lunedì 18 novembre 2019

La Neve, il Mondo - La Pervicacia Sospesa


 Si esiste nella valle bianca di neve. Il biancore di acqua gelata, cristallizzata, di questa neve che tocca ogni cosa, che somiglia ad un vergine fumo duro, fermo, denso. Appare candido all'aspetto, ricopre la terra con la grevità di chi non si domanda se sia giusto o sbagliato mascherare, rendere incerto, darsi all'immantinenza di una dissimulazione priva di ragione e di progetto, di un mortale assurdo - e lo fa con la disinvoltura di chi è terzo ai tormenti morali; e lo fa senza coscienza di sé. È totale, è universale.

 Essa rallenta, ferma ogni cosa che incontra. Rende ambigue le forme, nasconde i pericoli, arrotonda gli spigoli, secreta le lame, toglie i colori. Incanta con una luce ed un suono continuo, forse impercettibile, che ricorda un'ipnosi. Porta alla morte con il suo gelo. Richiama alla conservazione, alla protezione. Fa scoprire i nervi di sé stessi, li svela sino al limite, ti destruttura per poi ricomporre nel sacrificio la nuova vita, compiuta se immemore di sé. È un canto di sirena silenzioso, che sfalsa le distanze e trasforma quel mondo di cui ti sembrava di percepirne il movimento: la danza - feroce talvolta, talvolta sbrigliata - suadente, illuminata e lucente, cupamente ombrosa, carnale e secca, arsa, liquida, gocciolante che si riarde nell'intuizione di quel che lo specchio non svela di te, di quel prossimo che riflette le tue rinunce, i tuoi spasmi di vivente. E' la tua danza.
 E tutto si permea di questa coperta obbligata che si dice indispensabile alla vita della terra ed alla sua fertilità: ubertosità violenta, famelica e sfamante, dove ogni cosa è destinata a confrontarsi nell'incrocio con l'altro, con la cosa, con sé.
Si mostra allora la violazione dell'incrocio: il conflitto, lo scontro; si palesa allora la violenza di ciò che è vivo, si palesa l'atto violatorio di ciò che si muove. Sempre, senza sosta - essenzialmente - violatorio.
Qui le rette parallele si rivelano essere lo stratagemma chimerico della geometria per negare la violenza della vita: esse rivelano l'essenza della propria invenzione, del proprio inganno, e suggeriscono, della propria pulsione verso la placidità di un astratto, possibile esclusivamente nella ragione mai applicabile, la bellezza eterea.
Tanta bellezza eterea, venefica, che pure si sfoga nell'infinito matematico, che trova il suo senso nel salto sopra la realtà per suscitare altra realtà in un gesto elegante, estetico, qual è la formula equatoria ed il relativo piano cartesiano.
Tale è il contrappasso morale della virtute logicae di due discipline che mostrano l'elastico del loro collant con un occhiolino: il razionale che si rende irrazionale trovando il proprio fulcro nella morale di un'estetica universale nei termini umani: sua magnifica insensatezza, suo gioco orientato verso i trucchi, l'inganno, la gabula, la scorciatoia dell'infinito e delle rette parallele. Una, in matematica, indica la poesia; l'altra, in geometria, svela l'arte. Due discipline che rivelano il loro accenno morale in due invenzioni destinate a mancare di apparenza tangibile.

 E l'ampio biancore di questa neve diffusasi nella valle provoca la vertigine di un ambiente estraneo e straniero alla vita, che si esprime nell'imperituro conflitto dell'intersezione e dello scontro di ciò che, animato o non animato, si muove; la violenza di ogni cosa che si muove è destinata a rendersi tangibile e visibile nell'apertura, nella breccia suscitata in ciò che tocca. E costringe ad aprirsi a propria volta:

 1. nell'inanimato si estende la proprietà del significato di una cosa, mutuandola verso il delirio di un ordine che esiste esclusivamente nel pregiudizio, ossia nel consenso ad abbandonare quel che ordine non ha, a saltare ciò che è verace in questo senso e, dunque, scandaloso nell'altro senso - com'è scandalosa l'attitudine originale della cosa, che non è possibile inquadrarla sinché non viene interpretata né si può interpretare sinché non vi è un'azione che la contempli. L'ininquadrabile, l'innominabile rappresenta l'ingestibile della civiltà organizzata;

 2 nell'animato si coercizza la proprietà altrui e si è coercizzati a propria volta malgrado il desiderio iniziale di piegare, ridurre, annientare esclusivamente l'altrui proprietà. Invece la si muta mentre la si assume nella propria volontà - scoprendosi mutati; e si riconosce sé stessi in essa fintanto che sopravvive il disprezzo di sé ossia sinché sfuma l'obiettivo, sinché fugge l'oggettivazione di quello - quello! - scontro.

 Il delirio cessa. La neve costringe all'arresto e si rinuncia alla lotta: sai che giungerà il disgelo.

 Ora il tuo grido si smorza, ora la tua voce si ovatta, chiudi gli occhi, ti rendi senza le armi date da quel che di contraddittorio ritma il tuo passo; ti rendi al biancore gelato di questo velo che si stende senza confini, che si stende sin dove ti rendi.

“Neve” = leggasi totalitarismo

giovedì 31 ottobre 2019

L'Ufficiale - La Salsa Borlotta


 Pietro Morra era un uomo che presentava un'espressione del viso perpetuamente grave, che si notava spesso, un tempo, indaffarato e scostante su vasetti e sostanze contenute in una serra delle nostre zone.
Proveniva da Pozzuoli, dove si era candidato come UPC, Ufficiale Pilota di Complemento, ma, trascorsi i dodici anni di ferma, decise di abbandonare l’attività aeronautica, trasferirsi da noi e cominciare quella che oggi è una poderosa impresa agricola. Quando lasciò la sua carriera, che sarebbe sfociata nel civile, fu additato da più e più persone come un irresponsabile, un sognatore, un uomo scapestrato, un… Chissà che altro. Con la testa zeppa di fantasticherie, forse inculcategli da un tale, un certo signorino partenopeo che un giorno, quando ancora quest’ufficiale militava nel napoletano e già soffriva di una sorta di “ansia da accademia”, ossia sottoposto a quelle discipline che poco rappresentavano l'idea che, già in germe, si stava strutturando nel suo complesso personale, lo avvicinò.
Il signorino partenopeo, di cui non seppi nulla al riguardo del nome, dell'età, della professione – se ne esercitava una, se ambiva ad esercitarne – cogliendo che l’ufficiale non pareva così deciso della propria militanza, gli illustrò una teoria sul mondo, arrivando poi a concludere: “...che molte e molte persone si gratteranno la testa per tutti i guai di ‘sto mondo, allora ci sarà bisogno di qualcuno a difenderle dalla canizie.”
Con l’idea dei capelli nella testa, l’ufficiale pensò a suo fratello: un sindacalista malfermo d’indole che spesso gozzovigliava in affarucoli di poco conto; e gli domandò della cascina, se poteva acquistarne una parte, trasferirsi con la famiglia e lì badare alle terre che, nel frattempo, come si diceva allora e come si dice ancora oggi, erano “andate in malora”. Questo fratello, che portava il nome di Primo, recalcitrò all’idea di dividere la cascina in due; poi, però, vagliò la piccola fortuna finanziaria derivante dalla vendita e, così, con un certo malumore, concesse all’ufficiale le terre e metà della cascina.
Dunque l’ufficiale si trasferisce. Pianta tutto e si sistema, assillato dalla propria moglie per causa dei suoi propri esperimenti. Si cimenta infatti tra armamenti, tubi, corde, ricettacoli botanici a provare realmente la via di un balsamo prodigioso: un balsamo, sì, ma non per capelli, bensì per le mani. ‘Ché’, pensò, ‘il mondo sarà pieno di guai, certo, ma se i capelli cadono è per via delle mani, che sono lerce di dubbi affari: gratta e gratta e i capelli si sporcano e cascano’. Convertì dunque parte delle terre in piantagioni di fagioli: fagioli borlotti. Non si sa come mai, ma si convinse della qualità benefica, forse addirittura salvifica nei termini di una levatura di fede celeste, di questi legumi.
Del tutto assorbito dalle proprie intuizioni, l'ufficiale, che allora aveva trentatré anni, sprofondò negli esperimenti; tentò incroci, miscele, compressioni della terra e illuminazioni gradanti, impianti e teorie vegetali del XVII’mo, XVIII’mo e XIX’mo secolo; studiò il Tacuinum Sanitatis in Medicina del XIV’mo secolo contenuto nella biblioteca nazionale di Vienna, ne dedusse la pericolosità del sesso femminile in natura, le influenze del ciclo con la flora, ne discusse le valenze e spartì la teoria, riducendola e smontandola in ogni sua parte, nella riflessione sulla morale di quel tempo istituzionalmente a perdere, dove poi considerò, infatti, la matrice femminile nell'agricoltura stanziale, il contributo della donna verso la maturazione dell'agricoltura e le sue evoluzioni; trasse allora ispirazioni da strambotti originali del XVI’mo secolo di Vico Antonioni e si disperse nello studio delle evoluzioni botaniche: lo colpirono gli amenti delle betulle, il monoicismo dei vegetali e comprese, degli amenti, relazioni inconcepibili con la terra di Amente, l’oltretomba, considerando il monoicismo vegetale con l’androginia celeste, ponderando se le betulle non fossero piante del paradiso; vagliò la possibilità e ne trasse distillati di stami e di pistilli iniettandoli nei suoi fagioli. Ma, quando sortirono dei borlotti sbilenchi: bluastri nella guaina e malridotti nella polpa, si svilì.
Sortiva allora dalla serra con un abbaglio di cupezza negli occhi.
I contadinotti vicini mormoravano grossolanamente sul conto dell’ufficiale: appellativo che da subito, appena si era diffusa la storia della sua vicenda, gli affibbiarono.
Lo additavano e ne ridevano, i pettegolezzi si sparsero e la vita per la famiglia di Pietro Morra si fece grama.
La storia di un ufficiale dell’aeronautica militare che aveva mandato all'aria la sua carriera, che tentava la vita campestre e che, tra l’altro, agitava i pugni e scansava ogni cosa che riguardava il suo passato, sempre segregato in una serra, con certi ammennicoli… Figuriamoci! Questa storia faceva spanciare; e, per di più, l’ufficiale si era inerpicato per certe critiche allo Stato che gli attiravano le antipatie degli eterni indifferenti e degli eterni normalizzatori: i conformisti della ragione, per dirla con Lelio Basso. Certi pamphlet, stampati da lui medesimo, su certe questioni del Kosovo, sull’uranio contenuto nei proiettili, sugli ammalamenti di cancro da parte dei soldati italiani: “Eh, guarda quello là. Una carriera…” propalavano ad alta voce; e poi, mormorando, incalzavano: “Eh, leggi qua…”
La moglie e il fratello non patirono più la pubblica carneficina e provarono di dissuadere l’ufficiale, ma questi non demordeva anzi, rintuzzava criticando al fratello le scappatelle da pietoso donnaiolo ed alla moglie: “Da che parte stai?”
Proseguiva così l’attività di quest’uomo.

