mercoledì 14 agosto 2019

Din Don Dan - Avignon


 Sono teso. Un organismo continuamente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto.
Scopro un'aria sottesa tra ispirazione e esitazione in questa città dai teatri e dai vicoli con le targhe intitolate a poeti e artisti formidabili, che annienta o piega il tempo nell'ispirazione riflessa di questi uomini. Nell'infilare un vicolo che si stringe sino alla misura di una feritoia si scopre, oltre la strettoia, una piazza; si discendono gli scalini della piazza e si scopre un chiostro; lo si oltrepassa e si ritrova un carruggio che corre attorno l'intero perimetro interno alle mura della cittadella costruita su più livelli.

 Avignone, i vicoli che ho descritto stringersi fino alla misura di una feritoia e le piazze che si aprono alla fine di un vicolo, e il palazzo dei Papi che si mostra esteso ma discreto nella sua estensione e il carruggio che rende la città dei Papi raccolta nella sua discrezione, instilla un'aria di vertigine e di rivelazione. Non è raro che in una passeggiata solitaria, di notte, si senta il rumore di un diavolo che ha preso la nostra direzione; al voltarsi si scorge una vecchia signora magra, con i capelli lunghi, grigi, che parla una lingua che non è il francese. Sparisce.
Non si sa: l'influenza delle targhe titolate ai creatori plurisecolari che influenzano la passeggiata, non si sa. L'essere capitati nella cittadella in quel periodo estivo in cui si tappezza di manifesti per celebrare il mese del teatro, dell'artisticità sparsa per le strade. Non si sa. Neppure si sa se sia l'aria francese di una delle città più francesi della Francia. Si sa invece che i propri riferimenti subiscono uno scuotimento e che si vede un Kierkegaard in cima ad una scalinata ridere di noi, ma non si ha paura: una sorta di misconosciuta attrazione ci spinge a camminare, a inoltrarci per quel labirinto del quale conosciamo già le svolte ma che è impossibile da non percorrere. Ci si inoltra e svolta dopo svolta, muro dopo muro, le prospettive cambiano: la vecchia signora magra muta in bambina, poi in orco, poi in una pietra... Kierkegaard smette di ridere, compare Nietzsche...: dietro di lui il volto di Dostoevskij: entrambi, Nietzsche e Dostoevskij, ti fissano e si sprofonda nel labirinto che ha preso la forma di un girone. Ci si dice: “guarda la mia virtù s'ell'è possente, prima ch'a l'alto passo tu mi fidi”, ma già 'sé stessi' ci giunge come un'eco lontana, perduta tra risate, pianti, allegrie scordate e le tue mani sono vuote: è la perdizione, tutto sfoca e prende forma un disegno dai confini incerti, carico di una sensazione di delirio. È il disegno, parrebbe, della tua vita... Ma nel fondo del girone c'è una scintilla che ti mostra lo scenario di un Petrarca che incontra la sua Laura proprio qui, in Avignone, in quella chiesa di Santa Chiara dove hai sospirato per un uomo che dormiva sotto un cumulo di cartoni. Prende vita lo scenario di una peste che si aggira per l'Europa e che, uno alla volta, fa cadere gli abitanti di questa Avignone popolata ormai soltanto da un quarto dei suoi abitanti: il resto sono casse che si alternano, corpi che scompaiono, bolle di un papa che intima di non bruciare gli ebrei “poiché essi si ammalano come noi”. Sono il pianto di quel Petrarca che con Dante e Boccaccio diedero dignità storica alla lingua che sto usando per dire come a volte ci si perda per riscoprirsi e per ricordare, con questa lingua, la scomparsa della sua Laura per via della peste. Sono quella vita per la quale il sipario che si vorrebbe calato è troppo corto, troppo stretto, ed a volte lascia intravedere la vastità intrisa di un'allegrezza così crudele da farla sembrare arcaica, percorsa da tratti che fanno tremare e che di fronte ad una ricetta per farla quadrare si ribella e suggerisce: “Io sono eterna, non mi puoi contemplare. E mi fuggo tuttavia.” E si fugge la vita, tra le svolte di un'Avignone improvvisamente stregata, la tensione sfumata e la vita svelata.

domenica 11 agosto 2019

"Canzone in Cerca di Musica"


 E andiamo per le strade che sanno di neve
tra i brividi d'un Sole fatto fantasma
mentre dietro le spalle abbiamo le nostre sere,
ad ore ad ore perdute tra le sensazioni vere.

 Ora Lucilla guarda ancora il vuoto delle mani
che mi tendeva col respiro rotto dall'asma
e tu guardi lei mentre noi andiamo ormai lontani
a cercar tra i borghi la traccia di pochi cani

caduti di notte senza i voli dei gabbiani,
quei gabbiani che non stanno sul mare:
cara amica vanno a cercare tra le vuote confezioni
ancora un poco di voglia d'amore, di sogni d'amare.

 E ancora la neve riduce gli spigoli e le lame
a curve rotonde: rende gli angoli spioventi,
mentre lei occhieggia ad un dolce incerto dolore
tra le scarne mani ed il vuoto tra le dita.

 Ma ricordi forse la fontana in primavera,
quadri bucolici di acqua e di verde senza fine
dove i canottieri fan la riga al fiume
e tu sdraiata sui prati, le rive, il Sole;

ma no: sulle vie coperte di neve
camminiamo con le tasche di ricordi piene
e il vuoto nella pancia. Ancora Lucilla
ci guarda e ci chiede una muta risposta

ch'ella sa che parla di noi, ancora e ancora,
sinché la sera tornerà e qui sarà il fuoco...
e qui sarà il fuoco...

