lunedì 18 novembre 2019

La Neve, il Mondo - La Pervicacia Sospesa


 Si esiste nella valle bianca di neve. Il biancore di acqua gelata, cristallizzata, di questa neve che tocca ogni cosa, che somiglia ad un vergine fumo duro, fermo, denso. Appare candido all'aspetto, ricopre la terra con la grevità di chi non si domanda se sia giusto o sbagliato mascherare, rendere incerto, darsi all'immantinenza di una dissimulazione priva di ragione e di progetto, di un mortale assurdo - e lo fa con la disinvoltura di chi è terzo ai tormenti morali; e lo fa senza coscienza di sé. È totale, è universale.

 Essa rallenta, ferma ogni cosa che incontra. Rende ambigue le forme, nasconde i pericoli, arrotonda gli spigoli, secreta le lame, toglie i colori. Incanta con una luce ed un suono continuo, forse impercettibile, che ricorda un'ipnosi. Porta alla morte con il suo gelo. Richiama alla conservazione, alla protezione. Fa scoprire i nervi di sé stessi, li svela sino al limite, ti destruttura per poi ricomporre nel sacrificio la nuova vita, compiuta se immemore di sé.
È un canto di sirena silenzioso, che sfalsa le distanze e trasforma quel mondo di cui ti sembrava di percepirne il movimento: la danza - feroce talvolta, talvolta sbrigliata - suadente, illuminata e lucente, cupamente ombrosa, carnale e secca, arsa, liquida, gocciolante che si riarde nell'intuizione di quel che lo specchio non svela di te, di quel prossimo che riflette le tue rinunce, i tuoi spasmi di vivente, è la tua danza.
 E tutto si permea di questa coperta obbligata che si dice indispensabile alla vita della terra ed alla sua fertilità: ubertosità violenta, famelica e sfamante, dove ogni cosa è destinata a confrontarsi nell'incrocio con l'altro, con la cosa, con sé.
Si mostra, tra le sperdute distanze di tanta monotonia, un'idea: l'incrocio delle cose è una violazione di ciò che incroci non ha. Il conflitto, lo scontro annichiliscono, si svuotano e vengono svuotati dallo strato bianco di neve. Si pensa alla violenza, se ne ha il timore, e si estenua riducendo, mortificando, annullando ciò che è vivo. Si arresta ciò che si muove.
Qui le rette parallele sorgono. Qui la loro idea si fa presente. Esse rivelano d'essere lo stratagemma chimerico della geometria dove si nega, in nuce, la vita. Esse annullano l'incrocio - ma la vita è incrocio. Esse negano lo scontro - ma la vita è scontro. Esse indicano l'essenza della propria invenzione e suggeriscono, della propria tensione verso la placidità di un astratto, possibile esclusivamente nella ragione mai applicabile, la bellezza eterea che ogni cosa incanta raggelandola. Esse nascono dalla neve.
Tanta bellezza eterea, algidamente esaurente, si rivela pure nell'infinito matematico. Esso svela il suo senso d'esistere nel salto sopra la realtà per suscitare altra realtà che mai si tange. Lo fa nel gesto elegante del suo simbolo esoterico - qual è la formula equatoria ed il relativo piano cartesiano.
 Tale espressione di chimere è il contrappasso morale della virtute logicae di due discipline che mostrano l'elastico del loro collant con un occhiolino: il razionale si rende irrazionale trovando il proprio fulcro nella morale di un'estetica universale nei termini umani: sua magnifica insensatezza, suo gioco orientato verso i trucchi, l'inganno, la gabula, la scorciatoia dell'infinito e delle rette parallele. La creazione di un simbolo che soddisfi l'estetica di un manto bianco gelato. In matematica l'infinito indica la poesia; in geometria le rette parallele indicano l'arte. Le due discipline, matematica e geometria, rivelano il loro cedimento a-razionale nell'accenno morale di due invenzioni destinate a dar bella figura di sé. Due disclipline che, pur sedicenti terze alle sensibilità emotive degli uomini, spiccano, nel loro culmine più astratto (l'infinito per una e le rette parallele per l'altra), lo stacco dall'a-razionalità scoprendosi morali - incline alle leggi temporali dell'estetica. 

 E l'ampio biancore di questa neve diffusasi nella valle provoca la vertigine di un ambiente estraneo e straniero alla vita, che si esprime nell'imperituro conflitto dell'intersezione e dello scontro di ciò che, animato o non animato, si muove; la violenza di ogni cosa che si muove è destinata a rendersi tangibile e visibile nell'apertura, nella breccia suscitata in ciò che tocca. E costringe ad aprirsi a propria volta:

 1. nell'inanimato si estende la proprietà del significato di una cosa, mutuandola verso il delirio di un ordine che esiste esclusivamente nel pregiudizio, ossia nel consenso ad abbandonare quel che ordine non ha, a saltare ciò che è verace in questo senso e, dunque, scandaloso nell'altro senso - com'è scandalosa l'attitudine originale della cosa, che non è possibile inquadrarla sinché non viene interpretata né si può interpretare sinché non vi è un'azione che la contempli. L'ininquadrabile, l'innominabile rappresenta l'ingestibile della civiltà organizzata;

 2 nell'animato si coercizza la proprietà altrui e si è coercizzati a propria volta malgrado il desiderio iniziale di piegare, ridurre, annientare esclusivamente l'altrui proprietà. Invece la si muta mentre la si assume nella propria volontà - scoprendosi mutati; e si riconosce sé stessi in essa fintanto che sopravvive il disprezzo di sé ossia sinché sfuma l'obiettivo, sinché fugge l'oggettivazione di quello - quello! - scontro.

 Il delirio cessa. La neve costringe all'arresto e si rinuncia alla lotta: sai che giungerà il disgelo.

 Ora il tuo grido si smorza, ora la tua voce si ovatta, chiudi gli occhi, ti rendi senza le armi date da quel che di contraddittorio ritma il tuo passo; ti rendi al biancore gelato di questo velo che si stende senza confini, che si stende sin dove ti rendi.

“Neve” = leggasi totalitarismo

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