 La moglie si affaccendò nei boschi, ebbe l’arguzia di creare clientele che supportassero la vita finanziaria della cascina. Tra i boschi di faggi e di betulle e le colture di gran turco, oltre alle colture di frutti di bosco, operò facendo fronte alle incombenze dell'anodina trivialità. Come l’ufficiale nei propri esperimenti, questa donna sprofondò nelle attività di economia finanziaria, forse anche indurendosi: studiò fascicoli, si spese nell'esercitare le formule sui montanti e sulle quote frazionarie estrapolandole dalle scommesse finanziarie, ridusse il concetto di proiezione ad un logaritmo a base negativa, sviluppò teorie macroeconomiche confrontandosi con le leggi di Ricardo, con la caratura lessicale di Smith, con la risoluzione del post-bellico capitalismo di Keynes; elaborò riservate considerazioni di ordine etico presagenti un vulnus vitae perdurare e si diffuse nell'alimentare tali considerazioni con calcoli dalla meccanica certa e dalle variabili aleatorie, trovando l'insufficienza applicativa delle formule di matrice iperproduttiva proprie del regime liberista, che di per sé esprime la concezione esistenziale, estratta dall'ambiente valoriale borghese, dell'aristocrazia. Pare che centrasse qui, tra le considerazioni etiche e le espressioni finanziarie, la sua attitudine migliore in relazione all'utilità famigliare, dunque collettiva, dove ella si scoprì del tutto abile a trattare in abstracto e a far di conto.
 Tra le articolazioni dell’attività, le stime congetturali e lo svolgimento pratico, i pensieri sull’uomo di suo marito, rintanato ormai pure tra le carte di sfaccendati polileriti e le più serie pubblicazioni manuziane del XV'mo e XVI'mo secolo, dall'editio princeps dell'Omnia Platonis al De historia plantarum e i De causis plantarum di Teofrasto, confortandosi all'ironia mai spicciola del senectus ipsa est morbus di Terenzio, ma insofferente tuttavia alla propria moglie e, diciamolo, a tutto ciò che non fosse lettera morta, i pensieri amarognoli, di colerina, restavano sottaciuti. Ma tali pensieri risultavano lampanti tra queste due figure particolarissime vissute nelle nostre campagne. Ed era forse un sollievo una simile inclinazione al sottacere i pensieri riguardanti la loro affettività e la pressoché assente, o perlomeno ambigua e ballerina, comunione di intenti, pertanto che una traccia invisibile legasse questi due spiriti che, loro malgrado, contribuivano a svolgere ciò che avrebbe suggerito al complesso culturale delle campagne provinciali quel che raramente si presenta in contesti urbani con tanta forza espressiva. L'aria di tensione infatti perdurò sinché l'ufficiale, avvilito ed esaurito dai propri esperimenti, che nulla mostravano di ciò che egli si attendeva, sortì una sera dalla serra per bruciare quell'ammasso di centine, di nylon, di preparati; ma la moglie lo arrestò, segnalandogli cosa vide nella cucina della cascina quando uno di quei borlotti malridotti nella polpa, cadde nel cestino dell'umido per reagire con l'etilene secreto dalla buccia di una banana. Vi si scoprì una reazione straordinaria.
Pensando alla vertiginosa corrispondenza con la scoperta della colorazione di Golgi, entusiasmandosi con morigerata alterigia eppure provando una sensazione di liberazione e di gioia, la moglie dell'ufficiale diede la svolta all'impresa esibendo la propria caratura, tenace e acuta, mai sottoposta a quel povero spirito che cede alla lode di sé stesso, né mai rivalutando la stima del proprio marito, di donna che porta in sé l'afflato dei millenni cui ciascuno, in quanto umano, esprime tramite la traccia del proprio sangue, dei propri sensi e della propria memoria, sia pure non consapevolmente accessibile. Così perlomeno si penserebbe oggi.
Ne sortirono non unguenti, non balsami, non toccasana di cosmesi ma una salsa valutata, di primo acchito, culinaria: la salsa borlotta, cosa per cui si spesero inizialmente queste parole:

‘(...) una pasta grossa e granulare dissaporita di sgradevoli acidità e rinforzata di combinazioni neutre e varie, talvolta salato-piccanti.’, si scriveva nelle sezioni di cucina giornalistiche, già encomiabili per la netiquette, ‘Simile, per viscosità, alla crema di nocciola, l’uso si adatta ad impasti e farciture di composti d’uovo, ma anche a contorni di carni scure. Conferisce ai cibi un’esaltazione ed una morbidezza del gusto, che si traduce in soavità del buon mangiare: agendo sulle fibre carnose, tali fibre si sciolgono penetrando le papille, provocando un’ebbrezza dei sapori che ammanta la bocca d’una combinazione leggera e piena d'un gusto che conduce inevitabilmente all'estasi.

La famiglia dell’ufficiale acquistò dunque prestigio, il nome della crema si diffuse prima in provincia, poi in regione, poi nell'intera nazione; in seguito se ne scoprirono proprietà curative e lenitive in funzione dei reumatismi e, soprattutto, in funzione di ciò che imbarazza la dimensione medica: il dolore, che risulta intraducibile nei termini di una sua effettiva oggettivazione su scala universale; si avviarono conferenze su tale scoperta, le quali spaccarono l'opinione pubblica senza che vi fosse alcuna distinzione sociale tra gli interessati: alta, media e bassa scolarizzazione si frammischiarono, sapienze elevate, sapienze di istruzione ortodossa e sapienze prive di struttura si frammischiarono anch'esse: ne sortì un gran caos, che infine esprimeva la vitalità di questa scoperta.
I contadinotti, ed ormai pure i cittadini, presentavano la poliedria della formalità: mugugnavano e si tendevano, si tendevano e mugugnavano: interiormente e, in casi piuttosto diffusi, anche esteriormente. Tutti erano d’accordo nel pensare: “l’ha azzeccata”; ma tutti aggiungevano sempre, immancabilmente, con un fil di voce a denti stretti: “mannaggia”.

martedì 29 ottobre 2019

...di Ricette Finanziarie e d'altre Storie...


 E' necessaria una più che eccepibile esaltazione nel formulare sistemi finanziari, statici nel loro paradigma ideologico, che servano alla gestione delle espressioni umane quando non si sa né da dove si viene né dove si va. Per dirla poeticamente dirò che ciò somiglia al voler ghiacciare il magma. Ed il margine di previsione, in un contesto tanto dinamico, di cui non se ne conosce l'origine né la dirittura, è necessariamente fallimentare.
Ciò per rispondere a quegli afflati ideologici che intendono inquadrare l'esistenza umana nell'ottica di un complesso di regole che ricordano tanto il gioco del Monopoli.

domenica 20 ottobre 2019

Fëdor Michàjlovic Dostoevskij


 Scrissi questa scheda biografica nel 2008. Mi prefissi di terminare, entro il giorno del mio ventisettesimo compleanno, la scrittura di un saggio elegiaco sull'intera opera di Fëdor Michàjlovic Dostoevskij; dunque, esattamente sessantotto anni dopo l'entrata in guerra (seconda guerra mondiale) dell'Italia, terminai il lavoro iniziato nel gennaio di quell'anno; quello stesso giorno, quando compivo ventisette anni, in chiusura del lavoro scrissi questa scheda sulla vita dell'autore russo, la quale opera rappresentò e rappresenta tuttora per me, come pure rappresentò per André Gide, un esempio encomiabile e, per conto mio, insuperato di arte letteraria.
Buona lettura.

