giovedì 31 ottobre 2019

L'Ufficiale - La Salsa Borlotta


 Pietro Morra era un uomo che presentava un'espressione del viso perpetuamente grave, che si notava spesso, un tempo, indaffarato e scostante su vasetti e sostanze contenute in una serra delle nostre zone.
Proveniva da Pozzuoli, dove si era candidato come UPC, Ufficiale Pilota di Complemento, ma, trascorsi i dodici anni di ferma, decise di abbandonare l’attività aeronautica, trasferirsi da noi e cominciare quella che oggi è una poderosa impresa agricola. Quando lasciò la sua carriera, che sarebbe sfociata nel civile, fu additato da più e più persone come un irresponsabile, un sognatore, un uomo scapestrato, un… Chissà che altro. Con la testa zeppa di fantasticherie, forse inculcategli da un tale, un certo signorino partenopeo che un giorno, quando ancora quest’ufficiale militava nel napoletano e già soffriva di una sorta di “ansia da accademia”, ossia sottoposto a quelle discipline che poco rappresentavano l'idea che, già in germe, si stava strutturando nel suo complesso personale, lo avvicinò.
Il signorino partenopeo, di cui non seppi nulla al riguardo del nome, dell'età, della professione – se ne esercitava una, se ambiva ad esercitarne – cogliendo che l’ufficiale non pareva così deciso della propria militanza, gli illustrò una teoria sul mondo, arrivando poi a concludere: “...che molte e molte persone si gratteranno la testa per tutti i guai di ‘sto mondo, allora ci sarà bisogno di qualcuno a difenderle dalla canizie.”
Con l’idea dei capelli nella testa, l’ufficiale pensò a suo fratello: un sindacalista malfermo d’indole che spesso gozzovigliava in affarucoli di poco conto; e gli domandò della cascina, se poteva acquistarne una parte, trasferirsi con la famiglia e lì badare alle terre che, nel frattempo, come si diceva allora e come si dice ancora oggi, erano “andate in malora”. Questo fratello, che portava il nome di Primo, recalcitrò all’idea di dividere la cascina in due; poi, però, vagliò la piccola fortuna finanziaria derivante dalla vendita e, così, con un certo malumore, concesse all’ufficiale le terre e metà della cascina.
Dunque l’ufficiale si trasferisce. Pianta tutto e si sistema, assillato dalla propria moglie per causa dei suoi propri esperimenti. Si cimenta infatti tra armamenti, tubi, corde, ricettacoli botanici a provare realmente la via di un balsamo prodigioso: un balsamo, sì, ma non per capelli, bensì per le mani. ‘Ché’, pensò, ‘il mondo sarà pieno di guai, certo, ma se i capelli cadono è per via delle mani, che sono lerce di dubbi affari: gratta e gratta e i capelli si sporcano e cascano’. Convertì dunque parte delle terre in piantagioni di fagioli: fagioli borlotti. Non si sa come mai, ma si convinse della qualità benefica, forse addirittura salvifica nei termini di una levatura di fede celeste, di questi legumi.
Del tutto assorbito dalle proprie intuizioni, l'ufficiale, che allora aveva trentatré anni, sprofondò negli esperimenti; tentò incroci, miscele, compressioni della terra e illuminazioni gradanti, impianti e teorie vegetali del XVII’mo, XVIII’mo e XIX’mo secolo; studiò il Tacuinum Sanitatis in Medicina del XIV’mo secolo contenuto nella biblioteca nazionale di Vienna, ne dedusse la pericolosità del sesso femminile in natura, le influenze del ciclo con la flora, ne discusse le valenze e spartì la teoria, riducendola e smontandola in ogni sua parte, nella riflessione sulla morale di quel tempo istituzionalmente a perdere, dove poi considerò, infatti, la matrice femminile nell'agricoltura stanziale, il contributo della donna verso la maturazione dell'agricoltura e le sue evoluzioni; trasse allora ispirazioni da strambotti originali del XVI’mo secolo di Vico Antonioni e si disperse nello studio delle evoluzioni botaniche: lo colpirono gli amenti delle betulle, il monoicismo dei vegetali e comprese, degli amenti, relazioni inconcepibili con la terra di Amente, l’oltretomba, considerando il monoicismo vegetale con l’androginia celeste, ponderando se le betulle non fossero piante del paradiso; vagliò la possibilità e ne trasse distillati di stami e di pistilli iniettandoli nei suoi fagioli. Ma, quando sortirono dei borlotti sbilenchi: bluastri nella guaina e malridotti nella polpa, si svilì.
Sortiva allora dalla serra con un abbaglio di cupezza negli occhi.
I contadinotti vicini mormoravano grossolanamente sul conto dell’ufficiale: appellativo che da subito, appena si era diffusa la storia della sua vicenda, gli affibbiarono.
Lo additavano e ne ridevano, i pettegolezzi si sparsero e la vita per la famiglia di Pietro Morra si fece grama.
La storia di un ufficiale dell’aeronautica militare che aveva mandato all'aria la sua carriera, che tentava la vita campestre e che, tra l’altro, agitava i pugni e scansava ogni cosa che riguardava il suo passato, sempre segregato in una serra, con certi ammennicoli… Figuriamoci! Questa storia faceva spanciare; e, per di più, l’ufficiale si era inerpicato per certe critiche allo Stato che gli attiravano le antipatie degli eterni indifferenti e degli eterni normalizzatori: i conformisti della ragione, per dirla con Lelio Basso. Certi pamphlet, stampati da lui medesimo, su certe questioni del Kosovo, sull’uranio contenuto nei proiettili, sugli ammalamenti di cancro da parte dei soldati italiani: “Eh, guarda quello là. Una carriera…” propalavano ad alta voce; e poi, mormorando, incalzavano: “Eh, leggi qua…”
La moglie e il fratello non patirono più la pubblica carneficina e provarono di dissuadere l’ufficiale, ma questi non demordeva anzi, rintuzzava criticando al fratello le scappatelle da pietoso donnaiolo ed alla moglie: “Da che parte stai?”
Proseguiva così l’attività di quest’uomo.