giovedì 18 luglio 2019

Le Tre Gemelle


 Su una grande isola di un piccolo mare, in una famiglia che da sempre era – e per sempre avrebbe voluto restare – contadina, nacquero tre gemelline, tutte e tre molto particolari. La prima teneva gli occhi sempre aperti e non dormiva mai; la seconda aveva sempre gli occhi chiusi e tutto quel che doveva fare lo faceva nel sonno; la terza teneva, di giorno, l’occhio destro sempre aperto mentre l’altro restava sempre chiuso. Di notte apriva il sinistro e sognava con il destro.
Le tre sorelle divennero grandi e, stufe d’essere sempre osservate da tutti, decisero partire per raggiungere ognuna la regione del mondo che più le piaceva. Ognuna si creò la propria strada: la prima divenne un buon giudice, la seconda si incaricò di dare un letto a chi non l’aveva, la terza iniziò a scrivere storie fantastiche; ma a tutte e tre, nonostante fossero state pienamente accettate dal luogo in cui vivevano, non si presentò mai un principe, e tutte e tre si sentivano sole.
Per via di un forte legame empatico, quando la seconda sorella era al culmine della tristezza, alla prima lacrimavano gli occhi ed alla terza, anziché i soliti sogni, nell’occhio chiuso nascevano molti incubi. Le tre sorelle decisero allora di incontrarsi e di cercare un medico esperto in empatia. Trovatolo, si recarono da lui e, quando lo videro, ognuna di loro pensò d’aver scoperto il proprio principe. Il medico non fu da meno e si innamorò di tutte e tre, ma pensò che esisteva un problema, sia di cuore che di empatia: lui aveva un solo cuore, mentre i cuori da amare erano tre. Come avrebbe potuto dividere il proprio cuore senza rischiare un infarto?
Alla ricerca di una soluzione, il medico prese le cartelle delle tre gemelle e si rinchiuse in un laboratorio stretto e lungo lungo, che aveva una piccola porticina di ingresso.
Trascorsero giorni e giorni. Ciascuna delle tre gemelle coltivò dentro di sé una propria fantasia su quel principe, e la fantasia divenne talmente vivida che nessuna delle tre riuscì più a contenersi. Quando il medico le chiamò, felice di aver trovato una cura, le tre donne corsero a perdifiato verso il laboratorio, ma nella foga di rivedere ognuna il proprio amore, si scontrarono sulla piccola porticina di ingresso. Ci fu un grande patatrac ed un enorme patapumfete. Il principe vide poco e capì ancor meno. Quasi soffocato dal fumo dell'esplosione, sentì che qualcosa gli era rotolato contro i piedi: si chinò e, con meraviglia, si accorse che erano sei occhi. Allora corse verso la porta; correndo urtò altri “qualcosa” disseminati sul pavimento, ma non se ne curò e continuò a correre, ad agitare le braccia per mandare via il fumo che profumava stranamente di mare. Quando finalmente giunse sulla porta e quando finalmente il fumo fu sparito, vide che non c’era nulla. Guardò il suo laboratorio e capì che i “qualcosa” urtati poco prima erano arti, braccia, seni.
Triste, il medico raccolse i pezzi capendo cos’era successo e pensò che forse c’era ancora rimedio. Li posò sul tavolo e provò a rimontare i suoi amori, ma proprio quando iniziò ad incollare le varie parti di quei corpi ridotti a cocci, comprese che qualcosa non tornava in quei cocci. Mentre era intento in questo lavorio di raffazzonamento, la porta del laboratorio volò via improvvisamente, il laboratorio scomparve ed una strana nebbia lo avvolse. Il principe svenne.
Non si sa per quanto il buon medico restò svenuto, e non si sa nemmeno cosa poteva essere capitato, ma, quando si svegliò, si ritrovò in un luogo diverso dal suo piccolo laboratorio. Si guardò intorno, l’aria era buona, lui era su una spiaggia ed il tempo era bello. Si alzò in piedi e, appena fu diritto, qualcuno alle sue spalle gli coprì gli occhi. Lui si voltò e vide una delle tre gemelle, completamente guarita, che gli sorrideva tenendo sottobraccio una cesta piena di pomodori.
Dove si trovano le tue sorelle?” domandò il medico.
Mio buon principe, sono io le mie sorelle. A lungo ho vagato tra le regioni del mondo, per tanto tempo sono stata attratta dai canti di sirena che il mondo mi proponeva ed a lungo mi sono sentita divisa. Se piangevo con un occhio, con l'altro ridevo; se un mio occhio sognava, l'altro nominava le cose così che non potessi sognare mai; e se il mio occhio destro vedeva una cosa, il mio occhio sinistro non la guardava.”
Mi ricordo di quel che mi stai raccontando,” disse il medico, “mi ricordo dei tuoi occhi, mia dolce Ellise, e mi ricordo che cercavo di aiutarti. Poi non ricordo più nulla.”
Mi parlasti di una porta molto stretta, mio dolce principe e mio medico, mi dicesti che, accanto a me, ti sentivi come se ti trovassi in fondo ad un corridoio molto lungo e che io restavo al di là di una porta molto stretta, tanto distante da te. Poi qualcosa avvenne. Dal momento che eri distante da me, dovetti concentrarmi per riuscire a vederti: i canti di sirena si ruppero e rotolarono ai tuoi piedi, ne rimasero tanti frammenti che tu iniziasti a raccogliere per ricomporli, ma ciascuno di quei frammenti era venefico e ti dava le vertigini ogni volta che lo toccavi. Cominciasti a perdere la ragione, io temetti di perderti.”
Oltrepassasti allora la porta stretta?”
Sì. Ed allora mi sono ricongiunta a te e mi sono ricongiunta a ciò che preesisteva agli scenari, alle promesse, alle aspirazioni portate dai canti del mondo. E mi sono ricongiunta a ciò che continuerà ad esistere quando questi canti si esauriranno.”
Ma noi esisteremo ancora?”
Noi esisteremo sempre perché da sempre esistiamo.”
Ed il mondo?”
Il mondo cambierà ancora e ancora. Si inventerà nuove aspirazioni che poi si perderanno; esaltato dalle proprie idee, scanserà la memoria di sé e ripeterà gli errori che già fece in passato; si farà superbo e tracotante e sarà governato dall'irrequietezza; poi crollerà per rifarsi ancora e ancora.”
Sino a quando durerà questo mondo?”
Il mondo è privo di durata perché è fisso come una cartolina che non può uscire dai suoi margini. Fosti tu a mostrarmi questo segreto, ricordi mio artista dell'uomo, mio medico e mio principe?”
Forse ricordo qualcosa, ma ora è un altro momento e quella parte di me l'ho scordata.”
Ti comprendo. Ogni creatura umana è l'insieme di più universi ed il mondo vero permette ad ogni creatura di esprimere ciascuna delle dimensioni che porta in sé, a differenza di quel mondo popolato dai canti di sirena, dove ad ogni creatura viene concessa una sola dimensione da esprimere durante la maggior parte della sua vita. Per questa ragione regna l'infelicità e per questa ragione si perpetua l'ingiustizia tra coloro che ancora sono sedotti dalle promesse di ciò che durata non ha.”
Ora dove andremo?”
Ovunque.”

lunedì 15 luglio 2019

Surfing in the Dark


 Il Sole si oscura, le nubi son tanto fitte da essere dure come iceberg (neri): si staglia sull'oceano un barcone rattoppato, scapicollano dal ponte intere vite umane nelle acque senza fondo, gelide e mortali, dell'oceano d'ombra. Arti, cuori, vite si squagliano nell'infaticabile tritacarne dell'umanità.
La barca attraversa le onde, i flutti imperversano contro la chiglia, i rami e le vele penzolano lacere lungo la murata e ai bordi della poppa.
Più della zattera della Medusa, più della traversata della Ballata del Vecchio Marinaio, più di una lotta con un marlin, più dell'affanno di un Gregor imprigionato nel catrame del proprio morire, i fumi velenosi si sfogano dall'acqua fangosa, pesanti come pece si diffondono nell'aria buia di una notte feconda di false aurore, che esauriscono i cuori innocenti, savi, terzi al clamore dato dalle grancasse del mondo. L'oceano porta il volto di una tempesta dell'anima.

“Ohimè ohimè, Carmelina, ohimè!” grida tra le strida una voce. Emerge tra i boati dei flutti la voce.
Sola, uccisa, geme ancora flebilmente, spossata, emette l'ultimo fiato e spira una bambina senza più occhi, rivoltata dalle acque, gonfiata negli organi interni sino a farle esplodere i polmoni. E cadono dalla barca vite mai compiute, schiaffeggiate dalle vele stracciate di quella esaltante promessa.
 Priva di stelle polari che ne traccino la navigazione, ormai in balia di un tormento senza posa, priva di quelle coordinate secolari che rischiaravano la traversata impedendo la comparsa del principio annoso di imitazione della storia, l'umanità si imbarcò operosa. Fu allora che vecchie costellazioni che regolarono la sua navigazione vennero rinominate: gli antichi miti, i passati riferimenti, i nomi secolari stagliantisi ogni notte nel cielo, suscitavano un conflitto disagevole agli uomini in vita, orientati a trattare con nomi quali GlaxoSmithKline, Monsanto, BCE ed una serie articolata di ulteriori acronimi – sigle figlie del mercato mondiale.
Quando esse, le creature umane, volgevano gli occhi al cielo smarrendosi di fronte a nomi che esse non riconoscevano più: Cassiopea, Sirio, Andromeda e altri nomi ancora, nella vertigine data da quel conflitto tra il passato narrato dal cielo, che avrebbe dovuto parlare di un eterno presente, e le stelle terrestri tra le quali vivevano, esse, le creature umane, decisero che le costellazioni del cielo dovessero essere rinominate. Fu allora, su quella volta che regolò anticamente la navigazione, che si impressero nuovi nomi alle costellazioni, nuovi battesimi ebbero vita: Standard&Poor's per indicare l'antica costellazione del Cigno; spread per definire la Croce del Sud; Microsoft in vece dell'Orsa minore, separata di cinque misure da Google, la vecchia Orsa Maggiore o Grande Carro. Nestlé in loco di Orione.
Morirono i miti sopravvissuti nel cielo.
Dopo Dio, anch'essi furono suffragati dall'ombra del mercato, che ogni cosa nominava per determinarne un prezzo e disporla alla vendita, subordinata al sistema della circolazione del denaro. Così nominata, così circoscritta, così definita ogni cosa avrebbe perduta la propria caratura misterica, che era in linea con l'essenza della vita e dell'esistenza; e ogni cosa avrebbe ceduta la propria sacralità. Ogni cosa divenne prodotto, ogni cosa cadde nel regime di causa-effetto che corrisponde ad una rete che l'essere umano si assegnò per svisare la sostanza cangiante del proprio sé, priva di ragione comprensibile al suo esistere. Per farsi cieco e sordo qual è l'essere brutale che di ogni cosa ne traccia un confine appellandola in un motto, per cacciare nell'oblio le grandezze che gli regolarono le primordiali tensioni, l'essere umano si diede la propria estinzione infilandosi in una via buia. Fu che, scrollatesi dal cuore, dalla memoria, dagli occhi intere costellazioni, la barca batté l'oceano dei demoni, degli spiriti e degli spettri sempiterni – vera essenza per cui l'essere umano incontra il principio della propria esistenza – e pensò, l'essere umano, di acquistare la libertà distruggendo i nomi del passato. Ma, sbarazzatosi della memoria del passato, perse la parola e, perdutala, muto rimase nel confronto con gli spiriti, nuce della sua esistenza. Perché esiste esclusivamente quel che si può immaginare.

