé stessi, solo il peccato sostituisce all’individuo un essere privo di una propria direzione che possa essere benefica per chi lo circonda; solo questo peccato fa, di una società, una società cattiva. Eppure, questa stessa società sta cullando una serpe in seno, una serpe che la morderà e la farà estinguere dando vita ad una nuova civiltà. Una serpe paradossale, una serpe che purificherà gli individui, che li renderà sé stessi, liberi dai freni che purtroppo non hanno chiesto di tirare, ma che son loro capitati: alcuni alla nascita, alcuni più avanti nella loro vita. Per quanto non possa oggi agitarsi come vorrebbe, per quanto l’etica e, soprattutto, le direttive di quella cosa mostruosa chiamata mercato le impediscano di muoversi libera, la serpe esiste ed ha un nome: questa è la scienza medica, nello specifico sono le neuroscienze. Quando sapremo davvero come funziona la nostra mente si affaccerà sulla Terra un uomo nuovo, un uomo che costruirà una civiltà finalmente grande e duratura, un uomo che avrà finalmente coscienza di sé stesso nel mondo e nell’universo, un uomo che non dovrà più centralizzare tutto, ma che grazie alla sua coscienza potrà muoversi libero senza mai sentirsi fuori posto. Io vedo un uomo figlio dell’uomo, impregnato d’immortalità, capace di volare, mutare d’aspetto e spostarsi ovunque nell’infinito. Vedo un uomo che dell’infinito concepirà ogni movimento, che dell’infinito avrà maestria, che d’infinito sarà composto. Un uomo eletto che risorgerà gli eletti del passato, che vincerà lo scontro più alto: inizio della sua prima e più importante storia. Un uomo luminoso di conoscenza e amore, d’intelligenza e libertà, felice in ogni suo aspetto, che non parlerà più di vita ma di esistenza. Un uomo a somiglianza del suo profeta condannato dai non eletti. Io vedo l’uomo figlio dell’uomo, che verrà e splenderà dopo l’Apocalisse. Ma la via è ancora incerta, cara Dalila, e travagliata, dovranno passare lustri e lustri… Così intuivo già da un po’ prima che tuo padre desse una voce alle mie intuizioni, e quel che ora ti ho detto è ciò che tuo padre mi ha insegnato a riferire…»
«Uomo! Uomo! Uomo! Parli sempre dell’uomo, ma noi siamo qui e c’è da fare: lì e là. Allora? Che si fa? I quadri, la casa editrice… tutto da sistemare, da spostare, arrangiare… sempre correre e mai che ci si possa voltare… avanti tutti quanti, chi si ferma è un beota…! Allora? Come stiamo?»
«Beh… hai ragione… Guarda, siamo messi bene, la Casa va bene. Igor ha ancora qualcosa da risolvere con la tenuta ch’era di suo zio, ma riesce tranquillamente a lavorare qui. Da quando si è sposato con quella donna di cui ti ho parlato (quella strana e ricca, ricordi?) è cambiato, ma lo si sopporta, anche se… parlava meno prima. Però sa tenere bene i conti e se i conti restano questi il suo stipendio salirà ancora. Si, va proprio bene. Grazie a tuo padre abbiamo con noi Bleco e Batlucchi, i loro nomi bastano per garantirci un certo prestigio. Abbiamo già dei riscontri, invece, per certi autori esordienti. Intanto gli altri lavorano bene, Renkovskji non va per nulla male. In più, affiancare l’attività letteraria con la nostra galleria è stata un’ottima idea. Ecco… dobbiamo decidere i tuoi due quadri a chi affiancarli. Renkovskji ha quasi finito il suo quarto libro, chissà come fa, non ha nemmeno trent’anni…»
«Scribacchini, scrittorini, scrittorucoli… scriteriati, scritturati, scricchiolanti sullo scrimolo se san scrivere…»
«Che dici? Senti… oppure assoceremo uno dei tuo quadri a… guarda: lui ti va? L’argomento è attinente…»
«Vittorio… vittoria!»