 Fëdor Michàjlovic Dostoevskij nasce a Mosca il 30 ottobre 18211 (11 novembre). Il padre, Michail Andreevič Dostoevskij, lavora, dal 1820, presso l’ospedale dei poveri come medico; la madre (Ilarija Fëdorovna Nečaeva) proviene da una famiglia di mercanti moscoviti. Fëdor è il secondogenito di sette, tra fratelli e sorelle.
Nel 1831 il padre acquista una proprietà a Čermašnja, la famiglia Dostoevskij vi trascorre l’estate. Nel 1837 la madre di Fëdor muore di tisi, la famiglia si smembra. Le due sorelle di Dostoevskij stanno con il padre, che abbandona l’impiego e si trasferisce definitivamente nella tenuta di Čermašnja; i fratelli minori vanno a vivere con i parenti materni mentre Fëdor e il fratello maggiore, Michail, restano a Pietroburgo per proseguire i corsi per accedere all’accademia militare. Il padre inizia a bere e pare che diventi sempre più violento. Nel giugno del 1838 il padre viene assassinato dai alcuni suoi contadini, sembra che alla notizia Fëdor abbia il suo primo attacco epilettico.
Fëdor lavora come cartografo presso il Ministero della Guerra, a Pietroburgo, ma l’impiego non lo soddisfa e decide di lasciarlo nell’agosto del 1844 per dedicarsi completamente alla scrittura. Il 30 settembre avverte il fratello Michail che sta scrivendo un romanzo della portata di Eugénie Grandet. Si tratta di “Povera Gente”. Ai primi di giugno del 1845 l’editore e poeta Nekrasov, con l’amico Grigorovič, si reca da Dostoevskij, alle 4 di mattina, con il manoscritto di “Povera Gente” tra le mani. Gli chiede se si rende conto di cosa ha scritto. Dostoevskij viene pubblicato ed è salutato, dall’intellighenzia socialista, come un genio della letteratura. Nel mentre che continua a tradurre Sue, Schiller, Sand, Balzac, scrive un altro romanzo: “Il Sosia”. Ma qui le critiche saranno aspre e feroci.
I soldi sono pochi e intanto, quel poco che ottiene dalle traduzioni, Fëdor lo scialacqua nel gioco delle carte o nel gioco del biliardo. Frequenta il circolo del socialista Butaševic, l’aria è segreta e cospiratoria. Si dibattono opere di autori vietati dalla censura russa: Cabet, Strauss etc.. Pubblica racconti come “Il signor Procharcìn” e “La padrona”, che non hanno grosso respiro. Pubblica altri racconti, tra i quali “Romanzo in nove lettere” (scritto in una notte), “La moglie altrui e il marito sotto il letto”, “Cuore debole”, “Le notti bianche”, “Polzùnkov”, “Il ladro onesto”, “Nètočka Nezvànova”. Tutti pubblicati tra il 1845 e il 1848.
Il 23 aprile del 1849 Fëdor Michàjlovic Dostoevskij viene arrestato, processato e condannato a morte in seguito ad uno scuro processo. In seguito alle sue frequentazioni. Quando sarà sul patibolo verrà graziato e la sua pena verrà commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia e quattro anni di confino, come soldato semplice, a Semipalatìnsk. In Siberia scopre “Gli Evangeli”, testo lasciato in dono a tutti i condannati ai lavori forzati. Durante la condanna elabora le “Memorie da una casa di morti” (1855), frequenta intanto la casa del funzionario Isàev. Si innamora di Marija Dmìtrievna, moglie del funzionario. Nell’agosto del 1855 il funzionario muore e la moglie si rivolge a Dostoevskij. Nel marzo del 1856, confinato come soldato a Semipalatìnsk, scrive a Toteblen per chiedere aiuto per ottenere la grazia, lasciare il servizio militare e poter pubblicare. Il 6 febbraio 1857 Dostoevskij sposa Marija Dmìtrievna. Per tre anni scrive lettere di supplica perché possa essere congedato, perché possa vivere a Mosca, perché possa trasferirsi a Pietroburgo, perché possa pubblicare… Gli viene concesso di vivere a Pietroburgo, intanto riesce a pubblicare alcuni racconti su alcune riviste (“Il sogno dello zio” su La parola russa; “Il villaggio di Stepančikovo” su Annali patrii).
Nel 1860 il settimanale Il mondo russo comincia a pubblicare, a puntate, le “Memorie da una casa di morti”.
Dostoevskij ottiene l’autorizzazione a pubblicare e nel 1861 fonda, con il fratello Michail, la rivista Tempo (Vremja) ove pubblica “Umiliati e offesi” oltre a diversi suoi propri articoli senza firma. Nel giugno del ’62 Dostoevskij parte, con l’amico Strachov, per un viaggio di tre mesi in Europa; tocca la Francia, l’Inghilterra (incontra Herzen), la Germania, la Svizzera, l’Italia. Tornato in Russia inizia una relazione con la Suslova (Apollinarija Prokof’ena Suslova).
Nel 1863 la rivista Tempo deve chiudere in seguito ad un articolo di Strachov sulla questione polacca. La censura russa trova l’articolo astratto e imprudente. Nell’agosto di quell’anno Dostoevskij riparte per l’Europa. A Parigi si incontra con la Suslova, insieme scendono in Italia. La relazione pare che sia struggente e tormentata, sempre insediata dagli attacchi epilettici di Dostoevskij, dai suoi vizi di giocatore e da un animo inquieto.
Nel novembre 1863 Dostoevskij torna in Russia, dalla moglie Marija Dmìtrievna, ammalata. L’anno successivo, 1864, sempre col fratello Michail fonda una nuova rivista, Epocha, dove pubblica “Memorie dal sottosuolo” oltre a vari articoli. Nell’aprile di quell’anno muore la moglie Marija Dmìtrievna, nel luglio muore il fratello Michail. Dostoevskij è in rovina, i debiti contratti dal fratello per fondare la nuova rivista ricadono su di lui. Nel 1865 muore l’amico e collaboratore Apollon Grigor’ev, esce l’ultimo numero della rivista Epocha, che contiene il racconto “Il coccodrillo”.
Dopo aver firmato un contratto tremendo con l’editore Stellovskij, Dostoevskij parte per l’Europa per sfuggire ai creditori. Chiede aiuto a amici e colleghi, lavora intanto a “Delitto e Castigo” nel mentre che, per il tremendo contratto, deve stendere e consegnare entro il primo novembre del 1866 il romanzo “Il giocatore” sennò tutte le sue opere future saranno di assoluta proprietà dell’editore, che potrà pubblicarle a volontà senza nulla pagare all’autore.
Dostoevskij torna in Russia, si ferma a Mosca e trova una dattilografa, Anna Grigor’evna Snitkina, che riesce a soccorrerlo giusto in tempo. In trenta giorni “il giocatore” è dettato e scritto e giunge alla redazione dell’editore Stellovskij la notte del 31 ottobre 1866, ultimo giorno prima che il contratto riveli la sua tremenda fattura. Anche “Delitto e Castigo” è finito, pubblicato a puntate, dal gennaio di quell’anno, sulla rivista Messaggero russo.
Nel febbraio del 1867 Dostoevskij sposa Anna Grigor’evna (Anna è più giovane di Fëdor di più di venti anni). I due partono per un viaggio di quattro anni in Europa. Dall’aprile all’agosto del 1867 si fermano a Dresda, poi si spostano a Ginevra rimanendo nella città svizzera sino al maggio del 1868. Qui Dostoevskij partecipa al primo congresso della Lega della Pace, dove sono presenti Garibaldi e Bakunin. Negli ultimi mesi del 1867 Dostoevskij inizia ad appuntare riflessioni e elementi per il romanzo “L’Idiota”, il quale inizierà a comparire, a puntate, dal gennaio del 1868 sul Messaggero russo.
Nel 1868 nasce la figlia Sonja, che vivrà solo tre mesi. Nello stesso anno Dostoevskij perde tutti i soldi alla roulette del casinò di Saxon-les-Bains, lui e la moglie allora si trasferiscono a Vevey. Da qui scenderanno a Milano (settembre 1868), dove si fermeranno per un paio di mesi. Nel novembre scendono poi a Firenze, dove rimarranno sino al luglio del 1869. Vivranno a Firenze facendo comunque delle puntatine a Dresda, qui nascerà la seconda figlia di Dostoevskij, Ljubov (Amore). Tra Dresda e Firenze Dostoevskij prosegue e conclude “L’Idiota”.
Nel luglio del 1869, Anna e Fëdor partono da Firenze e fanno delle capatine a Venezia, Vienna e Praga prima di tornare a Dresda, dove si fermeranno fino all’estate del 1871. Dal gennaio di quest’anno il Messaggero russo comincia a pubblicare “I Demoni”, romanzo a cui Dostoevskij lavora dal febbraio del 1870. Nasce il figlio Fëdor.
Dal 1872 Dostoevskij dirige la rivista reazionaria Il cittadino. Qui tiene la rubrica “Diario di uno scrittore” e cura la rubrica “Avvenimenti esteri”. All’inizio del 1873 escono, in tremilacinquecento copie, “I Demoni”.
Nell’aprile del 1874 Dostoevskij abbandona la direzione de Il cittadino. Gli attacchi epilettici lo martoriano, la salute lo strema sempre più e così si trasferisce, con Anna e figli, in una casa in affitto a Staraja Russa.
Nel 1875 Anna scopre che il marito è sotto la sorveglianza della polizia russa. Nasce il figlio Alekséj.
Nekrasov propone a Dostoevskij di pubblicare il nuovo romanzo “L’Adolescente” sulla sua rivista, Annali patrii. Il diario di uno scrittore esce in fascicoli mensili per tutti gli anni 1875, ’76, ’77. Ci sono anche i racconti “La mite”, “Il sogno di un uomo ridicolo”, “Bobok”.
Nel 1877 Dostoevskij inizia a stendere il suo grande romanzo, “I Fratelli Karamazov”, intanto che gli attacchi di epilessia lo piegano a terra e il respiro gli si mozza sempre più. Nel 1878 gli viene diagnosticato un enfisema polmonare. Nello stesso anno gli muore il figlio Alekséj per un attacco epilettico. I Fratelli Karamazov iniziano a uscire dal gennaio del 1879 sul Messaggero russo e vengono immediatamente salutati come la più grande opera russa dell’intero secolo e finalmente Dostoevskij viene accolto come un grande scrittore.
Nella sua ultima apparizione pubblica (giugno 1880), in ragione di una statua eretta a Puškin a Mosca, esattamente quando è impegnato con le ultime battute dei Fratelli (di cui aveva previsto un seguito), la Russia lo acclama e gli applaude il grandioso discorso sul poeta russo e sulla Russia (pubblicato poi sulla rubrica “Il diario di uno scrittore”). Nel novembre del 1880 esce l’ultima puntata dei Fratelli Karamazov.
Due mesi più tardi, la sera del 25 gennaio 1881, Dostoevskij ha sbocchi di sangue. Una lite con la sorella lo sfinisce, ha altri sbocchi e sviene. Il mattino del 28 apre il Vangelo, com’era sua abitudine, per trarne un passo a caso come auspicio: “Lascia che avvenga ora, perché bisogna che così adempiamo a tutto ciò che è giusto” (Mt 3,15). Dostoevskij muore la sera del 28 gennaio 1881, poco dopo le otto.