Ora, più pesanti, inette, le creature umane navigavano nell'oceano della loro vita buia, preda di una rediviva Babele dove ogni cosa, proprio perché i vista, si fece impenetrabile.
“Francesco... Laura... Silvia...”
Ovunque bocche irretite che più nulla dissero, occhi che più nulla rifletterono. Si comminarono elenchi di frasi, formule invitte scivolarono tra i denti che si palesarono in ogni immagine di sé, dannati spiriti si avvicendarono sulla plancia, esaltazioni contro esaltazioni si sfracellarono nel giro di una instancabile finzione, felicità nate da una consueta formalità, mostre di pose vincenti ad ogni incontro e smarrimenti e inadeguatezze, alienazioni e frivolezze, sensi di colpa e incertezze visibili. L'originalità sfumò tra le righe di un programma; la vita si svuotò tra le schede di un protocollo. L'algoritmo batté il tempo agli uomini. Dì e notte furono sogni raccontati da altri, non più ricordi, mai più presente. La produzione divenne continua, si svisarono i circadiani, le paratassi si fecero comuni, le schedine atte a ridurre interi universi umani divennero prassi.
“Francesco... Laura... Silvia... Non vi vedo nella nebbia! Gridate il vostro nome, gridate quella cosa orribile che, sussurrata da voi stessi a voi stessi soli nel letto, prima di dormire, al buio vi fa tremare sin nel midollo: il vostro nome, gridate l'orrore dell'ordine che mai si è domandato. Gridatelo, vi prego, gridate questo orrore così che vi possa trovare nella vostra verità!”


 La chiglia spezzata si produsse in un fragore. Un ammasso spumeggiante sommerse il ponte. Si scardinarono le balaustre sotto la spazzata del buio oceano; rigurgitante, l'oceano sciolse ogni vita umana per inabissarla eternamente in un gelo senza luce. Ancora qualche voce portò il vento sino ai bordi di una landa mai nominata, per il resto fu l'oblio di una Castalia mai sfiorata.

venerdì 5 luglio 2019

La Sinistra e l'America - United States of America: USA (Nazione col Nome di un'Azienda)



 Dal momento che amo molto l'opera di complottisti quali furono Giorgio Gaber e Fabrizio De André, e dal momento che questi complottisti attinsero sovente dalla letteratura romanza mondiale, da Dostoevskij a Pessoa (il primo, soprattutto, fu un vero e sincero complottista, precursore di quella cosa complottista al massimo grado che si chiama psicologia, ossia “l'arma a doppio taglio” così chiamata dall'avvocato Fetjukovič – occhio al significato portato dai nomi dei personaggi creati dall'autore russo – il secondo, nel suo Libro dell'Inquietudine diede sfoggio della propria caratura di complottista, quasi da Gran Maestro del Complotto, tant'è che Gaber trarrà quel “due miserie in un corpo solo” espresso in uno dei suoi monologhi di carattere politico più famosi: Qualcuno era Comunista), e poi da Gide a Sartre a Cèline e via discorrendo, propongo qui l'apoteosi delle istanze complottiste o complottarde, che, attualmente, destano schifo e fastidio nei salotti bene di ogni schieramento politico – i quali salotti rappresentano non ideologie politiche che hanno - essi sì – superate da un pezzo, almeno da due secoli vista l'inclinazione per gli affari monetari, ossia il prezzamento di ogni cosa che esiste nella rappresentazione umana e la desacralizzazione di ogni aspetto della vita.
 Si tratta di un monologo di Gaber, così caro al cuore di chi ancora conserva una visione esistenziale di sinistra, la quale visione era, e spero sia tuttora, animata da una profonda critica agli imperi, soprattutto, nella storia recente, all'impero americano il quale, va ricordato, è l'unica nazione ad aver sganciato due bombe atomiche sugli esseri umani, ha fatto guerra per 222 dei suoi 239 anni di storia (dato al 2015), annovera Stati i quali hanno ancora a regime la pena di morte (Beccaria, secondo il loro ordinamento giuridico, non sanno tuttora chi sia), privilegia i ricchi e disprezza i poveri come se questi ultimi fossero colpevoli – sistematicamente colpevoli – d'esistere, ma certamente convengono ai nobili (leggi: proprietari terrieri e capitani d'industria, per dirla con Thomas More), esalta la cultura dell'individualismo senza freni dove vige la regola: “se al momento mi dà un personale profitto è giusto in assoluto”, del consumismo privo di diritture etiche che siano collettivamente sostenibili, dove trionfa il materialismo più pragmatico il quale riduce i sogni e l'idea che non ogni cosa debba essere destinata ad una comprensibile utilità, come l'arte ad esempio, a uzzoli e capricci e “divertissement”, e degrada le sensibilità interiori chiamandole debolezze, così come travisa le gentilezze chiamandole avances: è permeato di un pensiero prettamente calcolante, orientato al profitto individuale che si fonda sul pieno materialismo, dunque è chiaro che non vi sia la concezione della gentilezza quale modo per stemperare formalmente il dolore cui ogni essere vivente incontra durante la propria esistenza.
 Spero siano sufficienti questi pochi, sintetici punti per indicare idealmente quale sia la portata del lavoro che ancora attende l'interesse delle persone più attente del nostro tempo e del tempo futuro, in favore di una maggiore distensione del vivere umano. E la natura sarebbe altresì grata ad una simile riformulazione dello 'stare al mondo' da parte degli esseri umani.
Buon ascolto.




sabato 29 giugno 2019

(...) falsis nominibus imperium (...)


Dalle distanze dei tuoi occhi
che più mitezza cantano,
dei tuoi occhi che più riserbo odono,
vivi.

Cosa resta delle sparute dolcezze,
dei caldi sensi (segreti, pudichi)
nell'agitato nitore di questa ferina
diaria, nel giorno cieco – cieco,

che apre i tuoi occhi
all'assenza – di bordi – di penombre
erotiche perché discrete
di chi regge interi universi
nel silenzio, terzo al clamore – mistero millenario

di un ascolto nel grido
di chi voce ha perduta, tu vivi.

mercoledì 22 maggio 2019

I Miserabili


 Fintanto che un uomo, agli occhi degli altri uomini, apparirà modesto, discreto, ingenuo, gli altri uomini si adopereranno per rovinare quell'aria che egli esprime; lo tortureranno, gli diranno “bravo”, “bel lavoro”, si spenderanno in falsi elogi di fronte ad un lavoro che non gli sarà ben riuscito e muti, distanti, freddi rimarranno di fronte ad un lavoro che gli sarà invece ben riuscito; così lo illuderanno, procurandogli il danneggiamento nel fargli credere d'avere qualità che non possiede e così toglieranno a quell'uomo il riconoscimento quando le sue energie son state ben spese. Faranno finta di non vedere quando egli è malato e spargeranno voci maligne quando è felice.

 Tali sono gli uomini che hanno una clava al posto dell'animo, che esibiscono gusti di dubbia estetica e che ancora non intendono d'essere essi stessi responsabili del mondo di cui lamentano l'invivibilità; e lo sono nella misura in cui pensano d'aver sofferto più del proprio vicino, che nel frattempo non si scalda d'inverno, mangia una volta al giorno un piatto di pasta in bianco e non ha avuto genitori che gli finanziassero gli studi - ad esempio - e che gli dessero quella tranquillità per poter operare esprimendo sé stesso nel mentre che essi si preoccupano di quanto dovranno pagare di tasse sulle loro proprietà immobiliari e terriere. E ancora nascono uomini simili.

mercoledì 8 maggio 2019

Competitività e Sistema - La Formazione Medica



 Cara compagna di vita, cara amica,

sai che comprendo quale sia lo stato dell'arte al riguardo dell'umanità occidentale nel suo complesso; e quel che mi hai riportato è un rapporto breve e fedele di ciò che si vive giornalmente. Le occasioni fatte di comprensione, di ascolto e di umanità sono ridotte a pochi, rari ambiti. Ipocrisia e spirito di convenienza, furbizia e opportunismo, superbia e ignoranza, disattenzione e pigrizia, omissione e viltà dominano la maggior parte degli esseri umani di questo tempo: l'esito di un regime simile sembrerebbe scontato, lo sai.
Quel che si può fare è raccogliere le proprie forze, rimanere saldi nei propri principi e contrastare con coraggio quei moti che alimentano l'odierna disgregazione tra gli esseri umani, che li isola nel progressivo decadimento di quell'etica umanistica ormai rarefatta, spaiata tra pochi, isolati singoli, dove si dispone per essi un'esistenza del tutto materialistica, dove la morte sembrerebbe per essi la sola salvezza.