 La moglie si affaccendò nei boschi, ebbe l’arguzia di creare clientele che supportassero la vita finanziaria della cascina. Tra i boschi di faggi e di betulle e le colture di gran turco, oltre alle colture di frutti di bosco, operò facendo fronte alle incombenze dell'anodina trivialità. Come l’ufficiale nei propri esperimenti, questa donna sprofondò nelle attività di economia finanziaria, forse anche indurendosi: studiò fascicoli, si spese nell'esercitare le formule sui montanti e sulle quote frazionarie estrapolandole dalle scommesse finanziarie, ridusse il concetto di proiezione ad un logaritmo a base negativa, sviluppò teorie macroeconomiche confrontandosi con le leggi di Ricardo, con la caratura lessicale di Smith, con la risoluzione del post-bellico capitalismo di Keynes; elaborò riservate considerazioni di ordine etico presagenti un vulnus vitae perdurare e si diffuse nell'alimentare tali considerazioni con calcoli dalla meccanica certa e dalle variabili aleatorie, trovando l'insufficienza applicativa delle formule di matrice iperproduttiva proprie del regime liberista, che di per sé esprime la concezione esistenziale, estratta dall'ambiente valoriale borghese, dell'aristocrazia. Pare che centrasse qui, tra le considerazioni etiche e le espressioni finanziarie, la sua attitudine migliore in relazione all'utilità famigliare, dunque collettiva, dove ella si scoprì del tutto abile a trattare in abstracto e a far di conto.
 Tra le articolazioni dell’attività, le stime congetturali e lo svolgimento pratico, i pensieri sull’uomo di suo marito, rintanato ormai pure tra le carte di sfaccendati polileriti e le più serie pubblicazioni manuziane del XV'mo e XVI'mo secolo, dall'editio princeps dell'Omnia Platonis al De historia plantarum e i De causis plantarum di Teofrasto, confortandosi all'ironia mai spicciola del senectus ipsa est morbus di Terenzio, ma insofferente tuttavia alla propria moglie e, diciamolo, a tutto ciò che non fosse lettera morta, i pensieri amarognoli, di colerina, restavano sottaciuti. Ma tali pensieri risultavano lampanti tra queste due figure particolarissime vissute nelle nostre campagne. Ed era forse un sollievo una simile inclinazione al sottacere i pensieri riguardanti la loro affettività e la pressoché assente, o perlomeno ambigua e ballerina, comunione di intenti, pertanto che una traccia invisibile legasse questi due spiriti che, loro malgrado, contribuivano a svolgere ciò che avrebbe suggerito al complesso culturale delle campagne provinciali quel che raramente si presenta in contesti urbani con tanta forza espressiva. L'aria di tensione infatti perdurò sinché l'ufficiale, avvilito ed esaurito dai propri esperimenti, che nulla mostravano di ciò che egli si attendeva, sortì una sera dalla serra per bruciare quell'ammasso di centine, di nylon, di preparati; ma la moglie lo arrestò, segnalandogli cosa vide nella cucina della cascina quando uno di quei borlotti malridotti nella polpa, cadde nel cestino dell'umido per reagire con l'etilene secreto dalla buccia di una banana. Vi si scoprì una reazione straordinaria.
Pensando alla vertiginosa corrispondenza con la scoperta della colorazione di Golgi, entusiasmandosi con morigerata alterigia eppure provando una sensazione di liberazione e di gioia, la moglie dell'ufficiale diede la svolta all'impresa esibendo la propria caratura, tenace e acuta, mai sottoposta a quel povero spirito che cede alla lode di sé stesso, né mai rivalutando la stima del proprio marito, di donna che porta in sé l'afflato dei millenni cui ciascuno, in quanto umano, esprime tramite la traccia del proprio sangue, dei propri sensi e della propria memoria, sia pure non consapevolmente accessibile. Così perlomeno si penserebbe oggi.
Ne sortirono non unguenti, non balsami, non toccasana di cosmesi ma una salsa valutata, di primo acchito, culinaria: la salsa borlotta, cosa per cui si spesero inizialmente queste parole:

‘(...) una pasta grossa e granulare dissaporita di sgradevoli acidità e rinforzata di combinazioni neutre e varie, talvolta salato-piccanti.’, si scriveva nelle sezioni di cucina giornalistiche, già encomiabili per la netiquette, ‘Simile, per viscosità, alla crema di nocciola, l’uso si adatta ad impasti e farciture di composti d’uovo, ma anche a contorni di carni scure. Conferisce ai cibi un’esaltazione ed una morbidezza del gusto, che si traduce in soavità del buon mangiare: agendo sulle fibre carnose, tali fibre si sciolgono penetrando le papille, provocando un’ebbrezza dei sapori che ammanta la bocca d’una combinazione leggera e piena d'un gusto che conduce inevitabilmente all'estasi.

La famiglia dell’ufficiale acquistò dunque prestigio, il nome della crema si diffuse prima in provincia, poi in regione, poi nell'intera nazione; in seguito se ne scoprirono proprietà curative e lenitive in funzione dei reumatismi e, soprattutto, in funzione di ciò che imbarazza la dimensione medica: il dolore, che risulta intraducibile nei termini di una sua effettiva oggettivazione su scala universale; si avviarono conferenze su tale scoperta, le quali spaccarono l'opinione pubblica senza che vi fosse alcuna distinzione sociale tra gli interessati: alta, media e bassa scolarizzazione si frammischiarono, sapienze elevate, sapienze di istruzione ortodossa e sapienze prive di struttura si frammischiarono anch'esse: ne sortì un gran caos, che infine esprimeva la vitalità di questa scoperta.
I contadinotti, ed ormai pure i cittadini, presentavano la poliedria della formalità: mugugnavano e si tendevano, si tendevano e mugugnavano: interiormente e, in casi piuttosto diffusi, anche esteriormente. Tutti erano d’accordo nel pensare: “l’ha azzeccata”; ma tutti aggiungevano sempre, immancabilmente, con un fil di voce a denti stretti: “mannaggia”.

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