1 Le date sono rilevate secondo il calendario Giuliano.

mercoledì 14 agosto 2019

Din Don Dan - Avignon


 Sono teso. Un organismo continuamente in tensione trova la sua distensione tra le svolte di un labirinto.
Scopro un'aria sottesa tra ispirazione e esitazione in questa città dai teatri e dai vicoli con le targhe intitolate a poeti e artisti formidabili, che annienta o piega il tempo nell'ispirazione riflessa di questi uomini. Nell'infilare un vicolo che si stringe sino alla misura di una feritoia si scopre, oltre la strettoia, una piazza; si discendono gli scalini della piazza e si scopre un chiostro; lo si oltrepassa e si ritrova un carruggio che corre attorno l'intero perimetro interno alle mura della cittadella costruita su più livelli.

 Avignone, i vicoli che ho descritto stringersi fino alla misura di una feritoia e le piazze che si aprono alla fine di un vicolo, e il palazzo dei Papi che si mostra esteso ma discreto nella sua estensione e il carruggio che rende la città dei Papi raccolta nella sua discrezione, instilla un'aria di vertigine e di rivelazione. Non è raro che in una passeggiata solitaria, di notte, si senta il rumore di un diavolo che ha preso la nostra direzione; al voltarsi si scorge una vecchia signora magra, con i capelli lunghi, grigi, che parla una lingua che non è il francese. Sparisce.
Non si sa: l'influenza delle targhe titolate ai creatori plurisecolari che influenzano la passeggiata, non si sa. L'essere capitati nella cittadella in quel periodo estivo in cui si tappezza di manifesti per celebrare il mese del teatro, dell'artisticità sparsa per le strade. Non si sa. Neppure si sa se sia l'aria francese di una delle città più francesi della Francia. Si sa invece che i propri riferimenti subiscono uno scuotimento e che si vede un Kierkegaard in cima ad una scalinata ridere di noi, ma non si ha paura: una sorta di misconosciuta attrazione ci spinge a camminare, a inoltrarci per quel labirinto del quale conosciamo già le svolte ma che è impossibile da non percorrere. Ci si inoltra e svolta dopo svolta, muro dopo muro, le prospettive cambiano: la vecchia signora magra muta in bambina, poi in orco, poi in una pietra... Kierkegaard smette di ridere, compare Nietzsche...: dietro di lui il volto di Dostoevskij: entrambi, Nietzsche e Dostoevskij, ti fissano e si sprofonda nel labirinto che ha preso la forma di un girone. Ci si dice: “guarda la mia virtù s'ell'è possente, prima ch'a l'alto passo tu mi fidi”, ma già 'sé stessi' ci giunge come un'eco lontana, perduta tra risate, pianti, allegrie scordate e le tue mani sono vuote: è la perdizione, tutto sfoca e prende forma un disegno dai confini incerti, carico di una sensazione di delirio. È il disegno, parrebbe, della tua vita... Ma nel fondo del girone c'è una scintilla che ti mostra lo scenario di un Petrarca che incontra la sua Laura proprio qui, in Avignone, in quella chiesa di Santa Chiara dove hai sospirato per un uomo che dormiva sotto un cumulo di cartoni. Prende vita lo scenario di una peste che si aggira per l'Europa e che, uno alla volta, fa cadere gli abitanti di questa Avignone popolata ormai soltanto da un quarto dei suoi abitanti: il resto sono casse che si alternano, corpi che scompaiono, bolle di un papa che intima di non bruciare gli ebrei “poiché essi si ammalano come noi”. Sono il pianto di quel Petrarca che con Dante e Boccaccio diedero dignità storica alla lingua che sto usando per dire come a volte ci si perda per riscoprirsi e per ricordare, con questa lingua, la scomparsa della sua Laura per via della peste. Sono quella vita per la quale il sipario che si vorrebbe calato è troppo corto, troppo stretto, ed a volte lascia intravedere la vastità intrisa di un'allegrezza così crudele da farla sembrare arcaica, percorsa da tratti che fanno tremare e che di fronte ad una ricetta per farla quadrare si ribella e suggerisce: “Io sono eterna, non mi puoi contemplare. E mi fuggo tuttavia.” E si fugge la vita, tra le svolte di un'Avignone improvvisamente stregata, la tensione sfumata e la vita svelata.

domenica 11 agosto 2019

"Canzone in Cerca di Musica"


 E andiamo per le strade che sanno di neve
tra i brividi d'un Sole fatto fantasma
mentre dietro le spalle abbiamo le nostre sere,
ad ore ad ore perdute tra le sensazioni vere.

 Ora Lucilla guarda ancora il vuoto delle mani
che mi tendeva col respiro rotto dall'asma
e tu guardi lei mentre noi andiamo ormai lontani
a cercar tra i borghi la traccia di pochi cani

caduti di notte senza i voli dei gabbiani,
quei gabbiani che non stanno sul mare:
cara amica vanno a cercare tra le vuote confezioni
ancora un poco di voglia d'amore, di sogni d'amare.

 E ancora la neve riduce gli spigoli e le lame
a curve rotonde: rende gli angoli spioventi,
mentre lei occhieggia ad un dolce incerto dolore
tra le scarne mani ed il vuoto tra le dita.

 Ma ricordi forse la fontana in primavera,
quadri bucolici di acqua e di verde senza fine
dove i canottieri fan la riga al fiume
e tu sdraiata sui prati, le rive, il Sole;

ma no: sulle vie coperte di neve
camminiamo con le tasche di ricordi piene
e il vuoto nella pancia. Ancora Lucilla
ci guarda e ci chiede una muta risposta

ch'ella sa che parla di noi, ancora e ancora,
sinché la sera tornerà e qui sarà il fuoco...
e qui sarà il fuoco...