 Lo spirito di competizione di cui mi parli, vessillo assai disonorevole di questo tempo segnato dal dolore - dolore senza fine, conduce ad un'esistenza degna d'esser detta insostenibile.
Tu, in quanto medico, cara mia compagna, godi di una serie interminabile di prove che attestano questa mia affermazione: la tensione data da questo spirito di competizione, privo di per sé di una ragione che sia orientata nei termini della collaborazione tra gli esseri umani, dell'ascolto, dell'attenzione e del sostegno reciproco, crea un circuito di patologie e di psicopatologie diffuse, molte già nominate ed altrettante ancora da nominare. O, se preferisci, dirò "da protocollare". Del resto tu, in quanto medico, conosci direttamente quale sia la sostanza di questo spirito di competizione che ti hanno imposto di perseguire – lo conosci dagli anni della tua specializzazione in chirurgia, i quali sono stati anni che ti hanno sottratta a tanta salute e che hanno attentato alla tua visione complessiva delle cose - cosa, questa, che dovrebbe invece essere fatta salva a coloro che vorrebbero farsi medici e che tu avresti dovuto conservare.
Sì, eri allora obbligata a percorrere i "corridoi protetti" del corso post-laurea che, tramite le rigide diritture formative, ti rendevano del tutto simile ad un cavallo che gira intorno all'argano, senza che questo cavallo sappia cosa significhi l'argano, a cosa serva, costretto ad annichilire le proprie facoltà di quadrupede dove, tramite le bardature date dall'attività di rotazione, si atrofizzano nella loro negazione: sollevarsi sulle zampe posteriori, correre, arrampicare, sdraiarsi, rotolare, nuotare: tutto ciò è impedito al cavallo, se non vietato; tutto ciò significa iper-specializzazione; e tu eri obbligata dai voleri ministeriali, atti a farti ripudiare l'intelligenza che ti appartiene ed a cui tu appartieni, a divenire limitata nella visione complessiva che richiede la comprensione della vita umana, a farti stupida ripudiando la prima virtù del medico, che si può riassumere in queste parole: corpus hominis omnia orbis secum portat, medicus sapiens omnia orbis cogit gnoscere. Sì, il corpo dell'uomo porta tutto il mondo con sé ed il medico sapiente deve conoscere tutte le cose del mondo.
Se tu, dolce compagna, avessi provato a mostrare uno spirito diverso da quello che ti si imponeva di perseguire, saresti stata perseguitata.
Così ti hanno perseguitata come ancora oggi perseguitano i nuovi medici, impegnati nei corsi di specializzazione, rendendoli più deboli e meno intelligenti tramite la settorialità e l'esposizione, e la sottomissione, ad ogni sorta di svilimento personale e di mortificazione della stessa etica medica. Poiché pure l'attività medica, quando cede in toto allo spirito della competizione, abbandona la propria etica di cura e di sostegno degli individui per escogitare invece vie seduttive tali da attrarre gli individui e da renderli pazienti, meglio ancora se pazienti vita natural durante. E meglio ancora sarebbe se questi pazienti venissero travasati verso il comparto privato, così come fu già applicato dalle logiche privatiste del IXX° secolo e come sta avvenendo ora. Di nuovo.

Lo svilimento, la mortificazione. Quale essere vivente si ritrova più forte in seguito ad una lunga esperienza che, senza sosta, gli provoca ferite nella sua fibra intellettiva, nella sua trama caratteriale, nel fisico e nella sua caratura morale sin dalla più giovane età? Sarà vero che: "tutto ciò che non ti ammazza, ti fortifica", come ancora ripetono coloro che sono impegnati ad ammazzare, giusto per vedere l'effetto che fa; o sarà piuttosto vero che questo essere vivente, dopo anni e anni della propria vita trascorsi a ricevere traumi di variegata entità, si ritroverà incline ai malanni, fragile d'animo, cattivo nel concepire ciò che ha intorno, certamente confuso dalle incertezze con cui si è minata la sua personalità, corrotto nella sua genuinità, rabbioso come l'animale nato libero e, poi, segregato in una gabbia a suon di percosse?
Sì, lo sai anche tu che questo individuo in formazione, sottoposto a tali dinamiche che si possono definire irriflessive, dunque bestiali, sarà rabbioso e violento, il suo animo sarà carico di livore, mal inserito nel contesto societario; e lo so che una simile prassi, ossia svilire e mortificare gli specializzandi, per via di un mal riposto senso della virilità insito nell'animo di centinaia di strutturati e di primari ospedalieri, oltre che di specializzandi detti "anziani", viene tuttora svolta con la giustificazione delle "necessarie profilassi pedagogiche". Vale a dire: in funzione della costituzione caratteriale di un medico. Eppure risulta curioso che simili profilassi vengano somministrate secondo una più che discutibile discrezionalità: dipende di chi è figlio il tale specializzando o la tale specializzanda, dipende da dove e sotto l'ala di chi è nato – come si potrebbe dire in gergo; ed è altresì curioso che simili dinamiche siano esercitate maggiormente da quelle figure mal avvezze a parlare d'amore, cui anzi ridono di questa parola – figure che, per mio conto, rientrano nel novero dei cattivi maestri i quali, come già ebbe a scrivere More: "preferiscono battere i loro discepoli anziché istruirli"*. Del resto credo che si debba vedere con chiarezza, in modo cristallino, che simili atteggiamenti esprimono cinismo e fissazione, ossia debolezza e smarrimento d'animo piuttosto che apertura e perspicacia, acume e attenzione. E buona disposizione verso la vita.

 Cara amica, mia dolce compagna di vita, ti dirò che pochi e poche, oggi, usano il proprio coraggio per contrastare il deleterio regime della competizione; pochi e poche hanno compreso che nessuno ha mai ricevuto né ha mai sottoscritto volontariamente un modulo di partecipazione a questa “gara della vita” – gara in cui sembrerebbe precipitato l'intero mondo occidentale; e ti dirò che considerare la vita come se fosse una "gara" è il segno inequivocabile di un logorante, insostenibile, annichilente squilibrio interiore, tanto più che la storia umana dimostra l'esatto opposto. Ossia che la sopravvivenza degli esseri umani è imputabile esclusivamente alla socializzazione che trova il proprio cardine nella condivisione delle proprie storie, individuali e collettive, e delle proprie esperienze.
 Questi pochi e queste poche, mia dolce compagna, risultano oggi costretti ai margini e risultano sistematicamente incarcerati all'interno di una sempre più estesa galera a cielo aperto, così come ebbi già a scrivere una decina di anni fa in un mio romanzo; e la galera è fatta di sbarre più resistenti di qualsiasi metallo perché, essendo la vita dell'essere umano permeata nello spirito, esse sono fatte di idee; e se questi pochi e queste poche, spaiati come si presentano, privati degli strumenti economici per costituirsi in una effettiva organizzazione che si affermi istituzionalmente, ridotti a ruoli di invisibilità democratica e perseguitati dal maggioritario clima culturale che certo snatura e usura la loro psiche ed il loro spirito, se questi pochi e queste poche dovessero acquisire una qualche forma di rilevanza sociale e politica, stai pur certa che ad essi verrà posto un sicuro veto, li si perseguiterà togliendo loro la possibilità di autodeterminarsi, si produrranno campagne mediatiche che superano di gran lunga, per efficacia, risonanza e capillarità, il regime di quella che fu l'inquisizione, ci si adopererà a stipulare per essi un'interdizione dall'attività pubblica e dalla partecipazione sociale tramite un atto burocratico, giudiziario oppure medico, magari di natura psichiatrica, redatto ad hoc da quello stesso sistema che denuncia, ad ogni passo, la sofferenza di sé e che pur tuttavia si ostina a perseguire la via della competizione à gogo. E direi pure tout court.
La via della competizione conduce inevitabilmente alla guerra, come già avvenne all'inizio del secolo scorso; e tu sai che la guerra è già in atto nonostante che i dati relativi ai suicidi e i dati relativi all'uso di psicofarmaci risultino tuttora mal recepiti e mal trattati dal dibattito generale.
 Se non si comprenderà che non di competizione necessita la società umana, ma di collaborazione, il destino di ciascuno sarà segnato sempre più dalla sottomissione e dalla privazione.
In una parola: il destino di ciascuno sarà segnato sempre più dal dolore.