«E sia. Dai, vieni qua. Sì, siediti qui con me. Vedi, tuo padre mi fece un discorso il primo giorno che ci incontrammo. Io venivo… beh, lo sai; venivo da una tale impostazione d’animo! L’avevo coltivata, con metodo, molto… L’avevo applicata: applicavo ogni stratagemma per strutturare da me quello che sarebbe potuto essere l’antagonista del mio piacere. Non c’era piacere che mi facevo scappare. Lo bloccavo, gli contavo le striature… quante striature sapessi può avere un piacere! non sai mai se godi più per i solchi o per… non lo sai. Il piacere lo devi prendere tutto, se lo smembri ti restano delle scaglie inutili. Io volevo quelle scaglie, lo volevo smembrare un po’ per volta. Volevo i suo pezzi per crearmi qualcosa di diverso, ma se li ricomponi non crei un altro piacere, oh no!, crei un’ombra, ed il corpo che le dà vita è un cadavere con cui lotti… e lo guardi, e vedi che quel cadavere è il tuo piacere. A riflessi però, tutto insieme è il tuo parto venuto splendido e ammorbato. Un morbo di piacere, un morbo a cui non ti affezioni e di cui puoi farne a meno. Ma io no. Me lo tenevo; lo ammiravo non volendo farlo, e meno volevo più lo ammiravo, meno Dio era e più lo veneravo, più il piacere era grandioso più il mio Dio era esecrabile, e più il mio Dio era esecrabile, più era composto di grandiose scaglie di piacere. Comunque si crepò qualcosa in me, come se il mio cuore fosse stato capace di trascendere dal suo luogo abituale per far battere qualcos’altro, per darmi altre parole, altri “qualcuno” a cui confidare i miei piccolissimi sussulti interiori perciò iniziò a stillarmi del succo vitale da un canale a me sconosciuto. L’evento in me che avevo contribuito a formare, a cui stavo partecipando ed assistendo al contempo, poteva essere l’occasione per un’inesprimibile caduta; magari quel mio sanguinare era un meccanismo elementare e automatico: dovevo, in qualche modo, riformularmi per poter affrontare l’avvento d’un salto meraviglioso, una nuova coscienza per sorridere interiormente, aver la grazia del resto del Creato e riuscire a considerare la bellezza come un pozzo dal quale si può attingere un po’ di felicità. Stavo iniziando a cascare dall’indefinibile intreccio, prima impensabile, che governava ciò che sino a quel momento avevo inteso come ragionevole. La bellezza alla quale m’avrebbe condotto la caduta si palesava nello smantellamento di quel che mi ero insegnato a temere; era il raggiungimento della visione cristallina del bene e del male e, con stupore, cominciai a comprendere che quel nuovo male, forse primordiale e assoluto, non riusciva ad amalgamarsi con quello imputato a certi atti umani che venivano castigati, senza troppi dubbi, dalla società in cui vivevo. Maggior meraviglia ebbi nel constatare ch’era così semplice ed accessibile tale distinguo. Forse la difficoltà più grande era, ora, il rapportarmi con un mondo che percepivo ormai scaduto; un mondo che non poteva accettare questa semplicità, che definiva ingiusta e crudele. Eppure cominciavo a credere che la parola ingiustizia fosse il mascheramento d’una affezione verso qualcosa di innaturale; per me la crudeltà, che si diceva avere la natura, non era più uno scempio, ma la logica conseguenza di fenomeni capibili e spiegabili. Ogni componente animato della natura mi risultava come capace di provare piacere, nessuno escluso, e come poteva, questa, essere crudele se aveva previsto la felicità del piacere per ogni sua creatura? E trovavo svilente rapportarmi con coloro non abituati alla consuetudine del morire, che la giudicavano, falsamente tremolanti, una cieca bestia. Ma, pensavo, se magari si riuscisse ad incontrare la Morte i suoi effetti sarebbero meno destabilizzanti, forse li si potrebbe leggere meglio e si riuscirebbe a indovinare il giusto ragionamento sul senso dell’esistenza, anziché aggrapparsi tutta la vita ad immagini, pensieri, costruzioni interiori destinate a sbriciolarsi quando siamo noi gli strumenti sui quali la morte stessa lascerà i suoi effetti… E la Morte cammina – mi convinsi –, il movimento è la sua essenza e, gira che rigira, siamo tutti un passo del suo percorso… Bisognerebbe domandarsi quale meta richiama la Morte. Forse non siamo noi i puniti, ma è lei che non può fermarsi… e chi le decise quest’incessante “tirare avanti”? Quale astuto e cinico Genio ebbe la crudeltà di negarle il riposo? Forse la ricerca del moto perpetuo è già stata risolta, ma la risoluzione non appartiene alla sfera umana. Forse, insistevo, a noi sono concessi solo gli effetti, sono concesse le saltuarie e perenni illusioni d’aver scoperto i meccanismi di qualcosa che imputiamo come essenziale, mentre altro non è che la conseguenza di ciò che è imprendibile, quindi inconcepibile…»
