venerdì 21 dicembre 2018

Gioventù e Tensione: la Creazione


 L’encomiabile e avversata creatura volta alla labirintica solitudine, volta alla creazione, ora era smarrita: Paolo Bima, quarant'anni, era la creatura del sacro mondo dei cultori, il cielo delle lettere: lo fissavano con zelo e ammirazione, forse con sottintesa volontà di somigliargli gli uomini della sua epoca. Paolo Bima era uno scrittore con la sostanza poetica, la sostanza impenetrabile eppure viva d’un fondamento inesplicabile.
 Ventiquattrenne, spendeva i suoi giorni in distacchi tremendi dal resto delle persone, e scriveva. Cosa? I suoi primi fogli giunsero nelle mani dei “giudici” per chissà quale via: fu un terremoto. Una notte la porta della sua stanza si spalancò, ne entrarono nugoli di facce stringendo le sue bozze tra le mani; si affacciarono al capezzale del suo letto, dicevano: ‘ma si rende conto di cos’ha scritto, si rende conto?’ e, piangenti, accalorati, esaltavano la verità espressa in quelle righe fitte d’una precisione, d’una sognante e concreta puntualità che solo l’artista possiede - e Paolo Bima fu catapultato nel regno degli eletti, i silenziosi re degli uomini, così discreti, così mostruosi, forse malati e oscuramente brillanti: prodotti dell’umanità di cui l’umanità accusa eppur stima, talvolta con dispetto e con circospezione l’opera.
 Col tempo quasi il giovane scrittore ricusò la prima opera, sentiva che quelle righe passate erano un peccato, come troppo imprecise, troppo ‘folli’ pur se nella follia si ravvisa la prospettiva umana. Allora i suoi scritti iniziarono ad assumere una forma didattica, un che di educativo... superò questa trappola dello spirito... divennero plastici, forse acquistarono una sostanza persino classica, mai pedante… Gli si ravvisava sempre più il distacco, l’ubiquità, la placida compenetrazione dello spirito, la tensione inclemente della riflessione. Gli tagliavano il volto i segni della rinuncia, sfociando inevitabili nei suoi parti, e già qualcuno lo imitava ― fallendo, inevitabilmente fallendo poiché la vocazione è un moto inconquistabile, di sofferenza perpetua, un sigillo dello spirito proveniente dagli abissi dell’essenza ― che è inaccessibile agli uomini. Paolo Bima rappresentava l’essenza e la fatica, la piena abnegazione: isolato, non si può dire giovane poiché la gioventù è un dominio del mondo. Dietro la patina cristallina del viso segnato, una parte del mondo cercava di mascherarne la qualità ammonitrice prostrandoglisi, lusingandolo e cercando di comprenderlo, ma era inutile poiché, come i morti, i tesori degli uomini costellano la vanità, che soddisfa gli animi sottomessi alla propria epoca. E di eccentricità, di mediocrità, di sottomissione o di mondanità in Paolo Bima non c’era traccia come non ce n’è in un’anima immortale. Tutto il suo tendere somigliava piuttosto alla discrezione, alla modestia, al silenzio ― come volesse essere lasciato in pace, forse desiderando un’esistenza comune, esigendo persino la vita d’un uomo normale che non geme di quegli afflati che in lui governavano così biechi il sonno senza pietà, che si spingono ripetendosi, imitandosi…
 Così Paolo Bima si spense. Lì lì dall'iniziarsi, l'indomani avrebbe visto un'opera inedita; il mondo rumoreggiava, le invidie scalzavano le energie che avrebbero potuto sublimarsi in un che di fertile. Le tensioni degli uomini circolavano tra i limiti delle loro offese, le loro pulsioni erano soggette agli stati annichilenti dei loro compiaciuti torti dove si esaurivano le intuizioni, le creazioni artistiche cedevano, sparivano. Il mondo si svegliava.