Il tuo compagno, D.


*Tratto dal libro Utopia, scritto da Thomas More - Libro Primo, Relazione sulla miglior forma di Stato stesa dall'illustre Tommaso Moro, cittadino e visconte di Londra, famosa città d'Inghilterra, paragrafo 18. (Pagina 37 del libro Utopia di Thomas More, pubblicato in Italia dall'editore Feltrinelli nella collana Universale Economica Feltrinelli - I CLASSICI - Terza edizione, novembre 2017, a cura di Ugo Dotti).

domenica 5 maggio 2019

5 maggio 2019 - Le Alpi, il Manzoni


Essa fu. Siccome immobile,
dato il freddo spiro,
stette la neve candida,
terza alle verdi spire,
leggera sul canto vivo
della terra che nascendo va,
muta gelando la curcuma
cresciuta nel nostro areale;
né si cura di altre orticole
quando cade sul cascinale
in dolce stagione a crescere,
la neve inattesa verrà.

sabato 27 aprile 2019

Moneta

  Riporto la prima e la seconda parte della conferenza tenutasi a Milano, presso la sala Pirelli del palazzo della Regione, il 18 marzo 2019.

Relatori: Fabio Conditi, Francesco Carraro, Valerio Malvezzi
Moderatore: Maurizio Blondet
Organizzatore: Raffaele Erba



sabato 16 febbraio 2019

Il Neofuturismo e i Sentimenti - La Guerra nel Cuore del Tempo


 C'abbiamo gli stracci che giocano col vento di questo tempo a disegnare nel cielo il nostro nome che ci sfugge, c'abbiamo le braccia piatte nel nostro contare ciò che crede di cantare contando le note che ti separano dalla tomba: i nostri occhi sciolti c'infradiciscono le membra mai vispe sul credo che ci beffeggia l'anima ad ogni sospiro stentato e i nostri cuor-di-balzoni s'estenuano tra le stanze a cubetti di quel materiale greve e fumoso, di quel tendaggio marchiato Buro Crazia che s'assottiglia, si definisce, ti scarnisce la verità di quel che sei e che più non hai. Poiché tu sei contato, sei deciso, sei formato - e hai da morì: l'ukase ti colse tra capo e cuore. Tanta la sacripanza del mondo dell'etica bambina, storpia lasciva del mercato, dove per ogni tuo fiato, che mai s'inquadra, un morto borsello di sterili cravatte conta gli spicci sulle trattenute della tua esistenza ancora non quotata. E mai si quoterà.
  E gridiamo ad ogni schiaffo dato sui pozzi che riflettono quel che non siamo; e gridiamo sottovoce, giusto un sospiro, e gridiamo parole d'etica millenaria sul far della sera. Nel dormire gridiamo, nel sognare. Amo.

  Ed intanto le vergogne sono monti caduti tra noi e le mai accese voglie; ci sanguinano le unghie, le palpebre s'arrotolano sulle nostre tristi teste e i nostri ciechi, sordi, corti tendini berciano assenti il silenzio che ci squaglia nel segreto di quel che non si dice, purché sia detto. E tuttavia esistiamo come esiste un tramonto nell'alba di un pomeriggio che non si sa quando si spegnerà; e così è il giorno di questa civiltà che muore nel livore di quel non parlare sopra la lingua a metà, sopra ciò che ormai si sa, di quel che ancora accadrà infin che 'l Veltro verrà nel mentre che già una scintilla nel cielo sta.

venerdì 21 dicembre 2018

Gioventù e Tensione: la Creazione


 L’encomiabile e avversata creatura volta alla labirintica solitudine, volta alla creazione, ora era smarrita: Paolo Bima, quarant'anni, era la creatura del sacro mondo dei cultori, il cielo delle lettere: lo fissavano con zelo e ammirazione, forse con sottintesa volontà di somigliargli gli uomini della sua epoca. Paolo Bima era uno scrittore con la sostanza poetica, la sostanza impenetrabile eppure viva d’un fondamento inesplicabile.
 Ventiquattrenne, spendeva i suoi giorni in distacchi tremendi dal resto delle persone, e scriveva. Cosa? I suoi primi fogli giunsero nelle mani dei “giudici” per chissà quale via: fu un terremoto. Una notte la porta della sua stanza si spalancò, ne entrarono nugoli di facce stringendo le sue bozze tra le mani; si affacciarono al capezzale del suo letto, dicevano: ‘ma si rende conto di cos’ha scritto, si rende conto?’ e, piangenti, accalorati, esaltavano la verità espressa in quelle righe fitte d’una precisione, d’una sognante e concreta puntualità che solo l’artista possiede - e Paolo Bima fu catapultato nel regno degli eletti, i silenziosi re degli uomini, così discreti, così mostruosi, forse malati e oscuramente brillanti: prodotti dell’umanità di cui l’umanità accusa eppur stima, talvolta con dispetto e con circospezione l’opera.
 Col tempo quasi il giovane scrittore ricusò la prima opera, sentiva che quelle righe passate erano un peccato, come troppo imprecise, troppo ‘folli’ pur se nella follia si ravvisa la prospettiva umana. Allora i suoi scritti iniziarono ad assumere una forma didattica, un che di educativo e mai pedante... divennero plastici, forse acquistarono una sostanza persino classica… Gli si ravvisava sempre più il distacco, l’ubiquità, la placida compenetrazione dello spirito, la tensione inclemente della riflessione. Gli tagliavano il volto i segni della rinuncia, sfociando inevitabili nei suoi parti, e già qualcuno lo imitava ― fallendo, inevitabilmente fallendo poiché la vocazione è un moto inconquistabile, di sofferenza perpetua, un sigillo dello spirito proveniente dagli abissi dell’essenza ― che è inaccessibile agli uomini. Paolo Bima rappresentava l’essenza e la fatica, la piena abnegazione: isolato, non si può dire giovane poiché la gioventù è un dominio del mondo. Dietro la patina cristallina del viso segnato, una parte del mondo cercava di mascherarne la qualità ammonitrice prostrandoglisi, lusingandolo e cercando di comprenderlo, ma era inutile poiché, come i morti, i tesori degli uomini costellano la vanità, che soddisfa gli animi sottomessi alla propria epoca. E di eccentricità, di mediocrità, di sottomissione o di mondanità in Paolo Bima non c’era traccia come non ce n’è in un’anima immortale. Tutto il suo tendere somigliava piuttosto alla discrezione, alla modestia, al silenzio ― come volesse essere lasciato in pace, forse desiderando un’esistenza comune, esigendo persino la vita d’un uomo normale che non geme di quegli afflati che in lui governavano così biechi il sonno senza pietà, che si spingono ripetendosi, imitandosi…
 Così Paolo Bima si spense. Domani un nuovo lavoro cominciava e il mondo rumoreggiava.

sabato 3 novembre 2018

Sed Fecimus


S'estenua lo scandalo tra le innocenti
pulsioni dei nostri esilî: grevi silenzi
su sterili rose, segreti giardini di grevi odori;

e s'apre il vuoto nei veli feroci di facce,
dove grida ormai secche assiepano genti
su piazze taglienti, su strade di vetro,

su turrite altezze scheggiate di voci - invise e storte.

E stralci e bit su costati sanguigni
sciupano i canti delle ferine attese
dei secoli veri che mai son più.

venerdì 26 ottobre 2018

Nemo Tenetur


Il sangue mio
mi guarda dalle radici delle sue paure,
ed io, protetto nella pelle mia,
mi guardo esangue sul filo di un tormento.

Lei, ancora vive, ancora m'attende
tra le righe di un sogno incerto,
sul far del finire. E lei mi guarda.

Ora, dalle mie mani, corrono attente le nuove illusioni,
in fila vegliano e attendono, vegliano e attendono.

Ora, il mio terrore si fa vela delle mie sconfitte e tu,
occhio sotteso nel silenzio di un deplorare, mi affliggi, infierisci
sulle gioie che son la maglia cieca del nostro morire.

mercoledì 17 ottobre 2018

Rinascere


  "E vivrai come uno straccio di carne disseccato al Sole, diverrai pulviscolo tra i pulviscoli, sparso ormai nel vento di un tempo falsamente fratello; la tua plurimillenaria conoscenza di sinderesi, tu in quanto essere umano, tu in quanto essere inviso da ciò che consuma la tua secolare esperienza di vivente, verrà vilipesa ad ogni tuo passo: un timbro senza posa, guidato da una mano senza volto, vaglierà ad ogni istante la dignità della tua esistenza. E vivrai con il fiato corto, con il petto chiuso, colla testa china.

