giovedì 27 marzo 2014

La Giostra della Morte


E l'uomo alzò le inferriate dell'ordine assoluto, e qui escogitò le ragioni per giustificare la propria esistenza.
L'archeologo fissava con sospetto lo storico poiché lo storico assegnava una sincronia, una narrazione secondo logica umana, una sequenzialità alle cose che in realtà non possedevano logica né sincronia né sequenzialità, che affondavano le loro origini nel buio del “tempo profondo”; il filosofo guardava dalle distanze compiaciute della propria dialettica, e da quelle del proprio disprezzo, lo scienziato: l'esclusiva ragione di questi consisteva nel non inventare una spiegazione sull'esistenza umana o sull'esistenza tout-court. Il religioso poi prese a battere il filosofo, che nelle sue invenzioni mancava di nominare Dio quale artefice delle cose, poiché era necessario trascurare la sostanza delle cose attraverso la spiegazione divina. Si rifugiò allora, il teologo prima ancora del religioso, nel dialogo con le cose prive di corde vocali.
 
La vita fu allora una giostra mortifera che perde bare ad ogni svolta. I raggi del Sole, il gatteggiare delle stelle lontane, gli incessanti mormorii delle acque, le gocce che fan luccicare i luvertin piegati dal peso di quelle gemme che volatilizzano al calore della primavera e le altre gemme che, dure, brillanti, rendono figure fragili sui rami gelati bianchi dell'inverno, diventarono una sorta di favola proveniente dall'anticamera dell'esistenza.
Gli uffici della giostra risultavano terzi alla meraviglia dell'ignoto cui ciascuno proviene, cui ciascuno è destinato, la sospensione dallo stupore millenario si fissò in essi: incastrati nel ginepraio sterilizzante delle circolari, esauriti nell'alterigia alienante degli attestati, sbiaditi nel nominare ogni cosa per ogni cosa prezzare, devitalizzavano la straripanza della vita attraverso il giogo dei bolli, delle carte, delle certificazioni.
Ma accadde che una placca sopra un'altra placca frenasse il gioco mortifero: si sciolsero i legacci, le carte sbiancarono, crollarono le ragioni create per giustificare la propria esistenza e crollarono intere nazioni di fronte alla dolcezza di un verso. La gara delle parti, la competizione dei ruoli, nel girare delle glorie, degli onori, dei gradi sociali, si interruppe. L'impero si sciolse, la stasi diffuse principi di coscienza, ma riprese ancora, secondo una equivoca logicae rigor mentis, la furbizia a spandersi tra i vuoti dell'intelligenza, la superstizione germinò tra i vuoti del sapere, e ancora si instaurò in ogni dove il gioco dei ruoli.
Il filosofo riprese a battere lo scienziato, il professore riprese a diffidare del religioso. Come avvenne tra il filosofo e lo scienziato, tra lo storico e l'archeologo, tra lo psicologo e l'avvocato, il disprezzo fu corrisposto e dissimulato con sorprendente insincerità; se poi il disprezzo era dichiarato, si vedeva che conveniva a certuni disprezzarsi reciprocamente senza pudore.
Allo scoprire un cosmo differente dal proprio, all'intuire una prospettiva significativa quanto e più della propria, all'immaginare alibi differenti da quelli sui quali ci si sostenne e che avrebbero svelate la natura delle ragioni giustificatrici e l'asprezza, la frivolezza delle azioni umane, l'individuo avrebbe ottenuto una vertigine e, come il console Buddenbrook, avrebbe riposto il libro della rivelazione sullo scaffale - per riaprirlo mai più.

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Il poeta. Egli fu il solo ad attendere la morte con l'aria di chi vive e rivive nel raccontare le cose del mondo. Le folli ragioni per cui gli uomini assegnarono una giustificazione per i dolori, l'ostinazione nell'esaltarli ricoprendoli con nuovi dolori, gli alibi ai quali essi consegnarono la propria esistenza, si svuotano nella parola di quelle lingue appartate di quelle creature marchiate dall'inadeguatezza in ogni tempo.
Così chiariti, gli alibi si svuotarono della loro ragione esaurendosi quanto si esaurisce una lucciola di fronte ad un inimmaginato Sole. Quella stessa parola che fa crollare intere nazioni nella dolcezza di un verso svuotò di senso le ripetute ragioni ed il dolore trovò una parziale soluzione nella sua sola definizione. E muta, discorde, rosa di ruggine, si sciolse la giostra della morte.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Chissà se ti ricordi di me.
Gloria

Davinco De Mare ha detto...

Conosco una cara donna di nome Gloria che ha molto vissuto e che molte vicende ha affrontato, forse sei tu?
Nella presentazione troverai la mia mail... Almeno per non parlare all'ombra di un post dal titolo, e dal carattere, terrificante, che potrebbe urtare un poco.