«Ohi Vittorio…»
«Sì… scusami. Un attimo… ecco. Tuo padre ed io discutemmo e questa Casa è l’impresa di un’idea sola. Un’idea sola scatena imprese, scatena idee… e questa nostra sta scatenando barlumi di protoeletti…»
«Che mi stai contando? La Casa? Le Sacre Scritture? Ma Vittorio!»
«C’entra. Ogni idea entra nei confini di quella che sarà l’Apocalisse. Ogni idea, che sia essa comune a tanti, che sia essa la piccola idea giornaliera che ci viene nei confronti di una persona, la stessa idea dell’Apocalisse è un’idea che la scatenerà. L’esclusione delle idee sarà il prologo d’Essa, dell’Apocalisse; e la contesa tra eletti e non avrà come base una naturale mutazione dell’uomo, una mutazione che ristabilirà l’antropocentrismo nel mondo e che non sarà indipendente dalle culture umane.»
«Eeeh… e la Casa?»
«La Casa, i nostri scrittori. Chi pubblichiamo sono i protoeletti: gli eletti prima della mutazione che li paleserà come tali. Prima di quanto non si sa… Purtroppo la nostra causa porta già in sé il vizio di un’idea, perciò tuo padre ed io ogni tanto dubitiamo di chi scegliamo, ciononostante, quando confrontiamo i nostri protoeletti con gli “eletti” scelti da altre Case c’invigoriamo. Vedi, coloro che sanno scrivere non sono tanti quanti gli autori proposti dal mercato. Lo stesso i lettori capaci, anche di questi c’è scarsità, una giusta e comune scarsezza di giudizio. Ma non solo i nostri sanno scrivere: i nostri portano e sopportano il loro non essere semplici alfabetizzati. I nostri sono parti degli inferi. Oggi scrivono tutti, tutti hanno la convinzione di saperlo fare, ma i bravi lettori di cui ti parlavo (quelli capaci e preparati) sanno distinguere tra l’asfissiante immensità fraudolenta di alfabetizzati e la preziosa esiguità di protoeletti. Noi è come se reclutassimo i precettori d’un cambiamento che farà rivalutare l’ambiguo peso della nostra morte, ma non siamo reclutanti mossi dalla velleità d’assistere, dopo morti, alla evoluzione del nostro peso terreno in una chiara spiegazione, no, compiamo l’ennesima idea che ci avvicinerà all’Apocalisse, che ci avvicinerà all’avvento di una nuova coscienza.»
«Beh Vittorio… beh… tutti quanti reclutanti! Case, non Case, mercati… Tanti carrocci, tanti muli, zoccoletti di idee appuntite per l’aspirazioncina della nuova coscienza generale. Gran, gonfissima coscienziucola scattante, per far star bene e far sentire meno soli, solitudine, mattanza dell’inquietudine… ine!»
«Sì, credo che sia così. (si fa per dire…)»
«Oh oh oh… che mai ci distinguerà? Oh oh oh …»
«Siamo differenti non negli intenti, ma nel monte da cui questi intenti si sviluppano. Il mercato dispone testi di alfabetizzati, li dispone perché le Case sono gestite da altri alfabetizzati e queste Case, inconsce di fomentare la mancanza di coscienza nella nostra Italia, alimentano le basi che determineranno l’esercito di coloro che combatteranno gli eletti. Alimentano la mancanza di coscienza, e ciò scatenerà la caduta della società. Una società, per sopravvivere, ha bisogno di profondi fondamenti del pensiero, e questi fondamenti devono essere lucidi in ogni cittadino da cui è composta. Senza tale lucidità individuale la direzione di una società si offusca, ci si smarrisce, si barcolla, si cade, si geme ed infine si muore. Una società di cittadini senza coscienza trascina con sé la stessa, vuota rabbia degli alfabetizzati quando vengono criticati. Il cittadino con coscienza, invece, non ha rabbia in questi casi, ma una direzione da seguire. Può anch’egli rattristarsi, stizzirsi, ma non si ferma, e prosegue nonostante non abbia in sé convinzioni che impoveriscono chi lo circonda. Egli avanza arricchendo gli altri. Se altrimenti guardi alle opere degli alfabetizzati comprenderai che queste impoveriscono gli altri, li impoveriscono del loro tempo giacché non gli lasciano nulla, se non un effimero esercizio di stile. Poi ci sono i soldi… ne spostano di microbi…»
«Vittorietto mio caro, diletto mio. Su questo punto già abbiamo favellato, ti ricordi? Sai che ho fatto?, ho composto un poemetto, piccolino; un giochetto tra rimettine e assonanze… Sai che dico? Te lo recito!