 E così sarai per quegli esseri cogli occhi ormai spenti, con le lingue ormai aride, con lo spirito ormai separato da ogni che di vitale e di sincero, che popoleranno ogni ramo di un albero sul far dell'appassire. Così intenderanno la tua esistenza.

Ma:"


 
Quel che puoi dire: "grazie".
Quel che puoi fare: iniziare a vivere.

Sii libero, sii coraggioso.
Ricorda: ciò che è geniale ti rende geniale.
Ricorda: ciò che è libero ti rende libero.

Diffida di chi ti fa sentire inascoltato.
Diffida di chi ti fa dire: "non esisto".
Diffida di chi ti fa provare il disagio esistenziale.

Abbraccia chi onora la tua e la propria esistenza rivolgendo le proprie forze verso di te. Fa' altrettanto. Non ti curare di coloro che non considerano con accuratezza il tuo rivolgimento: sorridi, confida nel tempo.

Assegna un nome a ciò che vivi pur immaginando che non ogni cosa che incontri è nominabile, coltiva giorno per giorno la memoria, che si accresce con la tua volontà e con il tuo consenso, usa le intelligenze che ti rendono speciale: intuitiva, induttiva, emotiva; formati nel modo che più soddisfa la tua attitudine e ricorda che non si dà conoscenza profonda delle cose senza provare gratificazione e piacere; informati senza credere che il sistema informativo risolverà l'enigma della tua vita: questo non spiegherà la ragione della tua esistenza, ricordati che questa ragione è un mistero, contrasta i regimi che non sanno del mistero della tua essenza di essere umano vivente, sii consapevole che ogni essere umano soffre in quanto essere umano, ascolta, rifletti, rispondi, vivi sinceramente, non aver timore. Sii libero sapendo che la libertà non è indifferenza. Vivi.


Il video pubblicato risale al luglio 2013. Nando Ioppolo morirà il 6 settembre di quello stesso anno. Un ringraziamento sentito agli autori del video, reperibile su Youtube, ormai rimpallato da più canali, e realizzato da Reset Radio.

venerdì 15 giugno 2018

♪♫♪♪♫♪♫


Sul palmo della mano,
una foglia azzurrina di nuvola
ed un soffio chiaro
si tessono sul filo del tuo nome
sino al limite della mia ombra di vivente,
sino al margine di un'esistenza che non è
se non nel tuo respiro. Nel canto.

 

giovedì 5 aprile 2018

A Lei, a Te - E poi c'è il Mondo...


 Ma il tuo essere mi parla di un cosmo in crescendo, leale e veritiero.

 Quel cosmo che ho atteso, che ho incontrato solo idealmente dentro me, che ho tentato di far nascere e di far fiorire laddove fiori e nascite erano finzioni di mondi, universi senza fiato a me estranei, quel cosmo allora brilla, dilaga, si fa concreto nell'incontro con te.
Poiché in te è la voce di un canto che tocca le corde della mia intimità qual è quella che si è fatta passeggiare nell'esclusiva compagnia di un'armatura e degli incalcolabili tentativi di scoprire quei fiori e quelle nascite, che si sono spenti come si spegne una candela di fronte ad una finestra spalancata all'improvviso, dalla quale prorompe quel turbine dannato e non voluto che crepa i quadri, che brucia le tende, che divelle i pavimenti. Che è il resto.
E la candela, va da sé, che si spegne.

  Tu, invece, amore, sai far entrare l'aria nelle stanze del mio edificio ormai troppo isolato e distante da quel mondo violento, dove la democrazia è un'idea cui pochissimi eletti (e non intendo riferirmi al ceto sociale, la cui gerarchia oggi spinge forte anche nella più provinciale intellighenzia per radicarsi colpevolmente, ancora, nelle scuole e nei Municipi), cui pochissimi eletti ne sanno pronunciare con chiarezza la necessità siccome essi vivono, non so fino a quando, in una regione dove esiste giusto una beffa di democrazia, che è meglio della sua assenza. Tu sai far entrare quell'aria senza spegnere la candela e, con il respiro della tua accoglienza, rendi presenti le mie qualità nel mondo.

 Ma, mi chiedo, amore: perché il mondo?

martedì 20 febbraio 2018

?


 "Ma già incontrare una cosa idealmente non significa forse incontrarla veramente? Sì, lo so, questa specie di verità è già stata indagata ed è una verità solitaria, individuale, e perciò abita esclusivamente il cosmo della mia intimità e perciò ha gambe invisibili e un corpo fatto di cose bizzarre, che già son cose molto serie di per sé.
Perché non è forse bizzarra l'esistenza che sa ma non ricorda d'essere stata?


 Poi, però, questa verità può anche accordarsi con verità altrui senza che dell'altro si sappia nulla. E per non dire di quelle verità che saltano di qua e di là nel tempo, e capita di dire qualcosa che già fu detto allo stesso modo senza che ci sia stata un'effettiva influenza o una toccante suggestione. E capita che si pensi di essere visitati da spiriti santi senza nome, ma tanto veri. Suggestione ancora? E tra tutto quel che capita, è forte la sensazione che la realtà presenti lessici inaspettati.
 Del resto non ci si incontra dopo tanto tempo, casualmente, dopo essersi pensati - sentiti - senza che ci fosse una ragione facilmente accessibile, chiara, precisa, netta? E' avvenuto così, d'emblée, e ci si chiede da quali sorgenti sgorghi la nostra esistenza, intorno a quali cardini ruoti il senso del nostro trapassare il mondo. E ci si chiede se è possibile pensare di organizzare il mondo secondo un'unica verità quando la soluzione alla propria esistenza non la si sa. Sì, si chiama follia cieca, sorda, insensata questa smania superba di organizzare le vite in ragione di un orizzonte che non ha chiesto il nostro consenso per farsi presente. Insensata poiché il senso porta inevitabilmente ad incontrare il mistero ed il buon senso è cosa misteriosa di per sé, che è anche la cosa più ragionevole o quantomeno è la cosa più vicina alla verità che nulla si sa. Ma molto si ordina, si inventa, si ingegna con grande serietà - e molto si muore e molto si uccide con l'animo carico di questa medesima serietà.
 Ma è tardi, vado a dormire incontrando così l'altra cosa bizzarra: i sogni. Perché questa necessità umana, e non solo umana, di dover restare collegati, quasi senza interruzione e non sempre coscientemente, alle storie, siano esse reali o di fantasia? C'è un indovinello da risolvere, un rebus, un tranello. Non è il solo, lo so.
 Tanti interrogativi. Vado a dormire con le tasche rigonfie di curiosità e di perplessità e con la voglia di sognare quel che mi offre l'assenza di una storia."

lunedì 19 febbraio 2018

B


Ti attendo lungo le rene dove il tempo
diventa il sospiro di un'anima nascente,
dove il pianto si spegne nel risvolto
di un bacio, di una volontà morente.

sabato 3 febbraio 2018

Sin Bieri



Mi versado li pilio, li gustie, li ferni li lole secante.
Ai mi fiia: i ciala, ela ciala, ai stenua a l'overta... Li na ciala.
Mi sio ansin ore strie, siu no atendi a cia: na miena, la cada, l'ai s'ela ia ciala.

Oi mi fiia innì mi lela... Li giane ontende s'ei narave: soi scoverse a rorso, a rardo, a blia.
Ei so sarel s'amur, m'ei sai liela revai l'ela - i niur. I ciala.
 

martedì 12 dicembre 2017

Esistenza


E ti darò tre fagottini:

 - uno conterrà risate in briciole da disseminare sui pavimenti, sui muri e sui soffitti di quelle stanze cupe, oppressive, strette che si faranno incontrare;

 - il secondo ti darà una nuvola di visioni per quegli istanti in cui gli occhi saranno troppo corti, gli ostacoli troppo alti, gli orizzonti saranno bui;

 - nel terzo fagottino troverai l'amor oceano, che, se miscelerai alle briciole ed alle nuvole, ti darà il respiro di una vita piena, unica, sincera.

