mercoledì 8 maggio 2019

Competitività e Sistema - La Formazione Medica



 Cara compagna di vita, cara amica,

sai che comprendo quale sia lo stato dell'arte al riguardo dell'umanità occidentale nel suo complesso; e quel che mi hai riportato è un rapporto breve e fedele di ciò che si vive giornalmente. Le occasioni fatte di comprensione, di ascolto e di umanità sono ridotte a pochi, rari ambiti. Ipocrisia e spirito di convenienza, furbizia e opportunismo, superbia e ignoranza, disattenzione e pigrizia, omissione e viltà dominano la maggior parte degli esseri umani di questo tempo: l'esito di un regime simile sembrerebbe scontato, lo sai.
Quel che si può fare è raccogliere le proprie forze, rimanere saldi nei propri principi e contrastare con coraggio quei moti che alimentano l'odierna disgregazione tra gli esseri umani, che li isola nel progressivo decadimento di quell'etica umanistica ormai rarefatta, spaiata tra pochi, isolati singoli, dove si dispone per essi un'esistenza del tutto materialistica, dove la morte sembrerebbe per essi la sola salvezza.

 Lo spirito di competizione di cui mi parli, vessillo assai disonorevole di questo tempo segnato dal dolore - dolore senza fine, conduce ad un'esistenza degna d'esser detta insostenibile.
Tu, in quanto medico, cara mia compagna, godi di una serie interminabile di prove che attestano questa mia affermazione: la tensione data da questo spirito di competizione, privo di per sé di una ragione che sia orientata nei termini della collaborazione tra gli esseri umani, dell'ascolto, dell'attenzione e del sostegno reciproco, crea un circuito di patologie e di psicopatologie diffuse, molte già nominate ed altrettante ancora da nominare. O, se preferisci, dirò "da protocollare". Del resto tu, in quanto medico, conosci direttamente quale sia la sostanza di questo spirito di competizione che ti hanno imposto di perseguire – lo conosci dagli anni della tua specializzazione in chirurgia, i quali sono stati anni che ti hanno sottratta a tanta salute e che hanno attentato alla tua visione complessiva delle cose - cosa, questa, che dovrebbe invece essere fatta salva a coloro che vorrebbero farsi medici e che tu avresti dovuto conservare.
Sì, eri allora obbligata a percorrere i "corridoi protetti" del corso post-laurea che, tramite le rigide diritture formative, ti rendevano del tutto simile ad un cavallo che gira intorno all'argano, senza che questo cavallo sappia cosa significhi l'argano, a cosa serva, costretto ad annichilire le proprie facoltà di quadrupede dove, tramite le bardature date dall'attività di rotazione, si atrofizzano nella loro negazione: sollevarsi sulle zampe posteriori, correre, arrampicare, sdraiarsi, rotolare, nuotare: tutto ciò è impedito al cavallo, se non vietato; tutto ciò significa iper-specializzazione; e tu eri obbligata dai voleri ministeriali, atti a farti ripudiare l'intelligenza che ti appartiene ed a cui tu appartieni, a divenire limitata nella visione complessiva che richiede la comprensione della vita umana, a farti stupida ripudiando la prima virtù del medico, che si può riassumere in queste parole: corpus hominis omnia orbis secum portat, medicus sapiens omnia orbis cogit gnoscere. Sì, il corpo dell'uomo porta tutto il mondo con sé ed il medico sapiente deve conoscere tutte le cose del mondo.
Se tu, dolce compagna, avessi provato a mostrare uno spirito diverso da quello che ti si imponeva di perseguire, saresti stata perseguitata.
Così ti hanno perseguitata come ancora oggi perseguitano i nuovi medici, impegnati nei corsi di specializzazione, rendendoli più deboli e meno intelligenti tramite la settorialità e l'esposizione, e la sottomissione, ad ogni sorta di svilimento personale e di mortificazione della stessa etica medica. Poiché pure l'attività medica, quando cede in toto allo spirito della competizione, abbandona la propria etica di cura e di sostegno degli individui per escogitare invece vie seduttive tali da attrarre gli individui e da renderli pazienti, meglio ancora se pazienti vita natural durante. E meglio ancora sarebbe se questi pazienti venissero travasati verso il comparto privato, così come fu già applicato dalle logiche privatiste del IXX° secolo e come sta avvenendo ora. Di nuovo.

