mercoledì 14 agosto 2019

Din Don Dan - Avignon


 Sono teso. Un organismo continuamente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto.
Scopro un'aria sottesa tra ispirazione e esitazione in questa città dai teatri e dai vicoli con le targhe intitolate a poeti e artisti formidabili, che annienta o piega il tempo nell'ispirazione riflessa di questi uomini. Nell'infilare un vicolo che si stringe sino alla misura di una feritoia si scopre, oltre la strettoia, una piazza; si discendono gli scalini della piazza e si scopre un chiostro; lo si oltrepassa e si ritrova un carruggio che corre attorno l'intero perimetro interno alle mura della cittadella costruita su più livelli.

 Avignone, i vicoli che ho descritto stringersi fino alla misura di una feritoia e le piazze che si aprono alla fine di un vicolo, e il palazzo dei Papi che si mostra esteso ma discreto nella sua estensione e il carruggio che rende la città dei Papi raccolta nella sua discrezione, instilla un'aria di vertigine e di rivelazione. Non è raro che in una passeggiata solitaria, di notte, si senta il rumore di un diavolo che ha preso la nostra direzione; al voltarsi si scorge una vecchia signora magra, con i capelli lunghi, grigi, che parla una lingua che non è il francese. Sparisce.
Non si sa: l'influenza delle targhe titolate ai creatori plurisecolari che influenzano la passeggiata, non si sa. L'essere capitati nella cittadella in quel periodo estivo in cui si tappezza di manifesti per celebrare il mese del teatro, dell'artisticità sparsa per le strade. Non si sa. Neppure si sa se sia l'aria francese di una delle città più francesi della Francia. Si sa invece che i propri riferimenti subiscono uno scuotimento e che si vede un Kierkegaard in cima ad una scalinata ridere di noi, ma non si ha paura: una sorta di misconosciuta attrazione ci spinge a camminare, a inoltrarci per quel labirinto del quale conosciamo già le svolte ma che è impossibile da non percorrere. Ci si inoltra e svolta dopo svolta, muro dopo muro, le prospettive cambiano: la vecchia signora magra muta in bambina, poi in orco, poi in una pietra... Kierkegaard smette di ridere, compare Nietzsche...: dietro di lui il volto di Dostoevskij: entrambi, Nietzsche e Dostoevskij, ti fissano e si sprofonda nel labirinto che ha preso la forma di un girone. Ci si dice: “guarda la mia virtù s'ell'è possente, prima ch'a l'alto passo tu mi fidi”, ma già 'sé stessi' ci giunge come un'eco lontana, perduta tra risate, pianti, allegrie scordate e le tue mani sono vuote: è la perdizione, tutto sfoca e prende forma un disegno dai confini incerti, carico di una sensazione di delirio. È il disegno, parrebbe, della tua vita... Ma nel fondo del girone c'è una scintilla che ti mostra lo scenario di un Petrarca che incontra la sua Laura proprio qui, in Avignone, in quella chiesa di Santa Chiara dove hai sospirato per un uomo che dormiva sotto un cumulo di cartoni. Prende vita lo scenario di una peste che si aggira per l'Europa e che, uno alla volta, fa cadere gli abitanti di questa Avignone popolata ormai soltanto da un quarto dei suoi abitanti: il resto sono casse che si alternano, corpi che scompaiono, bolle di un papa che intima di non bruciare gli ebrei “poiché essi si ammalano come noi”. Sono il pianto di quel Petrarca che con Dante e Boccaccio diedero dignità storica alla lingua che sto usando per dire come a volte ci si perda per riscoprirsi e per ricordare, con questa lingua, la scomparsa della sua Laura per via della peste. Sono quella vita per la quale il sipario che si vorrebbe calato è troppo corto, troppo stretto, ed a volte lascia intravedere la vastità intrisa di un'allegrezza così crudele da farla sembrare arcaica, percorsa da tratti che fanno tremare e che di fronte ad una ricetta per farla quadrare si ribella e suggerisce: “Io sono eterna, non mi puoi contemplare. E mi fuggo tuttavia.” E si fugge la vita, tra le svolte di un'Avignone improvvisamente stregata, la tensione sfumata e la vita svelata.

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