 E non ti curar dei soldi e non ti curar dei ruoli e non ti curar dei tempi dati da quelle briglie che ti rompono il fiato per renderlo d'un colore che non corrisponde al colore dei tuoi petali.

 Allora, se ti scioglierai dalle suggestioni date da quei tempi, da quei ruoli, da quei soldi creerai anche tu un mondo che contempli ogni colore, che è espressione genuina e originale della vita e, allora, quel mondo che avrai contribuito a creare sarà espressione di quella vita che pulsa nelle tue vene e che sa rendere il tuo sorriso voce di quella ragione universale dalla quale nasce la tua presenza e che dà un senso alla tua esistenza, che è la mia.

giovedì 10 agosto 2017

Gioca d'Amore


E che il suo cuore si aprì come quella rete
che mi diede un rintocco, un campanello
tra le gioie cui mi fuggirono gli occhi.

E tanto la dipinsi nei miei campi solitari
tra una notte che sa di me
ed una carezza che non cercai.

Mi dissero di trovare parole
che si sciogliessero come biglietti
fatti di panna e chiari come il vento.

Ma le mie tasche sfiorirono
e sfiorì con esse la voglia di dire
t'amo sul bordo di un paradiso.

Allora fu per me il canto
del suo occhio di rugiada,
la sua voce aperta.

E allora mi disse di andare
per le vie dove i fiori
sono tracce di giochi.

Così me ne stetti tra le distanze
che parlano ancora di un fiore
che mi dice di te.

E così fu nella tomba
l'attesa di un gesto
che avesti per me.

lunedì 3 luglio 2017

Vita


 Non so dire quale sia la voce del presente, ho l'impressione che il tempo giochi a nascondino con i giorni che abitano i visi che incontro. Voglio dire che le lontananze sono di casa la sera, il dì, sui visi che popolano queste strade deserte di vita. Ma a guardare bene, la vita, quell'aquilone senza fili che attraversa le nostre attese, è ancora su quei visi, e si mostra nello spazio di un tempo che corre tra un'espressione e l'altra. È così che il tempo gioca a nascondino con i giorni che abitano i visi che incontro ed è così che quella vita vorrei che saltasse fuori da quei visi, che si riversasse nelle strade... Ma si ode il fragore morto di una cascata rinchiusa in soffitta fintanto che si insiste ad esaurire quel che si vive assegnandogli un nome.

Abbandonarsi, a volte non c'è altra vita che questa.
 

martedì 27 giugno 2017

Sul far del partire


Tanto lo sai che raccoglierò ancora i tuoi visi lungo le strade che non sai, che non so, che ancora imparerò. E mi dici: “un'altra sera toccheremo quella Luna che hai messo da parte per me” e me lo dici con quel pianto che non fai nel silenzio che non sei. Perché nel mio letto non dormono più le voci che mi dai. E mi darai ancora l'assenza del guardarmi senza dirmi mai: “ti vedo con gli occhi che non hai...” raccogliendo lontananze sulla porta di una strada che non porta a te, che sa di me.

mercoledì 10 maggio 2017

Indovinello


Gridiamo con la forza dei nostri silenzi
nell'incrociarci delle vie che sanno di noi,
dove perdiamo il sogno di una rinuncia
senza quell'abbandono che ci sveli,
senza ossessione, quel che non siamo.
 

venerdì 5 maggio 2017

Estratto da: "Ombre di un Dio Sospeso"


Quello che sarebbe stato il futuro padre di Chiara, da ragazzino aveva frequentato il catechismo del paese di D..., ed una volta – davvero solo una volta - aveva fatto il chierichetto alla messa domenicale delle sei, quando c’era poca gente. A nessuno confidò mai con quale emozione, quell’unica volta, avesse atteso il momento delle due note frasi: “e prese il pane…”, “e prese il calice…”, per togliersi lo sfizio di suonare il campanellino della funzione, rintanato, tutto accucciato sotto l’altare. Tuttavia anche lui, come molti altri bambini, escogitava delle astuzie per mancare alle ore di catechismo.

Siccome venivano saltuariamente organizzate gite al monastero di… o al luogo dove…, per "schissare" il ragazzino compilava un foglietto dove si spiegava che per quel sabato i ragazzi dell’oratorio sarebbero partiti con il pulmino per andare alla Chiesa della... a fare il…. Portato il foglietto alla madre, le diceva che non era necessario andarci: così lei non l’avrebbe mandato, per quel giorno, al catechismo. Certo, come trucco era infantile e sicuramente la madre sapeva che il foglietto era un’invenzione del suo figliolo e che le lezioni di catechismo si tenevano anche quel giorno, come sempre, negli stanzini ecclesiastici. Ma sapeva pure quanto fosse importante per il figlio poter andare a giocare al campo davanti a casa con altri bambini che, al catechismo, si facevano vedere ben di rado. Del resto non è che fossero una gran perdita quelle ore evitate anzi, di ciò che veniva insegnato talvolta i bambini ne facevano confusione... come quella volta che vennero a sapere che la gravidanza di Maria, la Madonna, si imputava ad una cosa chiamata conceptio per aurem e, cercando di creare essi stessi un nuovo, strano Gesù, misero nell'orecchio di una bambina quattro formiche che uno di loro aveva giurato di sentir parlare. Ma quando misero le formiche nell’orecchio della bambina, la prodigiosa gravidanza che si attendevano non si manifestò: successe che una di quelle formiche pizzicò la parete del condotto auricolare arrivando ad infiammare persino il nervo acustico-vetibolare della poverina, la quale fu portata al pronto soccorso con grande spavento di tutti. Il miracolo fu che i tre bambini non vennero puniti, ma giusto giusto una tiratina d’orecchi... E non si azzardarono più a combinare uno scherzo del genere, continuando però a chiedersi in quale modo, allora, la Madonna fosse rimasta incinta.

sabato 29 aprile 2017

Abc


 "Ti hanno raccontato che per esistere, in questo mondo devi perseguire a, b e c. Quando saprai di aver perseguito con soddisfazione a, b e c, quando lo spirito suscitato dalla suggestione di queste coordinate sarà esaurito nella loro indagine e nella loro definitiva presa, l'esistenza sarà da te percepita come una cosa indefinita, insostenibile. E sterile.
Aride e invitte ti sembreranno allora gran parte delle cose del mondo.



 Allora, se quel sentimento in te già presente prima che vivessi il periodo in cui ti spendevi per soddisfare a, b e c: sentimento proveniente da una dimensione terza rispetto alle forme che hai perseguite, in accordo con il carattere della tua essenza, avrà ancora effetti nella tua memoria e ti sarà accessibile, sarà allora quello a far di te un individuo per cui il mondo nutrirà o indifferenza o invidia e più raramente ammirazione, plausibile e rara nelle sue manifestazioni. Soltanto se saprai farlo rivivere, però, quel sentimento che si avvicina al mistero della nascita, quando il tempo era la tua ricchezza, fanciullo.

  Lì sarà l'occasione per cui rendersi vorrà dire penetrare i secoli e i millenni con la serena vocazione contemplativa di chi sa, del mondo, la sua apparenza; quella sarà l'età dove i moti animati dal clamore della a, della b e della c ti saranno chiari, sui quali avrai la veggenza e verso i quali rivolgerai quell'interesse che si dà alle cose che si ripetono immemori e per le quali spendersi significa venir meno a ciò che risulta vero nella sua sostanza.
 Nel pensiero verso quel che è ineluttabile e che si chiama morte, il quale pensiero ti guiderà in ogni tuo gesto, troverai quel rimando tanto percepibile in quegli uomini che sanno della loro transitorietà. Poiché vicini alle forze naturali: viaggiano per mare come pescatori o vivono tra le montagne, essi presentano una più profonda accettazione verso quel che è invalicabile e per nulla inaccettabile; così presentirai anche tu l'accoglienza placida di ciò che è una liberazione - accoglienza che somiglia ad una resa ed è invece una vivida comprensione dell'esistenza della vita; in questa accoglienza vi sarà una raggiunta visione che ti salverà dall'inedia provata in quel tempo dove, soddisfatti i fragili incanti del mondo, proprio perché soddisfatti, l'esistenza si fece insostenibile.


