lunedì 6 gennaio 2020

Lettera da una Stazione


Notte bolognese 8/9.11.2005

 Carissima Signora,
qui in stazione la notte gocciola, plic-plic, se ne esce la miseria dal cantuccio dov’era stata ricacciata. È unto 'sto buio, grasso, non te lo sciogli di dosso: la vergogna si fa dar retta, ti si para davanti nei suoi rappresentanti, nei suoi figli dell’orrore, nei suoi figli fuori passo.
Novembre punge, le due sono morte, le tre sfilano la loro vita un clic di lancetta dopo l'altro, di gente ce n’è poca, la banchina non è mia. Un occhio nella sala d’attesa: una metafora quei corpi con teste ciondolanti, teste flosce, ammosciati dal vivere, dal campare una volta di più, dal tirare avanti. Basta. Si dormono la notte sul disagio, son parecchi, quantità da far perdere la speranza: mi si stranisce il cuore, una porcheria. Son tutti lì, ammassati l’uno sul presente dell’altro, non si va, si sta. E poco conta.
Questo mi si para vicino, voleva una sigaretta, al Dozza non le lasciavano passare: “Paese che vai…”, dice lui, “ma qui si sta proprio male.”. Ha freddo ai piedi, glieli coprono un paio di babbucce sporche. Mi ringrazia, saluta. È ancora giovane.
Se ne arriva un altro, me lo chiede se voglio dell’erba, se ne va, si gira, se ne va. Me lo dice: “Era gratis.” È andato. Si muove qualcosa, sotto il muro del ricordo, si muove qualcosa. Ne escono quattro, no, cinque, no, tre, sono in divisa, discreti, siamo pochi. Guardano quei due: i bagagli, uno sull’altro, il padrone non si vede, lo si cerca, non si trova. S’agitano gli occhietti, si controllano i cuori, s’indagano le paure: c’è un fantasma che non si dice, si capisce, non ci si crede. La paura sbiadisce, il terrore se ne va. Il padrone è qui, prende i bagagli, se ne va.
Ritorna il tizio dell’erba. Per la sesta volta un vecchio passeggia le sue tossi davanti alla mia solitudine. Rimbombano sulle ombre, sui binari, sui lampioni i suoi colpi, si aiuta con una stampella. Di salute non ne ha, l'ha perduta, è sfumata coi capelli, cogli anni, è vecchio, non bestemmia, le rughe parlano delle rassegnazioni, delle distanze. Quest’altro è qui, si complimenta per il mio maglione, ha una sciarpa gialla, leggera, dice che mi dona, il maglione, lo ringrazio e rispondo che è l’unico che ho. Gli faccio una sigaretta, pure lui è vecchio, neanche tanto, è magro, è magro.
Sono dei cani, tutti quanti…”, dice, “È un libro chiuso, non puoi fare nulla. Ora c’è solo questo, parc… par-partaim. Hai capito? Ha dichiarato fallimento ed ora siamo tutti in cassa, così lui sta tranquillo e noi siamo così. Sono matti se credono che ci credo, una vita…”. Mi parla, evito di guardarlo negli occhi: troppa ragione messa insieme fa tremare, chi ha la ragione è un perdente e questo di trofei non ne ha mai avuti, gli mancano anche le mensole.
Ci sono carpentieri che fanno i muratori…” dice allontanandosi. Si volta ancora, è lì, a tre metri, “Come ti chiami?”, mi fa. Gli rispondo: “Francesco.”
Ah… io Tonino.”
Se ne va, sì, avrei dovuto fermarlo, dirglielo: “Non è vero, mi chiamo Paolo!”. È andato. Mi è uscita, non l’ho potuta fermare.

  Di verità la notte ne ha ancora. Ne ha di quelle che scivolano contrite, degne di essere evitate, che si coprono sotto qualche disgusto durante il giorno mentre l’umanità tira avanti. Ce n’è tanto di materiale da vedere per quelli che fan finta di sognare, per i ciechi dello spirito, gliene è rimasta poca di roba da capire, a loro. Qui è un cinema eterno, è la galleria d’arte mostruosa dell’uomo odierno, sempre aperta, mai mancante di pezzi pregiati. L’emarginazione scultorea c’è, il quadro ce lo valutiamo con un 'pazienza', e poi attori, comparse, azione e tragedia, di passione da copione non ce n’è più tanta, quella è per gli altri… Qui va bene lo sconforto, neanche troppo, un po’ di tabacco ed un pizzico di verità incredibile, quasi follia, assurda da mandare giù; non ci si può riempire lo stomaco con queste poesie dell’anima secca, lo sanno bene questi artisti del nostro fallimento, ma si sta in piedi e ci si mostra quando i visitatori senza gusto vanno via con la loro frenesia. Qui stare a ramengo è la regola, di là, andarci, è la fine.
Mi chiede, un altro, se ce l’ho un euro per il caffè, ma se ne va senza che possa dirgli mi spiace. Le ragazze hanno smontato il turno, se ne tornano ai binari, sono sfatte ma la tengono ancora lì, tra le gambe. Sono vive nonostante tutto, ancora donne nonostante i soldi.
È ora di levarsi, di cavare le tende e cambiare aria. Di disperazione non ne avanza, non si fa vedere; ci si è impegnati le rabbie, è tutto tranquillo come una programmata catastrofe, come una preventivata cattiveria. Sono le sei meno un quarto, ho il treno per l'Appennino. Mentre salgo sul treno non mi vien manco di voltarmi, staranno tutti lì, non ne hanno di speranza, non ce n’è e la pace è puttana… ‘Na sozzeria. Provo ad ingoiarla, se mi riesce, questa pace ed un po’ va giù ma gratta, è avvilente. Mi si sgonfia la calma, si appiattisce un po’ alla volta, se ne va sotto i piedi e ci ripenso: la pietanza è speziata all’inverosimile… Questa notte è stata tanta, forse troppa. La mia notte bolognese come una notte che si ripete negli anni, nei secoli di una Luna immota, altri sanguinano, accoltellati, presi a calci, sanguinano. Isolati sanguinano. I professori vanno nei loro corridoi a provarsi nel mattino, protetti, al caldo, con la casa in affitto, ad affinare giornalmente le torture sulle anime novelle, pochi son salvi, il resto son niente, vanno pure coloro che sanno e non fanno, vanno, vanno. Vado anch'io che ho scelto: loro non so. La lettera si perderà, il tempo senza ragione lascia di sé una striscia mortifera... una resurrezione... un giudizio... si tremerà, si trema, si compirà quel che fu detto... però ora si va, certo, ora si va...

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