giovedì 18 luglio 2019

Le Tre Gemelle


 Su una grande isola di un piccolo mare, in una famiglia che da sempre era – e per sempre avrebbe voluto restare – contadina, nacquero tre gemelline, tutte e tre molto particolari. La prima teneva gli occhi sempre aperti e non dormiva mai; la seconda aveva sempre gli occhi chiusi e tutto quel che doveva fare lo faceva nel sonno; la terza teneva, di giorno, l’occhio destro sempre aperto mentre l’altro restava sempre chiuso. Di notte apriva il sinistro e sognava con il destro.
Le tre sorelle divennero grandi e, stufe d’essere sempre osservate da tutti, decisero partire per raggiungere ognuna la regione del mondo che più le piaceva. Ognuna si creò la propria strada: la prima divenne un buon giudice, la seconda si incaricò di dare un letto a chi non l’aveva, la terza iniziò a scrivere storie fantastiche; ma a tutte e tre, nonostante fossero state pienamente accettate dal luogo in cui vivevano, non si presentò mai un principe, e tutte e tre si sentivano sole.
Per via di un forte legame empatico, quando la seconda sorella era al culmine della tristezza, alla prima lacrimavano gli occhi ed alla terza, anziché i soliti sogni, nell’occhio chiuso nascevano molti incubi. Le tre sorelle decisero allora di incontrarsi e di cercare un medico esperto in empatia. Trovatolo, si recarono da lui e, quando lo videro, ognuna di loro pensò d’aver scoperto il proprio principe. Il medico non fu da meno e si innamorò di tutte e tre, ma pensò che esisteva un problema, sia di cuore che di empatia: lui aveva un solo cuore, mentre i cuori da amare erano tre. Come avrebbe potuto dividere il proprio cuore senza rischiare un infarto?
Alla ricerca di una soluzione, il medico prese le cartelle delle tre gemelle e si rinchiuse in un laboratorio stretto e lungo lungo, che aveva una piccola porticina di ingresso.
Trascorsero giorni e giorni. Ciascuna delle tre gemelle coltivò dentro di sé una propria fantasia su quel principe, e la fantasia divenne talmente vivida che nessuna delle tre riuscì più a contenersi. Quando il medico le chiamò, felice di aver trovato una cura, le tre donne corsero a perdifiato verso il laboratorio, ma nella foga di rivedere ognuna il proprio amore, si scontrarono sulla piccola porticina di ingresso. Ci fu un grande patatrac ed un enorme patapumfete. Il principe vide poco e capì ancor meno. Quasi soffocato dal fumo dell'esplosione, sentì che qualcosa gli era rotolato contro i piedi: si chinò e, con meraviglia, si accorse che erano sei occhi. Allora corse verso la porta; correndo urtò altri “qualcosa” disseminati sul pavimento, ma non se ne curò e continuò a correre, ad agitare le braccia per mandare via il fumo che profumava stranamente di mare. Quando finalmente giunse sulla porta e quando finalmente il fumo fu sparito, vide che non c’era nulla. Guardò il suo laboratorio e capì che i “qualcosa” urtati poco prima erano arti, braccia, seni.
Triste, il medico raccolse i pezzi capendo cos’era successo e pensò che forse c’era ancora rimedio. Li posò sul tavolo e provò a rimontare i suoi amori, ma proprio quando iniziò ad incollare le varie parti di quei corpi ridotti a cocci, comprese che qualcosa non tornava in quei cocci. Mentre era intento in questo lavorio di raffazzonamento, la porta del laboratorio volò via improvvisamente, il laboratorio scomparve ed una strana nebbia lo avvolse. Il principe svenne.
Non si sa per quanto il buon medico restò svenuto, e non si sa nemmeno cosa poteva essere capitato, ma, quando si svegliò, si ritrovò in un luogo diverso dal suo piccolo laboratorio. Si guardò intorno, l’aria era buona, lui era su una spiaggia ed il tempo era bello. Si alzò in piedi e, appena fu diritto, qualcuno alle sue spalle gli coprì gli occhi. Lui si voltò e vide una delle tre gemelle, completamente guarita, che gli sorrideva tenendo sottobraccio una cesta piena di pomodori.
Dove si trovano le tue sorelle?” domandò il medico.
Mio buon principe, sono io le mie sorelle. A lungo ho vagato tra le regioni del mondo, per tanto tempo sono stata attratta dai canti di sirena che il mondo mi proponeva ed a lungo mi sono sentita divisa. Se piangevo con un occhio, con l'altro ridevo; se un mio occhio sognava, l'altro nominava le cose così che non potessi sognare mai; e se il mio occhio destro vedeva una cosa, il mio occhio sinistro non la guardava.”
Mi ricordo di quel che mi stai raccontando,” disse il medico, “mi ricordo dei tuoi occhi, mia dolce Ellise, e mi ricordo che cercavo di aiutarti. Poi non ricordo più nulla.”
Mi parlasti di una porta molto stretta, mio dolce principe e mio medico, mi dicesti che, accanto a me, ti sentivi come se ti trovassi in fondo ad un corridoio molto lungo e che io restavo al di là di una porta molto stretta, tanto distante da te. Poi qualcosa avvenne. Dal momento che eri distante da me, dovetti concentrarmi per riuscire a vederti: i canti di sirena si ruppero e rotolarono ai tuoi piedi, ne rimasero tanti frammenti che tu iniziasti a raccogliere per ricomporli, ma ciascuno di quei frammenti era venefico e ti dava le vertigini ogni volta che lo toccavi. Cominciasti a perdere la ragione, io temetti di perderti.”
Oltrepassasti allora la porta stretta?”
Sì. Ed allora mi sono ricongiunta a te e mi sono ricongiunta a ciò che preesisteva agli scenari, alle promesse, alle aspirazioni portate dai canti del mondo. E mi sono ricongiunta a ciò che continuerà ad esistere quando questi canti si esauriranno.”
Ma noi esisteremo ancora?”
Noi esisteremo sempre perché da sempre esistiamo.”
Ed il mondo?”
Il mondo cambierà ancora e ancora. Si inventerà nuove aspirazioni che poi si perderanno; esaltato dalle proprie idee, scanserà la memoria di sé e ripeterà gli errori che già fece in passato; si farà superbo e tracotante e sarà governato dall'irrequietezza; poi crollerà per rifarsi ancora e ancora.”
Sino a quando durerà questo mondo?”
Il mondo è privo di durata perché è fisso come una cartolina che non può uscire dai suoi margini. Fosti tu a mostrarmi questo segreto, ricordi mio artista dell'uomo, mio medico e mio principe?”
Forse ricordo qualcosa, ma ora è un altro momento e quella parte di me l'ho scordata.”
Ti comprendo. Ogni creatura umana è l'insieme di più universi ed il mondo vero permette ad ogni creatura di esprimere ciascuna delle dimensioni che porta in sé, a differenza di quel mondo popolato dai canti di sirena, dove ad ogni creatura viene concessa una sola dimensione da esprimere durante la maggior parte della sua vita. Per questa ragione regna l'infelicità e per questa ragione si perpetua l'ingiustizia tra coloro che ancora sono sedotti dalle promesse di ciò che durata non ha.”
Ora dove andremo?”
Ovunque.”

lunedì 15 luglio 2019

Surfing in the Dark


 Il Sole si oscura, le nubi son tanto fitte da essere dure come iceberg (neri): si staglia sull'oceano un barcone rattoppato, scapicollano dal ponte intere vite umane nelle acque senza fondo, gelide e mortali, dell'oceano d'ombra. Arti, cuori, vite si squagliano nell'infaticabile tritacarne dell'umanità.
La barca attraversa le onde, i flutti imperversano contro la chiglia, i rami e le vele penzolano lacere lungo la murata e ai bordi della poppa.
Più della zattera della Medusa, più della traversata della Ballata del Vecchio Marinaio, più di una lotta con un marlin, più dell'affanno di un Gregor imprigionato nel catrame del proprio morire, i fumi velenosi si sfogano dall'acqua fangosa, pesanti come pece si diffondono nell'aria buia di una notte feconda di false aurore, che esauriscono i cuori innocenti, savi, terzi al clamore dato dalle grancasse del mondo. L'oceano porta il volto di una tempesta dell'anima.

“Ohimè ohimè, Carmelina, ohimè!” grida tra le strida una voce. Emerge tra i boati dei flutti la voce.
Sola, uccisa, geme ancora flebilmente, spossata, emette l'ultimo fiato e spira una bambina senza più occhi, rivoltata dalle acque, gonfiata negli organi interni sino a farle esplodere i polmoni. E cadono dalla barca vite mai compiute, schiaffeggiate dalle vele stracciate di quella esaltante promessa.
 Priva di stelle polari che ne traccino la navigazione, ormai in balia di un tormento senza posa, priva di quelle coordinate secolari che rischiaravano la traversata impedendo la comparsa del principio annoso di imitazione della storia, l'umanità si imbarcò operosa. Fu allora che vecchie costellazioni che regolarono la sua navigazione vennero rinominate: gli antichi miti, i passati riferimenti, i nomi secolari stagliantisi ogni notte nel cielo, suscitavano un conflitto disagevole agli uomini in vita, orientati a trattare con nomi quali GlaxoSmithKline, Monsanto, BCE ed una serie articolata di ulteriori acronimi – sigle figlie del mercato mondiale.
Quando esse, le creature umane, volgevano gli occhi al cielo smarrendosi di fronte a nomi che esse non riconoscevano più: Cassiopea, Sirio, Andromeda e altri nomi ancora, nella vertigine data da quel conflitto tra il passato narrato dal cielo, che avrebbe dovuto parlare di un eterno presente, e le stelle terrestri tra le quali vivevano, esse, le creature umane, decisero che le costellazioni del cielo dovessero essere rinominate. Fu allora, su quella volta che regolò anticamente la navigazione, che si impressero nuovi nomi alle costellazioni, nuovi battesimi ebbero vita: Standard&Poor's per indicare l'antica costellazione del Cigno; spread per definire la Croce del Sud; Microsoft in vece dell'Orsa minore, separata di cinque misure da Google, la vecchia Orsa Maggiore o Grande Carro. Nestlé in loco di Orione.
Morirono i miti sopravvissuti nel cielo.
Dopo Dio, anch'essi furono suffragati dall'ombra del mercato, che ogni cosa nominava per determinarne un prezzo e disporla alla vendita, subordinata al sistema della circolazione del denaro. Così nominata, così circoscritta, così definita ogni cosa avrebbe perduta la propria caratura misterica, che era in linea con l'essenza della vita e dell'esistenza; e ogni cosa avrebbe ceduta la propria sacralità. Ogni cosa divenne prodotto, ogni cosa cadde nel regime di causa-effetto che corrisponde ad una rete che l'essere umano si assegnò per svisare la sostanza cangiante del proprio sé, priva di ragione comprensibile al suo esistere. Per farsi cieco e sordo qual è l'essere brutale che di ogni cosa ne traccia un confine appellandola in un motto, per cacciare nell'oblio le grandezze che gli regolarono le primordiali tensioni, l'essere umano si diede la propria estinzione infilandosi in una via buia. Fu che, scrollatesi dal cuore, dalla memoria, dagli occhi intere costellazioni, la barca batté l'oceano dei demoni, degli spiriti e degli spettri sempiterni – vera essenza per cui l'essere umano incontra il principio della propria esistenza – e pensò, l'essere umano, di acquistare la libertà distruggendo i nomi del passato. Ma, sbarazzatosi della memoria del passato, perse la parola e, perdutala, muto rimase nel confronto con gli spiriti, nuce della sua esistenza. Perché esiste esclusivamente quel che si può immaginare.

Ora, più pesanti, inette, le creature umane navigavano nell'oceano della loro vita buia, preda di una rediviva Babele dove ogni cosa, proprio perché i vista, si fece impenetrabile.
“Francesco... Laura... Silvia...”
Ovunque bocche irretite che più nulla dissero, occhi che più nulla rifletterono. Si comminarono elenchi di frasi, formule invitte scivolarono tra i denti che si palesarono in ogni immagine di sé, dannati spiriti si avvicendarono sulla plancia, esaltazioni contro esaltazioni si sfracellarono nel giro di una instancabile finzione, felicità nate da una consueta formalità, mostre di pose vincenti ad ogni incontro e smarrimenti e inadeguatezze, alienazioni e frivolezze, sensi di colpa e incertezze visibili. L'originalità sfumò tra le righe di un programma; la vita si svuotò tra le schede di un protocollo. L'algoritmo batté il tempo agli uomini. Dì e notte furono sogni raccontati da altri, non più ricordi, mai più presente. La produzione divenne continua, si svisarono i circadiani, le paratassi si fecero comuni, le schedine atte a ridurre interi universi umani divennero prassi.
“Francesco... Laura... Silvia... Non vi vedo nella nebbia! Gridate il vostro nome, gridate quella cosa orribile che, sussurrata da voi stessi a voi stessi soli nel letto, prima di dormire, al buio vi fa tremare sin nel midollo: il vostro nome, gridate l'orrore dell'ordine che mai si è domandato. Gridatelo, vi prego, gridate questo orrore così che vi possa trovare nella vostra verità!”