 E' così che il misconosciuto sentimento acquisito ti mostrerà, tramite il potente e non imbrigliabile strumento dell'intuizione, l'essenza di un ABC principale, intimo incomunicabile: secolare e perfetto, che, con estrema difficoltà, si mostra tra gli a, b e c che il mondo presente dice necessari alla tua esistenza. Verso questi a, b, c avrai l'atteggiamento di chi ha il cuore carico di una vita incompresa da quel mondo che farà di te una minaccia e che, nella sua violenta leggerezza, ti ucciderà più in basso della comprensione che non ha, dell'attenzione che non dà."

domenica 2 aprile 2017

Generali e Soldati


Le guerre con i cavalli e con le sciabole, quando già c'erano le baionette, erano fatte sul campo da soldati spesso ubriachi: ciò era lasciato passare e, anzi, era incentivato dai loro "capi". Così ubriachi, i soldati avrebbero sostenuto meglio gli orrori cui si rendevano responsabili...
Ma queste erano ubriacature d'alcool, di vodke e di whiskey che si scordano al mattino (le atrocità, no); quelle dei generali erano ubriacature di granelli di sabbia che diventano, fatalmente, sterminati castelli di sabbia. Essi davvero si aggiravano in questi castelli, e qualche volta senza bottiglia.

Probabilmente in ciò consiste gran parte delle atrocità commesse dall'uomo: l'aver creduto troppo ad una parte, nonostante che il gioco da esso inventato sia diventato crudelmente, ridicolmente consueto.


Nota: la raffigurazione pubblicata, utilizzata per la prima di coperta del libro "Guerra e Pace"  di Sansoni Editore (1966, vol. **), stando alla dicitura in seconda di coperta è denominata: Truppe in Marcia. Ma la si può trovare anche sotto la denominazione: L'Attraversata delle Alpi del Generale Suvorov.
L'autore è Vasilij Ivanovič Surikov.

giovedì 30 marzo 2017

Room


L'unico che riesce a bucare lo schermo, a far arrivare qualcosa di vero: il disagio, è William Macy in una parte piccolissima, per me davvero ingombrante per gli altri attori.
 
Il bambino. Se vedo un bambino sullo schermo non lo penso subito un grande attore: se le sue espressioni mi rimangono impresse allora lo trovo bravo. Qui, purtroppo, non ha funzionato (ricordo solo i capelli e i capelli da soli non bastano per un oscar, non sempre almeno). Lei, non mi è piaciuta per nulla.

Riguardo al film penso: brutto. E la realtà è più sporca, ma molto più sporca. Penso alla Sequestrata di Poitiers, fatto di cronaca di fine 1800, inizio '900 raccontato dal grandissimo Gide. Donna chiusa in una stanza per 25 anni. La trovarono tra le sue feci, su un materasso, fisicamente compromessa, avanzi di cibo marcescenti sparsi attorno a lei...
L'orrore, l'incredulità, il mistero. Cosa che non ho ritrovato del tutto qui.

E darò troppe scosse, troppo poche.
 

martedì 28 marzo 2017

Il Potere


Cogli occhi aperti a rate,
care collane di sterco in veranda
                                        attratte dal mare,
colle soglie bruciate
e le scommesse di vita ab ovo tentate,
restano strade incrociate,
                               giusto incrociate,

nel presente che precipita fiori
                              che ardono spenti,
                                      che sanno di te.

E sui piedi la morte, le dita amare,
i denti erosi, la senti cantare
                                        il tuo nome

mentre conti i tuoi passi, squadri le vite,
stili i ruoli,

redigi.
                                             Dici d'amare.


sabato 25 marzo 2017

Zucchero nel Serbatoio della Benzina


La glia ha funzioni strutturali, protettive e, cosa inaspettata sino a non troppi anni fa, energeticamente attive; esiste l'informazione per replicare i neuroni: i neuroni "di riserva" detti "specchio", che sono sintomo di questa informazione, ma non si sa ancora in quale modo estrapolarla - e forse la si potrà ottenere dopo certosini, faticosi percorsi di catalogazione, che portano ad una visione precisa dei meccanismi cerebrali; il corpo calloso non è un separatore, come veniva considerato agli inizi degli studi, tra l'emisfero destro e l'emisfero sinistro, ma sembra che sia un "ponte", e non soltanto questo, che possiede qualità sue proprie; esistono poi differenze di potenziale, strutture mieliniche, articolazioni nervose estremamente complicate, ma raggiungibili dalla nostra comprensione che, nella sua straordinarietà, è stimolata proprio da ciò che si cerca di comprendere: il cervello umano, che studia se stesso - sinché non si fissa sull'oggetto - come un Dio che guarda nel proprio infinito per scoprire i cardini della propria essenza. Si immerge così nel buio dei suoi meccanismi e conquista la luce della conoscenza, che tende alla propria protezione e al proprio perfezionamento, sia nella scoperta delle strutture che nella facoltà di intervenire su di esse. 

Si sanno dunque moltissime cose, ma non sufficienti per affermare che il cervello sia cosa ormai esplorata in ogni sua attività anzi, se si fosse raggiunta la complessiva conoscenza delle attività del cervello umano, che va in accordo con la conoscenza della materia, cioè la chimica, e dalle forze comprese nella materia, avremmo l'opportunità di creare intelligenze artificiali - e così non è se non nella speculazione, che è pure stimolante e apre prospettive di studio impensate, comprese le proiezioni di svago che propongono esse stesse, già oggi, il raggiungimento della comprensione del cervello come un primo mezzo per conquistare l'immortalità - attraverso il trasferimento della coscienza, della memoria e della personalità in sedi organiche e artificiali, resistenti a condizioni impossibili per il corpo umano. Questa è la fantascienza dello svago, ma pure una fantascienza che invoglia allo studio difficile e faticoso del cervello umano.

Quel che sappiamo, ahimè, è che si usano e abusano farmaci che intervengono sulle attività cerebrali.
Naturalmente i farmaci si somministrano per curare disfunzioni e anomalie, rilevanti o meno, che riguardano le attività del nostro cervello; però si usano anche per potenziare le attività cognitive da parte di studenti, professori, professionisti, come ricorda ancora lo studio presentato il 13 marzo 2013 dal Cnb alla Presidenza del Consiglio dei Ministri1; inoltre vengono utilizzati in sede militare così come si è utilizzata l'anfetamina e, prima di questa, l'alcol per intervenire sui comportamenti dei militari coinvolti in operazioni non proprio ortodosse (quale operazione di guerra o, come si dice ipocritamente, di pace, può essere considerata ortodossa? se non quella di sterminare, di immiserire, di spazzare via tutto ciò che è vita: cosa propria - ortodossa - della guerra).

Ora, la questione è questa: si è d'accordo per gli psicofarmaci. Va bene. Poiché possono produrre effetti positivi e migliorativi: benefici per la persona affetta da disturbi altrimenti non risolvibili, ma c'è in questo un quesito irrisolto e che si trova a monte dei loro effetti: se il cervello umano ha ancora da essere scoperto in ogni sua attività, come si accoglie la somministrazione di farmaci rivolti alle sue attività?
Non la si accetta del tutto, infatti, e, per ora, la risposta latita nell'appellarsi agli effetti visibili degli psicofarmaci.
Al contrario, si ha l'impressione che l'utilizzo degli psicofarmaci somigli al versare additivi zuccherati nel serbatoio della benzina - e lo zucchero nel motore è un guaio. Un tremendo guaio.

Dunque, per ora, lo "zucchero" è un compromesso più o meno accettabile; tuttavia non ne rimane accettabile l'abuso. Questo è il guaio; e, forse, all'origine di questo guaio, c'è anche questo:

Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'crede.
(…)
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono.


1 I dati rinvenibili nella letteratura in lingua inglese danno stime del 7-8% degli studenti di Colleges e Università nordamericane che utilizzano FPC (Farmaci per il Potenziamento Cognitivo). Si raggiungono, in alcuni casi, picchi superiori al 20%.

I versi riportati appartengono, naturalmente, a Dante Alighieri. Nella Selva trovo una delle molteplici rappresentazioni letterarie sulla depressione; e ne concepisco altre, che però poco si accordano con questo pezzo. Borges, mi pare, riusciva ad interpretare in quattro modi differenti ogni verso della Divina Commedia... Ma, la Divina Commedia tutta, come la interpretava?


Nota L'llustrazione che ho inserito nel post è di George Procàska (1749-1820). Venne utilizzata come prima di coperta per il testo: Il Cervello, Introduzione alle Neuroscienze di Richard F. Thompson (Zanichelli Editore, quinta ristampa della prima edizione italiana fatta sulla seconda edizione americana - anno 2001. La traduzione è di Silvia Monte, revisionata da Giovanni Zamboni. Il curatore della coperta è Duilio Leonardi, sotto la direzione editoriale di Grazia Zaniboni s.r.l).