Lo svilimento, la mortificazione. Quale essere vivente si ritrova più forte in seguito ad una lunga esperienza che, senza sosta, gli provoca ferite nella sua fibra intellettiva, nella sua trama caratteriale, nel fisico e nella sua caratura morale sin dalla più giovane età? Sarà vero che: "tutto ciò che non ti ammazza, ti fortifica", come ancora ripetono coloro che sono impegnati ad ammazzare, giusto per vedere l'effetto che fa; o sarà piuttosto vero che questo essere vivente, dopo anni e anni della propria vita trascorsi a ricevere traumi di variegata entità, si ritroverà incline ai malanni, fragile d'animo, cattivo nel concepire ciò che ha intorno, certamente confuso dalle incertezze con cui si è minata la sua personalità, corrotto nella sua genuinità, rabbioso come l'animale nato libero e, poi, segregato in una gabbia a suon di percosse?
Sì, lo sai anche tu che questo individuo in formazione, sottoposto a tali dinamiche che si possono definire irriflessive, dunque bestiali, sarà rabbioso e violento, il suo animo sarà carico di livore, mal inserito nel contesto societario; e lo so che una simile prassi, ossia svilire e mortificare gli specializzandi, per via di un mal riposto senso della virilità insito nell'animo di centinaia di strutturati e di primari ospedalieri, oltre che di specializzandi detti "anziani", viene tuttora svolta con la giustificazione delle "necessarie profilassi pedagogiche". Vale a dire: in funzione della costituzione caratteriale di un medico. Eppure risulta curioso che simili profilassi vengano somministrate secondo una più che discutibile discrezionalità: dipende di chi è figlio il tale specializzando o la tale specializzanda, dipende da dove e sotto l'ala di chi è nato – come si potrebbe dire in gergo; ed è altresì curioso che simili dinamiche siano esercitate maggiormente da quelle figure mal avvezze a parlare d'amore, cui anzi ridono di questa parola – figure che, per mio conto, rientrano nel novero dei cattivi maestri i quali, come già ebbe a scrivere More: "preferiscono battere i loro discepoli anziché istruirli"*. Del resto credo che si debba vedere con chiarezza, in modo cristallino, che simili atteggiamenti esprimono cinismo e fissazione, ossia debolezza e smarrimento d'animo piuttosto che apertura e perspicacia, acume e attenzione. E buona disposizione verso la vita.

 Cara amica, mia dolce compagna di vita, ti dirò che pochi e poche, oggi, usano il proprio coraggio per contrastare il deleterio regime della competizione; pochi e poche hanno compreso che nessuno ha mai ricevuto né ha mai sottoscritto volontariamente un modulo di partecipazione a questa “gara della vita” – gara in cui sembrerebbe precipitato l'intero mondo occidentale; e ti dirò che considerare la vita come se fosse una "gara" è il segno inequivocabile di un logorante, insostenibile, annichilente squilibrio interiore, tanto più che la storia umana dimostra l'esatto opposto. Ossia che la sopravvivenza degli esseri umani è imputabile esclusivamente alla socializzazione che trova il proprio cardine nella condivisione delle proprie storie, individuali e collettive, e delle proprie esperienze.
 Questi pochi e queste poche, mia dolce compagna, risultano oggi costretti ai margini e risultano sistematicamente incarcerati all'interno di una sempre più estesa galera a cielo aperto, così come ebbi già a scrivere una decina di anni fa in un mio romanzo; e la galera è fatta di sbarre più resistenti di qualsiasi metallo perché, essendo la vita dell'essere umano permeata nello spirito, esse sono fatte di idee; e se questi pochi e queste poche, spaiati come si presentano, privati degli strumenti economici per costituirsi in una effettiva organizzazione che si affermi istituzionalmente, ridotti a ruoli di invisibilità democratica e perseguitati dal maggioritario clima culturale che certo snatura e usura la loro psiche ed il loro spirito, se questi pochi e queste poche dovessero acquisire una qualche forma di rilevanza sociale e politica, stai pur certa che ad essi verrà posto un sicuro veto, li si perseguiterà togliendo loro la possibilità di autodeterminarsi, si produrranno campagne mediatiche che superano di gran lunga, per efficacia, risonanza e capillarità, il regime di quella che fu l'inquisizione, ci si adopererà a stipulare per essi un'interdizione dall'attività pubblica e dalla partecipazione sociale tramite un atto burocratico, giudiziario oppure medico, magari di natura psichiatrica, redatto ad hoc da quello stesso sistema che denuncia, ad ogni passo, la sofferenza di sé e che pur tuttavia si ostina a perseguire la via della competizione à gogo. E direi pure tout court.
La via della competizione conduce inevitabilmente alla guerra, come già avvenne all'inizio del secolo scorso; e tu sai che la guerra è già in atto nonostante che i dati relativi ai suicidi e i dati relativi all'uso di psicofarmaci risultino tuttora mal recepiti e mal trattati dal dibattito generale.
 Se non si comprenderà che non di competizione necessita la società umana, ma di collaborazione, il destino di ciascuno sarà segnato sempre più dalla sottomissione e dalla privazione.
In una parola: il destino di ciascuno sarà segnato sempre più dal dolore.

Il tuo compagno, D.


*Tratto dal libro Utopia, scritto da Thomas More - Libro Primo, Relazione sulla miglior forma di Stato stesa dall'illustre Tommaso Moro, cittadino e visconte di Londra, famosa città d'Inghilterra, paragrafo 18. (Pagina 37 del libro Utopia di Thomas More, pubblicato in Italia dall'editore Feltrinelli nella collana Universale Economica Feltrinelli - I CLASSICI - Terza edizione, novembre 2017, a cura di Ugo Dotti).

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