 La chiglia spezzata si produsse in un fragore. Un ammasso spumeggiante sommerse il ponte. Si scardinarono le balaustre sotto la spazzata del buio oceano; rigurgitante, l'oceano sciolse ogni vita umana per inabissarla eternamente in un gelo senza luce. Ancora qualche voce portò il vento sino ai bordi di una landa mai nominata, per il resto fu l'oblio di una Castalia mai sfiorata.

venerdì 5 luglio 2019

La Sinistra e l'America - United States of America: USA (Nazione col Nome di un'Azienda)



 Dal momento che amo molto l'opera di complottisti quali furono Giorgio Gaber e Fabrizio De André, e dal momento che questi complottisti attinsero sovente dalla letteratura romanza mondiale, da Dostoevskij a Pessoa (il primo, soprattutto, fu un vero e sincero complottista, precursore di quella cosa complottista al massimo grado che si chiama psicologia, ossia “l'arma a doppio taglio” così chiamata dall'avvocato Fetjukovič – occhio al significato portato dai nomi dei personaggi creati dall'autore russo – il secondo, nel suo Libro dell'Inquietudine diede sfoggio della propria caratura di complottista, quasi da Gran Maestro del Complotto, tant'è che Gaber trarrà quel “due miserie in un corpo solo” espresso in uno dei suoi monologhi di carattere politico più famosi: Qualcuno era Comunista), e poi da Gide a Sartre a Cèline e via discorrendo, propongo qui l'apoteosi delle istanze complottiste o complottarde, che, attualmente, destano schifo e fastidio nei salotti bene di ogni schieramento politico – i quali salotti rappresentano non ideologie politiche che hanno - essi sì – superate da un pezzo, almeno da due secoli vista l'inclinazione per gli affari monetari, ossia il prezzamento di ogni cosa che esiste nella rappresentazione umana e la desacralizzazione di ogni aspetto della vita.
 Si tratta di un monologo di Gaber, così caro al cuore di chi ancora conserva una visione esistenziale di sinistra, la quale visione era, e spero sia tuttora, animata da una profonda critica agli imperi, soprattutto, nella storia recente, all'impero americano il quale, va ricordato, è l'unica nazione ad aver sganciato due bombe atomiche sugli esseri umani, ha fatto guerra per 222 dei suoi 239 anni di storia (dato al 2015), annovera Stati i quali hanno ancora a regime la pena di morte (Beccaria, secondo il loro ordinamento giuridico, non sanno tuttora chi sia), privilegia i ricchi e disprezza i poveri come se questi ultimi fossero colpevoli – sistematicamente colpevoli – d'esistere, ma certamente convengono ai nobili (leggi: proprietari terrieri e capitani d'industria, per dirla con Thomas More), esalta la cultura dell'individualismo senza freni dove vige la regola: “se al momento mi dà un personale profitto è giusto in assoluto”, del consumismo privo di diritture etiche che siano collettivamente sostenibili, dove trionfa il materialismo più pragmatico il quale riduce i sogni e l'idea che non ogni cosa debba essere destinata ad una comprensibile utilità, come l'arte ad esempio, a uzzoli e capricci e “divertissement”, e degrada le sensibilità interiori chiamandole debolezze, così come travisa le gentilezze chiamandole avances: è permeato di un pensiero prettamente calcolante, orientato al profitto individuale che si fonda sul pieno materialismo, dunque è chiaro che non vi sia la concezione della gentilezza quale modo per stemperare formalmente il dolore cui ogni essere vivente incontra durante la propria esistenza.
 Spero siano sufficienti questi pochi, sintetici punti per indicare idealmente quale sia la portata del lavoro che ancora attende l'interesse delle persone più attente del nostro tempo e del tempo futuro, in favore di una maggiore distensione del vivere umano. E la natura sarebbe altresì grata ad una simile riformulazione dello 'stare al mondo' da parte degli esseri umani.
Buon ascolto.




sabato 29 giugno 2019

(...) falsis nominibus imperium (...)


Dalle distanze dei tuoi occhi
che più mitezza cantano,
dei tuoi occhi che più riserbo odono,
vivi.

Cosa resta delle sparute dolcezze,
dei caldi sensi (segreti, pudichi)
nell'agitato nitore di questa ferina
diaria, nel giorno cieco – cieco,

che apre i tuoi occhi
all'assenza – di bordi – di penombre
erotiche perché discrete
di chi regge interi universi
nel silenzio, terzo al clamore – mistero millenario

di un ascolto nel grido
di chi voce ha perduta, tu vivi.

mercoledì 22 maggio 2019

I Miserabili


 Fintanto che un uomo, agli occhi degli altri uomini, apparirà modesto, discreto, ingenuo, gli altri uomini si adopereranno per rovinare quell'aria che egli esprime; lo tortureranno, gli diranno “bravo”, “bel lavoro”, si spenderanno in falsi elogi di fronte ad un lavoro che non gli sarà ben riuscito e muti, distanti, freddi rimarranno di fronte ad un lavoro che gli sarà invece ben riuscito; così lo illuderanno, procurandogli il danneggiamento nel fargli credere d'avere qualità che non possiede e così toglieranno a quell'uomo il riconoscimento quando le sue energie son state ben spese. Faranno finta di non vedere quando egli è malato e spargeranno voci maligne quando è felice.

 Tali sono gli uomini che hanno una clava al posto dell'animo, che esibiscono gusti di dubbia estetica e che ancora non intendono d'essere essi stessi responsabili del mondo di cui lamentano l'invivibilità; e lo sono nella misura in cui pensano d'aver sofferto più del proprio vicino, che nel frattempo non si scalda d'inverno, mangia una volta al giorno un piatto di pasta in bianco e non ha avuto genitori che gli finanziassero gli studi - ad esempio - e che gli dessero quella tranquillità per poter operare esprimendo sé stesso nel mentre che essi si preoccupano di quanto dovranno pagare di tasse sulle loro proprietà immobiliari e terriere. E ancora nascono uomini simili.

mercoledì 8 maggio 2019

Competitività e Sistema - La Formazione Medica



 Cara compagna di vita, cara amica,

sai che comprendo quale sia lo stato dell'arte al riguardo dell'umanità occidentale nel suo complesso; e quel che mi hai riportato è un rapporto breve e fedele di ciò che si vive giornalmente. Le occasioni fatte di comprensione, di ascolto e di umanità sono ridotte a pochi, rari ambiti. Ipocrisia e spirito di convenienza, furbizia e opportunismo, superbia e ignoranza, disattenzione e pigrizia, omissione e viltà dominano la maggior parte degli esseri umani di questo tempo: l'esito di un regime simile sembrerebbe scontato, lo sai.
Quel che si può fare è raccogliere le proprie forze, rimanere saldi nei propri principi e contrastare con coraggio quei moti che alimentano l'odierna disgregazione tra gli esseri umani, che li isola nel progressivo decadimento di quell'etica umanistica ormai rarefatta, spaiata tra pochi, isolati singoli, dove si dispone per essi un'esistenza del tutto materialistica, dove la morte sembrerebbe per essi la sola salvezza.

 Lo spirito di competizione di cui mi parli, vessillo assai disonorevole di questo tempo segnato dal dolore - dolore senza fine, conduce ad un'esistenza degna d'esser detta insostenibile.
Tu, in quanto medico, cara mia compagna, godi di una serie interminabile di prove che attestano questa mia affermazione: la tensione data da questo spirito di competizione, privo di per sé di una ragione che sia orientata nei termini della collaborazione tra gli esseri umani, dell'ascolto, dell'attenzione e del sostegno reciproco, crea un circuito di patologie e di psicopatologie diffuse, molte già nominate ed altrettante ancora da nominare. O, se preferisci, dirò "da protocollare". Del resto tu, in quanto medico, conosci direttamente quale sia la sostanza di questo spirito di competizione che ti hanno imposto di perseguire – lo conosci dagli anni della tua specializzazione in chirurgia, i quali sono stati anni che ti hanno sottratta a tanta salute e che hanno attentato alla tua visione complessiva delle cose - cosa, questa, che dovrebbe invece essere fatta salva a coloro che vorrebbero farsi medici e che tu avresti dovuto conservare.
Sì, eri allora obbligata a percorrere i "corridoi protetti" del corso post-laurea che, tramite le rigide diritture formative, ti rendevano del tutto simile ad un cavallo che gira intorno all'argano, senza che questo cavallo sappia cosa significhi l'argano, a cosa serva, costretto ad annichilire le proprie facoltà di quadrupede dove, tramite le bardature date dall'attività di rotazione, si atrofizzano nella loro negazione: sollevarsi sulle zampe posteriori, correre, arrampicare, sdraiarsi, rotolare, nuotare: tutto ciò è impedito al cavallo, se non vietato; tutto ciò significa iper-specializzazione; e tu eri obbligata dai voleri ministeriali, atti a farti ripudiare l'intelligenza che ti appartiene ed a cui tu appartieni, a divenire limitata nella visione complessiva che richiede la comprensione della vita umana, a farti stupida ripudiando la prima virtù del medico, che si può riassumere in queste parole: corpus hominis omnia orbis secum portat, medicus sapiens omnia orbis cogit gnoscere. Sì, il corpo dell'uomo porta tutto il mondo con sé ed il medico sapiente deve conoscere tutte le cose del mondo.
Se tu, dolce compagna, avessi provato a mostrare uno spirito diverso da quello che ti si imponeva di perseguire, saresti stata perseguitata.
Così ti hanno perseguitata come ancora oggi perseguitano i nuovi medici, impegnati nei corsi di specializzazione, rendendoli più deboli e meno intelligenti tramite la settorialità e l'esposizione, e la sottomissione, ad ogni sorta di svilimento personale e di mortificazione della stessa etica medica. Poiché pure l'attività medica, quando cede in toto allo spirito della competizione, abbandona la propria etica di cura e di sostegno degli individui per escogitare invece vie seduttive tali da attrarre gli individui e da renderli pazienti, meglio ancora se pazienti vita natural durante. E meglio ancora sarebbe se questi pazienti venissero travasati verso il comparto privato, così come fu già applicato dalle logiche privatiste del IXX° secolo e come sta avvenendo ora. Di nuovo.