Ahi sul soldo quanti germi,
ma i ricchi sono sani:
esso passa tra le mani
di chi mai può dirsi “dormi”,

che se dorme non ha domani:
è il povero il carrettiere!
Ah!, e si ricordi che le “alte sfere”
non hanno mai dei Bakunin.

Ma non la vita è Miserere
sol perché vi è il denaro;
sarebbe, infatti, gaudio raro
ci fosse un giusto ottenere.

Sì svanirebbe il gusto amaro
con la riserva del pensiero.
Ah se ognuno fosse vero…
anche amare sarebbe chiaro!

Purtroppo spesso c’è un baro
pover nato, ma si arricchisce
e chi lo circonda si sfinisce
divenendo poco caro.

A far conti ci si smarrisce
e si confondo i principî.
Troppi conti non dan principi
ed i valori son touchés.

Forse nell’uomo le radici
son scavate nel paradosso
di terminare in un fosso
quand’ha scordato l’abicì;

e le ragioni non han nesso
finché si dubita del buono…
Sai, del cattivo abbiamo il tono
e ne facciamo un complesso.

Orchestriamo, qui sul trono,
un’ansiosa melodia…
chi vuol esser lieto sia
tra tutti questi “io sono!”.

Però non è ancora finito… dovrei aggiungere ancora un paio di versi per dargli un bel finale… allora? Anzi no. Allora niente! Ti propongo questa cosuccia qui… è un testo di… mmm… non lo so, l’ho trovato nella buca delle lettere. Ma prova a leggerlo. Ha qualcosa a che vedere con soldi, miserie e tante, tantissime magagne attuali. Attualissime! Toh, tieni!»
«Oddio Dalila, non vorrai che lo legga ora! Senti, lo tengo da parte poi lo leggerò, d’accordo? Piuttosto veniamo a noi…»
«Eh… veniamo, andiamo, ci si muove, non partiamo!»
«Sii cortese e dimmi, davvero non ti spiace vedermi andare via da casa tua?»
«Uff! No! Te l’ho detto, te l’ho ribadito, te lo ripeto ogni volta! Domani vai alla tua nuova casettina, domani ti sistemi lì che sarà più vicino alla casa editrice e siamo tutti contenti! Tu lo sei?»
«Sì… e no. Non so come ringraziarvi. Per quattro anni sono stato con voi, con tuo padre, tua madre… quasi questo cambiamento, questa necessità m’impone di sentirmi come in obbligo con voi, più che se con voi fossi rimasto. Ma c’è qualcosa di ancora diverso che mi angustia… sì, angustia è la parola giusta. È la casa che ho trovato anzi, sono le case in generale, le costruzioni. Guarda le città Dalila, guardale e confrontale con quelle delle civiltà passate. Dalle strutture, dalle abitazioni, dalle architetture di una città si può capire molto degli individui che la popolano. Sembra che le nostre si siano fatte, è vero, più sicure, più pratiche, più comode anche, eppure mi pare che si sia perso qualcosa. Vagando per le odierne metropoli è quasi come se non si trovassero più i dettagli; non si trovano capitelli, non si trova la cura e la ricerca per la bellezza e questo è lo specchio di noi. Voglio dire che il pensiero è una costruzione stabile, composta di materiali alti e rari. La sua architettura è pregiata, studiata, solida e simbolica in ogni architrave, ogni passata, ogni volta, persino in ogni pomello di ogni sua porta o portone. Le fondamenta del pensiero originano dalla prima scintilla di vita di ognuno di noi e la punta massima, la più elevata, è il termine e l’apice d’un percorso segnato da significati molteplici, intrecciati tra loro come lo sono una colonna ed il suo collarino, come una parete ed un soffitto. Se guardo le città d’oggi, così ben organizzate, prive di quelle costruzioni così caratteristiche delle antiche civiltà, mi viene il capogiro. Se cammino tra le odierne costruzioni mirate, appunto, all’utilità, alla sicurezza, alla comodità e se poi parlo con le persone che popolano queste costruzioni, è quasi come se mi sentissi voltato, come se fossi fuori tempo. Possibile che i cittadini d’oggi somiglino tanto alle città che riempiono? Non trovo più i dettagli, la ricerca, la bellezza in questi individui e credo che le persone delle antiche civiltà fossero migliori di noi in questo senso… Le antiche metropoli mi sembra siano pensieri; noi, invece, viviamo tra i pareri e le opinioni, ma non tra i vicoli, le vie, i viali di un pensiero. L’individuo, oggi, è un’opinione e pare ci sia davvero una relazione tra il dove vive e il chi è. Se solo le persone si sforzassero di creare delle Venezie dentro di sé allora avremmo sì metropoli migliori, metropoli nelle quali camminare significa aver a che fare ogni giorno con la bellezza e lo stimolo dell’esistenza, del pensiero. Ciò che passa attraverso i nostri occhi ci caratterizza l’animo, se intorno a noi c’è bellezza il nostro animo si eleverà, e se il nostro animo è grande ed elevato potremo meglio capirci e amarci l’un l’altro. Se l’animo di una persona si caratterizza con la povertà di simboli dell’utilità, con l’assenza di dettagli della sicurezza, con la mollezza di pensiero della comodità allora amerà di conseguenza, si appoggerà su un amore privo di simboli, di dettagli e di pensiero. Forse potremmo noi tutti ambire ad un amore nuovo, ad un amore che non perde il passato, ma che da esso si struttura e su esso si migliora. Potremmo creare città sicure ed artistiche, utili e belle, comode e vere… Potremmo se gli individui si allontanassero dalle città d’oggi, se se ne distaccassero per ritrovare ciò che davvero smuove i loro cuori, ciò che davvero i loro cuori chiedono. Invece sembra che l’individuo di oggi si sia fatto salace, aggressivo, falso e persino vile, il quale si sfoga appena ha la certezza di non essere visto in faccia, appena ha la certezza di stare dentro un palazzo di specchi. Però non mi sembra che si sia fatto davvero così indifferente come si dice, questo l’ho visto stando con voi in campagna. Ogni volta che ho avuto un problema c’è stato chi mi ha soccorso, mantenendo pur sempre lo stesso tono aggressivo. Forse l’indifferenza che magari sussiste nelle grandi città svanisce quando se ne esce, però restano l’aggressività, la poca delicatezza, la salacità ed anche l’ipocrisia. Non so questo a cosa sia dovuto… Forse è quest’illusione di movimento che ci circonda, improntato a seguire modelli che poco hanno a che fare con le ragioni del cuore, il quale non ha bisogno di un lavoro celebre, di una brillante popolarità, di una posizione sociale prestigiosa e ammirata, no. Il cuore di un uomo chiede di vivere e di esistere in una società che non gl’imponga di cambiarsi, che non lo costringa all’insincerità, che non lo abbindoli per riempirlo con ciò che non gli appartiene, che non solleciti una certa forma perché sia amato. Un cuore chiede silenzio, riflessione, solitudine, tempo e ciò che è vero e chiaro, aggregante e necessario. Tanti cuori soddisfatti in questo senso potrebbero davvero far vivere una civiltà ed una società giusta, duratura e importante, una società che potrebbe far sentire in ogni suo essere il battito del proprio cuore che gli confida “ecco, io sono vivo!”