Lo svilimento, la mortificazione. Quale essere vivente si ritrova più forte in seguito ad una lunga esperienza che, senza sosta, gli provoca ferite nella sua fibra intellettiva, nella sua trama caratteriale, nel fisico e nella sua caratura morale sin dalla più giovane età? Sarà vero che: "tutto ciò che non ti ammazza, ti fortifica", come ancora ripetono coloro che sono impegnati ad ammazzare, giusto per vedere l'effetto che fa; o sarà piuttosto vero che questo essere vivente, dopo anni e anni della propria vita trascorsi a ricevere traumi di variegata entità, si ritroverà incline ai malanni, fragile d'animo, cattivo nel concepire ciò che ha intorno, certamente confuso dalle incertezze con cui si è minata la sua personalità, corrotto nella sua genuinità, rabbioso come l'animale nato libero e, poi, segregato in una gabbia a suon di percosse?
Sì, lo sai anche tu che questo individuo in formazione, sottoposto a tali dinamiche che si possono definire irriflessive, dunque bestiali, sarà rabbioso e violento, il suo animo sarà carico di livore, mal inserito nel contesto societario; e lo so che una simile prassi, ossia svilire e mortificare gli specializzandi, per via di un mal riposto senso della virilità insito nell'animo di centinaia di strutturati e di primari ospedalieri, oltre che di specializzandi detti "anziani", viene tuttora svolta con la giustificazione delle "necessarie profilassi pedagogiche". Vale a dire: in funzione della costituzione caratteriale di un medico. Eppure risulta curioso che simili profilassi vengano somministrate secondo una più che discutibile discrezionalità: dipende di chi è figlio il tale specializzando o la tale specializzanda, dipende da dove e sotto l'ala di chi è nato – come si potrebbe dire in gergo; ed è altresì curioso che simili dinamiche siano esercitate maggiormente da quelle figure mal avvezze a parlare d'amore, cui anzi ridono di questa parola – figure che, per mio conto, rientrano nel novero dei cattivi maestri i quali, come già ebbe a scrivere More: "preferiscono battere i loro discepoli anziché istruirli"*. Del resto credo che si debba vedere con chiarezza, in modo cristallino, che simili atteggiamenti esprimono cinismo e fissazione, ossia debolezza e smarrimento d'animo piuttosto che apertura e perspicacia, acume e attenzione. E buona disposizione verso la vita.

 Cara amica, mia dolce compagna di vita, ti dirò che pochi e poche, oggi, usano il proprio coraggio per contrastare il deleterio regime della competizione; pochi e poche hanno compreso che nessuno ha mai ricevuto né ha mai sottoscritto volontariamente un modulo di partecipazione a questa “gara della vita” – gara in cui sembrerebbe precipitato l'intero mondo occidentale; e ti dirò che considerare la vita come se fosse una "gara" è il segno inequivocabile di un logorante, insostenibile, annichilente squilibrio interiore, tanto più che la storia umana dimostra l'esatto opposto. Ossia che la sopravvivenza degli esseri umani è imputabile esclusivamente alla socializzazione che trova il proprio cardine nella condivisione delle proprie storie, individuali e collettive, e delle proprie esperienze.
 Questi pochi e queste poche, mia dolce compagna, risultano oggi costretti ai margini e risultano sistematicamente incarcerati all'interno di una sempre più estesa galera a cielo aperto, così come ebbi già a scrivere una decina di anni fa in un mio romanzo; e la galera è fatta di sbarre più resistenti di qualsiasi metallo perché, essendo la vita dell'essere umano permeata nello spirito, esse sono fatte di idee; e se questi pochi e queste poche, spaiati come si presentano, privati degli strumenti economici per costituirsi in una effettiva organizzazione che si affermi istituzionalmente, ridotti a ruoli di invisibilità democratica e perseguitati dal maggioritario clima culturale che certo snatura e usura la loro psiche ed il loro spirito, se questi pochi e queste poche dovessero acquisire una qualche forma di rilevanza sociale e politica, stai pur certa che ad essi verrà posto un sicuro veto, li si perseguiterà togliendo loro la possibilità di autodeterminarsi, si produrranno campagne mediatiche che superano di gran lunga, per efficacia, risonanza e capillarità, il regime di quella che fu l'inquisizione, ci si adopererà a stipulare per essi un'interdizione dall'attività pubblica e dalla partecipazione sociale tramite un atto burocratico, giudiziario oppure medico, magari di natura psichiatrica, redatto ad hoc da quello stesso sistema che denuncia, ad ogni passo, la sofferenza di sé e che pur tuttavia si ostina a perseguire la via della competizione à gogo. E direi pure tout court.
La via della competizione conduce inevitabilmente alla guerra, come già avvenne all'inizio del secolo scorso; e tu sai che la guerra è già in atto nonostante che i dati relativi ai suicidi e i dati relativi all'uso di psicofarmaci risultino tuttora mal recepiti e mal trattati dal dibattito generale.
 Se non si comprenderà che non di competizione necessita la società umana, ma di collaborazione, il destino di ciascuno sarà segnato sempre più dalla sottomissione e dalla privazione.
In una parola: il destino di ciascuno sarà segnato sempre più dal dolore.

Il tuo compagno, D.


*Tratto dal libro Utopia, scritto da Thomas More - Libro Primo, Relazione sulla miglior forma di Stato stesa dall'illustre Tommaso Moro, cittadino e visconte di Londra, famosa città d'Inghilterra, paragrafo 18. (Pagina 37 del libro Utopia di Thomas More, pubblicato in Italia dall'editore Feltrinelli nella collana Universale Economica Feltrinelli - I CLASSICI - Terza edizione, novembre 2017, a cura di Ugo Dotti).

domenica 5 maggio 2019

5 maggio 2019 - Le Alpi, il Manzoni


Essa fu. Siccome immobile,
dato il freddo spiro,
stette la neve candida,
terza alle verdi spire,
leggera sul canto vivo
della terra che nascendo va,
muta gelando la curcuma
cresciuta nel nostro areale;
né si cura di altre orticole
quando cade sul cascinale
in dolce stagione a crescere,
la neve inattesa verrà.

sabato 27 aprile 2019

Moneta

  Riporto la prima e la seconda parte della conferenza tenutasi a Milano, presso la sala Pirelli del palazzo della Regione, il 18 marzo 2019.

Relatori: Fabio Conditi, Francesco Carraro, Valerio Malvezzi
Moderatore: Maurizio Blondet
Organizzatore: Raffaele Erba



sabato 16 febbraio 2019

Il Neofuturismo e i Sentimenti - La Guerra nel Cuore del Tempo


 C'abbiamo gli stracci che giocano col vento di questo tempo a disegnare nel cielo il nostro nome che ci sfugge, c'abbiamo le braccia piatte nel nostro contare ciò che crede di cantare contando le note che ti separano dalla tomba: i nostri occhi sciolti c'infradiciscono le membra mai vispe sul credo che ci beffeggia l'anima ad ogni sospiro stentato e i nostri cuor-di-balzoni s'estenuano tra le stanze a cubetti di quel materiale greve e fumoso, di quel tendaggio marchiato Buro Crazia che s'assottiglia, si definisce, ti scarnisce la verità di quel che sei e che più non hai. Poiché tu sei contato, sei deciso, sei formato - e hai da morì: l'ukase ti colse tra capo e cuore. Tanta la sacripanza del mondo dell'etica bambina, storpia lasciva del mercato, dove per ogni tuo fiato, che mai s'inquadra, un morto borsello di sterili cravatte conta gli spicci sulle trattenute della tua esistenza ancora non quotata. E mai si quoterà.
  E gridiamo ad ogni schiaffo dato sui pozzi che riflettono quel che non siamo; e gridiamo sottovoce, giusto un sospiro, e gridiamo parole d'etica millenaria sul far della sera. Nel dormire gridiamo, nel sognare. Amo.

  Ed intanto le vergogne sono monti caduti tra noi e le mai accese voglie; ci sanguinano le unghie, le palpebre s'arrotolano sulle nostre tristi teste e i nostri ciechi, sordi, corti tendini berciano assenti il silenzio che ci squaglia nel segreto di quel che non si dice, purché sia detto. E tuttavia esistiamo come esiste un tramonto nell'alba di un pomeriggio che non si sa quando si spegnerà; e così è il giorno di questa civiltà che muore nel livore di quel non parlare sopra la lingua a metà, sopra ciò che ormai si sa, di quel che ancora accadrà infin che 'l Veltro verrà nel mentre che già una scintilla nel cielo sta.

venerdì 21 dicembre 2018

Gioventù e Tensione: la Creazione


 L’encomiabile e avversata creatura volta alla labirintica solitudine, volta alla creazione, ora era smarrita: Paolo Bima, quarant'anni, era la creatura del sacro mondo dei cultori, il cielo delle lettere: lo fissavano con zelo e ammirazione, forse con sottintesa volontà di somigliargli gli uomini della sua epoca. Paolo Bima era uno scrittore con la sostanza poetica, la sostanza impenetrabile eppure viva d’un fondamento inesplicabile.
 Ventiquattrenne, spendeva i suoi giorni in distacchi tremendi dal resto delle persone, e scriveva. Cosa? I suoi primi fogli giunsero nelle mani dei “giudici” per chissà quale via: fu un terremoto. Una notte la porta della sua stanza si spalancò, ne entrarono nugoli di facce stringendo le sue bozze tra le mani; si affacciarono al capezzale del suo letto, dicevano: ‘ma si rende conto di cos’ha scritto, si rende conto?’ e, piangenti, accalorati, esaltavano la verità espressa in quelle righe fitte d’una precisione, d’una sognante e concreta puntualità che solo l’artista possiede - e Paolo Bima fu catapultato nel regno degli eletti, i silenziosi re degli uomini, così discreti, così mostruosi, forse malati e oscuramente brillanti: prodotti dell’umanità di cui l’umanità accusa eppur stima, talvolta con dispetto e con circospezione l’opera.
 Col tempo quasi il giovane scrittore ricusò la prima opera, sentiva che quelle righe passate erano un peccato, come troppo imprecise, troppo ‘folli’ pur se nella follia si ravvisa la prospettiva umana. Allora i suoi scritti iniziarono ad assumere una forma didattica, un che di educativo... superò questa trappola dello spirito... divennero plastici, forse acquistarono una sostanza persino classica, mai pedante… Gli si ravvisava sempre più il distacco, l’ubiquità, la placida compenetrazione dello spirito, la tensione inclemente della riflessione. Gli tagliavano il volto i segni della rinuncia, sfociando inevitabili nei suoi parti, e già qualcuno lo imitava ― fallendo, inevitabilmente fallendo poiché la vocazione è un moto inconquistabile, di sofferenza perpetua, un sigillo dello spirito proveniente dagli abissi dell’essenza ― che è inaccessibile agli uomini. Paolo Bima rappresentava l’essenza e la fatica, la piena abnegazione: isolato, non si può dire giovane poiché la gioventù è un dominio del mondo. Dietro la patina cristallina del viso segnato, una parte del mondo cercava di mascherarne la qualità ammonitrice prostrandoglisi, lusingandolo e cercando di comprenderlo, ma era inutile poiché, come i morti, i tesori degli uomini costellano la vanità, che soddisfa gli animi sottomessi alla propria epoca. E di eccentricità, di mediocrità, di sottomissione o di mondanità in Paolo Bima non c’era traccia come non ce n’è in un’anima immortale. Tutto il suo tendere somigliava piuttosto alla discrezione, alla modestia, al silenzio ― come volesse essere lasciato in pace, forse desiderando un’esistenza comune, esigendo persino la vita d’un uomo normale che non geme di quegli afflati che in lui governavano così biechi il sonno senza pietà, che si spingono ripetendosi, imitandosi…
 Così Paolo Bima si spense. Lì lì dall'iniziarsi, l'indomani avrebbe visto un'opera inedita; il mondo rumoreggiava, le invidie scalzavano le energie che avrebbero potuto sublimarsi in un che di fertile. Le tensioni degli uomini circolavano tra i limiti delle loro offese, le loro pulsioni erano soggette agli stati annichilenti dei loro compiaciuti torti dove si esaurivano le intuizioni, le creazioni artistiche cedevano, sparivano. Il mondo si svegliava. 

sabato 3 novembre 2018

Sed Fecimus


S'estenua lo scandalo tra le innocenti
pulsioni dei nostri esilî: grevi silenzi
su sterili rose, segreti giardini di grevi odori;

e s'apre il vuoto nei veli feroci di facce,
dove grida ormai secche assiepano genti
su piazze taglienti, su strade di vetro,

su turrite altezze scheggiate di voci - invise e storte.

E stralci e bit su costati sanguigni
sciupano i canti delle ferine attese
dei secoli veri che mai son più.

venerdì 26 ottobre 2018

Nemo Tenetur


Il sangue mio
mi guarda dalle radici delle sue paure,
ed io, protetto nella pelle mia,
mi guardo esangue sul filo di un tormento.

Lei, ancora vive, ancora m'attende
tra le righe di un sogno incerto,
sul far del finire. E lei mi guarda.

Ora, dalle mie mani, corrono attente le nuove illusioni,
in fila vegliano e attendono, vegliano e attendono.

Ora, il mio terrore si fa vela delle mie sconfitte e tu,
occhio sotteso nel silenzio di un deplorare, mi affliggi, infierisci
sulle gioie che son la maglia cieca del nostro morire.

mercoledì 17 ottobre 2018

Rinascere


  "E vivrai come uno straccio di carne disseccato al Sole, diverrai pulviscolo tra i pulviscoli, sparso ormai nel vento di un tempo falsamente fratello; la tua plurimillenaria conoscenza di sinderesi, tu in quanto essere umano, tu in quanto essere inviso da ciò che consuma la tua secolare esperienza di vivente, verrà vilipesa ad ogni tuo passo: un timbro senza posa, guidato da una mano senza volto, vaglierà ad ogni istante la dignità della tua esistenza. E vivrai con il fiato corto, con il petto chiuso, colla testa china.

 E così sarai per quegli esseri cogli occhi ormai spenti, con le lingue ormai aride, con lo spirito ormai separato da ogni che di vitale e di sincero, che popoleranno ogni ramo di un albero sul far dell'appassire. Così intenderanno la tua esistenza.

Ma:"


 
Quel che puoi dire: "grazie".
Quel che puoi fare: iniziare a vivere.

Sii libero, sii coraggioso.
Ricorda: ciò che è geniale ti rende geniale.
Ricorda: ciò che è libero ti rende libero.

Diffida di chi ti fa sentire inascoltato.
Diffida di chi ti fa dire: "non esisto".
Diffida di chi ti fa provare il disagio esistenziale.

Abbraccia chi onora la tua e la propria esistenza rivolgendo le proprie forze verso di te. Fa' altrettanto. Non ti curare di coloro che non considerano con accuratezza il tuo rivolgimento: sorridi, confida nel tempo.

Assegna un nome a ciò che vivi pur immaginando che non ogni cosa che incontri è nominabile, coltiva giorno per giorno la memoria, che si accresce con la tua volontà e con il tuo consenso, usa le intelligenze che ti rendono speciale: intuitiva, induttiva, emotiva; formati nel modo che più soddisfa la tua attitudine e ricorda che non si dà conoscenza profonda delle cose senza provare gratificazione e piacere; informati senza credere che il sistema informativo risolverà l'enigma della tua vita: questo non spiegherà la ragione della tua esistenza, ricordati che questa ragione è un mistero, contrasta i regimi che non sanno del mistero della tua essenza di essere umano vivente, sii consapevole che ogni essere umano soffre in quanto essere umano, ascolta, rifletti, rispondi, vivi sinceramente, non aver timore. Sii libero sapendo che la libertà non è indifferenza. Vivi.


Il video pubblicato risale al luglio 2013. Nando Ioppolo morirà il 6 settembre di quello stesso anno. Un ringraziamento sentito agli autori del video, reperibile su Youtube, ormai rimpallato da più canali, e realizzato da Reset Radio.

venerdì 15 giugno 2018

♪♫♪♪♫♪♫


Sul palmo della mano,
una foglia azzurrina di nuvola
ed un soffio chiaro
si tessono sul filo del tuo nome
sino al limite della mia ombra di vivente,
sino al margine di un'esistenza che non è
se non nel tuo respiro. Nel canto.

 

giovedì 5 aprile 2018

A Lei, a Te - E poi c'è il Mondo...


 Ma il tuo essere mi parla di un cosmo in crescendo, leale e veritiero.

 Quel cosmo che ho atteso, che ho incontrato solo idealmente dentro me, che ho tentato di far nascere e di far fiorire laddove fiori e nascite erano finzioni di mondi, universi senza fiato a me estranei, quel cosmo allora brilla, dilaga, si fa concreto nell'incontro con te.
Poiché in te è la voce di un canto che tocca le corde della mia intimità qual è quella che si è fatta passeggiare nell'esclusiva compagnia di un'armatura e degli incalcolabili tentativi di scoprire quei fiori e quelle nascite, che si sono spenti come si spegne una candela di fronte ad una finestra spalancata all'improvviso, dalla quale prorompe quel turbine dannato e non voluto che crepa i quadri, che brucia le tende, che divelle i pavimenti. Che è il resto.
E la candela, va da sé, che si spegne.

  Tu, invece, amore, sai far entrare l'aria nelle stanze del mio edificio ormai troppo isolato e distante da quel mondo violento, dove la democrazia è un'idea cui pochissimi eletti (e non intendo riferirmi al ceto sociale, la cui gerarchia oggi spinge forte anche nella più provinciale intellighenzia per radicarsi colpevolmente, ancora, nelle scuole e nei Municipi), cui pochissimi eletti ne sanno pronunciare con chiarezza la necessità siccome essi vivono, non so fino a quando, in una regione dove esiste giusto una beffa di democrazia, che è meglio della sua assenza. Tu sai far entrare quell'aria senza spegnere la candela e, con il respiro della tua accoglienza, rendi presenti le mie qualità nel mondo.

 Ma, mi chiedo, amore: perché il mondo?