. Solo una società basata sui bisogni del cuore, che poi sono ciò che davvero ci accomuna tutti quanti e ciò che in fondo importa davvero ad ognuno di noi, orientata verso un amore naturale può essere considerata ricca e, forse, può divenire persino eterna. Una civiltà che non rispetta i bisogni del cuore, che non rispetta le regole dell’amore naturale è una civiltà destinata al fallimento. Una civiltà che sfama ambizioni individualistiche, che alimenta la mancanza di pensiero, che chiama per bisogno la celebrazione di sé stessa è una civiltà che non può sfuggire alla miseria, alla povertà, alla caduta, allo smarrimento ed alla morte. Una società a porte chiuse, stabile nella sua incredulità e nelle sue frustrazioni…»
«Vittoriettolo mio! Ogni tanto mi spaventi, sai? Porte chiuse, miseria, smarrimento… Drammaticissimo, cupissimo! Depressissimo! Però però… forse si può scappare dal fumettino che hai descritto! Per esempio ti faccio scappare subito io!»
«Cosa vuoi dire?»
«Per esempio ho visto… indovina!»
«Non lo so.»
«Indovina!»
«Dai… dimmi cosa hai visto!»
«Isabella!»
«Quindi? La vedo anch’io ogni tanto, per esempio non tanto tempo fa siamo andati a cena insieme…»
«E quando?»
«Ma non lo so, sarà passato un mese…»
«Eh Vittorio Vittorio… c’è tanto che non sai!»
«Per esempio?»
«Mmmm… forse no, forse sai già tutto…»
«Mah, se non vuoi dire non vuoi dire, pazienza...»
«È sola!»
«Come?»
«È sola!»
«Sì, avevo capito. Ma cosa vuoi dire?»
«Che è sola! Che è solissima, non ha più nessuno! Ha bisticciato, se n’è andata, sta da sola, è sola!»
«E... Ma Dalila, perché ti importa tanto dirmi questo? No, lascia stare, non dirmi nulla e guardiamo qui che c’è da fare. Ho anche da pensare a domani, a portare quel che rimane nella nuova casa, a sistemare tutto… poi si vedrà.»



***


NOTA CONCLUSIVA

 Per quanto ci siamo sforzati a cercare il resto del romanzo, non abbiamo trovato nulla. Quando questo testo era già in stampa, ci è pervenuta la notizia che una persona, all’indirizzo indicato da Sofia nell’unica sua lettera, sembra abbia recuperato, dopo un incendio di cui si sa ben poco, un testo assai simile a quello qui sopra da noi disposto. Nonostante non l’abbiamo ancora visionato crediamo, dopo diverse comunicazioni con l’attuale detentore del testo, si tratti effettivamente del proseguo che a noi manca.
Preghiamo il lettore di avere pazienza, magari di conservare ciò che possiede ora ed attendere che un giorno riusciremo a pubblicare anche il resto del testo.
Confidiamo di aver fatto cosa gradita nel pubblicare questo materiale, ma confidiamo di più ancora d'aver fatto cosa utile in funzione della conoscenza dell'animo umano che, per sua natura, resta una cosa misteriosa e per questa ragione mai valutabile.


Nessun commento: